La natura ritrovata della Moesa

by azione azione
17 Giugno 2026

Si sono da poco conclusi i lavori di compensazione ambientale tra Lumino e San Vittore voluti dall’USTRA. Recuperati preziosi habitat naturali tipici del fondovalle della regione

Me la ricordo come fosse ieri, la «Moeseta». Da ragazzino ci andavo a pescare con mio padre, la mattina presto, quando gli uccelli della notte si zittivano all’arrivo delle prime luci dell’alba. Oppure nelle calde sere d’estate, quando, all’imbrunire, trote scintillanti improvvisavano acrobatici salti sull’acqua quieta per acchiappare minuscoli insetti in volo.

Lì, a ridosso del confine con il Grigioni, tra Lumino e San Vittore, si apriva una confusa distesa di materiale alluvionale dove la Moesa si sdoppiava. Il ramo principale del fiume correva lungo il versante sinistro, mentre il resto dell’acqua trotterellava tra i sassi su quello destro. Per noi, quella era la «Moeseta». Un piccolo corso d’acqua che, più a valle, prima di ricongiungersi al fiume principale, disegnava un’ampia ansa disseminata di grossi massi, capaci di rallentarne il fluire e creare profonde pozze tranquille, nelle quali si specchiava il verde del bosco golenale. Un angolo di natura che aveva qualcosa di magico.

Poi, negli anni Sessanta, tutto cambiò. Il passaggio dell’autostrada A13 del San Bernardino sconvolse il paesaggio, lasciando una lunga ferita che tagliava in due il fondovalle. Contemporaneamente, per mettere in sicurezza il territorio e recuperare terreni edificabili e agricoli, alla Moesa venne sottratta la libertà: il fiume fu costretto a scorrere entro argini di pietra. Interventi che provocarono un progressivo abbassamento dell’alveo e della falda freatica, con il conseguente impoverimento – e in alcuni casi la scomparsa – di importanti ambienti acquatici. Anche la «Moeseta», privata di buona parte del suo liquido vitale, finì lentamente per disperdersi nella vegetazione palustre e nei boschi, dove un tempo, durante l’inverno, noi ragazzi andavamo a pattinare sulle lanche ghiacciate.

Ma non era finita. Nei decenni successivi, altri progetti infrastrutturali, determinanti per la mobilità regionale e per i collegamenti nord-sud, continuarono a incidere profondamente sul territorio: l’allargamento delle corsie per la messa in sicurezza della tratta tra Castione e Roveredo, la circonvallazione del comune mesolcinese, la costruzione del semisvincolo di San Vittore. Opere necessarie, certo, ma che contribuirono a compromettere ulteriormente gli equilibri ambientali della bassa valle.

Interventi per ristabilire l’equilibrio dell’ecosistema

L’Ufficio federale delle strade (USTRA) ha così deciso di correre ai ripari, avviando un vasto progetto di compensazione ambientale con l’obiettivo di «ridurre l’impatto causato dalle nuove opere infrastrutturali e ristabilire l’equilibrio dell’ecosistema locale». Gli interventi, costati la cifra non indifferente di circa 33 milioni di franchi e conclusi nelle scorse settimane, hanno permesso la rinaturazione delle aree golenali d’importanza nazionale, restituendo spazio e dinamica alla Moesa, rialzando il fondale del fiume e riportando la falda acquifera a livelli capaci di alimentare nuovamente i boschi umidi, come linfa che riprende a scorrere in vene rimaste asciutte troppo a lungo.

Sono così riapparsi ambienti acquatici diversificati, tranquilli ruscelli che offrono rifugio alla fauna ittica, lanche e specchi d’acqua che brillano al sole pronti ad accogliere il canto degli anfibi, prati umidi e boschi golenali che rappresentano habitat essenziali per numerose specie animali e vegetali. Un lavoro silenzioso, spesso poco appariscente agli occhi di chi attraversa la valle in automobile, ma fondamentale per la biodiversità e per l’equilibrio idrologico dell’intera regione.

Ma parlare semplicemente di «compensazione» forse non basta. Qui non si è trattato soltanto di riequilibrare un danno ambientale. Si è cercato, piuttosto, di restituire respiro a un territorio ferito. E per ricucire questa ferita aperta ormai da decenni nel cuore della valle, è stato realizzato anche il nuovo ponte faunistico: quarantadue metri sospesi sopra l’A13 che permettono agli animali selvatici di attraversare il territorio senza doversi confrontare con il traffico autostradale. Un corridoio ecologico ritrovato, ma anche un modo concreto per ridurre il rischio di collisioni e restituire continuità a un ambiente frammentato.

Un’evoluzione monitorata

Visto l’ingente investimento finanziario del progetto, la Confederazione «ha predisposto per i prossimi anni una serie di monitoraggi periodici delle dinamiche idrologiche, così come della fauna e della vegetazione per verificare e raccogliere informazioni sullo sviluppo dell’intera area», racconta Simona Brofferio, responsabile del monitoraggio per conto di Afry, società di ingegneria attiva anche nel settore ambientale, a cui è stato conferito il mandato. «Ci sono vari fattori che vengono presi in considerazione», osserva il suo collega Sandro Boggia. «I principali sono la dinamica e l’evoluzione del fiume. In pratica, si controllano le strutture generate dalla Moesa per verificare se siano sufficienti e idonee per i pesci. Il deflusso è un aspetto centrale: oggi le portate sono inferiori rispetto al passato, a causa dei cambiamenti climatici, delle minori precipitazioni nevose e dei prelievi idroelettrici. Riportare il fiume a ciò che era un tempo è difficile. Per questo il progetto ha cercato di restituire spazio e dinamica alla Moesa, creando appositi banchi che permettono di distribuire l’acqua sia nel corso principale sia nei rami laterali». Come quello realizzato nella prima fase del progetto al «Pascol Grand, dove – precisa ancora Simona Brofferio – l’ambiente è già molto ricco di fauna ittica e si è sviluppato molto bene. Anche il ponte faunistico è costantemente monitorato attraverso fototrappole, che hanno documentato fin dalla sua apertura il passaggio di cervi, volpi, caprioli e piccola fauna».

Il percorso didattico

Per permettere alla popolazione di entrare nel cuore di questi interventi e riscoprire un territorio ritrovato, lo scorso 9 maggio è stato inaugurato un percorso didattico ad anello di circa sette chilometri tra Lumino e San Vittore, che attraversa le zone interessate e le diverse tipologie di ambienti rinaturati.

Un tracciato ciclopedonale apprezzato da adulti e bambini, che di tanto in tanto interrompono la passeggiata per soffermarsi davanti ai pannelli informativi. Testi e immagini raccontano come funziona una rinaturazione, perché le zone umide siano così importanti e in che modo un territorio possa lentamente ritrovare il proprio equilibrio dopo anni di trasformazioni.

Ma forse il significato più profondo di questo percorso sta altrove. Nella possibilità di osservare da vicino qualcosa che troppo spesso dimentichiamo: la natura non è soltanto il paesaggio che fa da sfondo alle nostre vite. È un organismo complesso e fragile, che può essere compromesso, ma che sa anche rigenerarsi, se gli viene restituito lo spazio.