Il Regno Unito affronta un divorzio costoso e impopolare: tra cauti tentativi di riallineamento con Bruxelles, leadership in crisi e un’Europa che osserva senza entusiasmo
In un giugno piovoso e caldo di dieci anni fa il Regno Unito si svegliò fuori dall’Unione europea. I dettagli del divorzio erano così vaghi che quando Theresa May, la seconda del lungo corteo di premier decisi a dare un senso alla faccenda, pronunciò con volto serio lo slogan «Brexit vuol dire Brexit», nessuno le rise in faccia. Non c’era molto altro da dire, in effetti, perché chiunque si fosse azzardato a parlare di «danno enorme», come poi si è rivelato, sarebbe stato accusato di essere un pericoloso antidemocratico.
Il contesto è critico
Un decennio dopo, la necessità di riparare al danno è ampiamente condivisa nella società britannica, e la Brexit è un nastro che tutti vorrebbero riavvolgere senza farsi vedere, senza farsi notare, perché l’eco delle polemiche risuona come un monito, e nessuno sano di mente vorrebbe tornare a quel periodo attraverso un nuovo referendum. Tanto più che una delle conclusioni ferme di quella stagione è proprio l’inadeguatezza di quel particolare strumento per dirimere questioni complesse, e i politici di tutti gli schieramenti, con la sola eccezione degli incendiari di Reform Uk, in un modo o nell’altro stanno ragionando su come contenere i danni e cercare di recuperare un po’ di terreno rispetto a una crescita diventata davvero europea: esangue, sottotono. Inoltre, se la Brexit era una cattiva idea per il 2016, si è trasformata in una pessima idea per il 2026: ci sono due guerre e la special relationship con gli Stati Uniti è incrinata in modo forse irreversibile.
Il primo a immolarsi è l’attuale premier Keir Starmer, che avendo fatto 15 inversioni a U nella sua carriera a Downing Street, ha deciso di avviare la sedicesima per il bene del Paese: tornare nel mercato unico dell’elettricità , perché va bene rispettare il dettato popolare, ma davvero bisogna avere bollette più care? E quindi si ricomincia a negoziare con Bruxelles, sebbene nel manifesto elettorale ci fossero delle «linee rosse» oltre le quali il partito ha garantito che non sarebbe andato. Il suo contendente Andy Burnham è più cauto, visto che per lanciare una sfida alla leadership deve prima vincere un seggio in una zona molto brexiteer, davanti a un elettorato scontento, in settimane incandescenti dopo i fatti di Belfast. Perché se nelle città l’opinione pubblica è pentita, nelle zone rurali e nelle province, è il partito di Nigel Farage a guadagnare terreno, e sebbene ci sia l’immigrazione nel mirino, il dogma antieuropeista è saldo e la Brexit un precedente luminoso di vittoria contro le élites liberali.
Di ribaltamento, di Bre-entry o di Rejoin, si parla ormai da un po’, ma sottovoce
In realtà un risultato concreto del voto del 23 giugno del 2016 è stato quello di aver prosciugato il fiume dell’antieuropeismo che scorreva impetuoso nel Continente. La Brexit non è stata copiata da nessuno, è un dato di fatto, e anche il populismo ha preso altre strade, forse meno dannose per l’economia. Perché privarsi del mercato unico, se sei un Paese fortemente pro-libero mercato? Perché privarsi dei talenti europei che sono andati ad arricchire Londra se i benefici erano evidenti e l’integrazione facile? Il fatto che sia stata una catastrofe a rilascio lento o non l’apocalisse descritta dalla pigra propaganda europeista dell’epoca lascia spazio a chi dice che è stata solo gestita male, questa Brexit, impedendole di dare i risultati sperati. Fatto sta che oggi ci si rallegra che l’immigrazione sia tornata «quasi» ai livelli di prima del referendum, con appena 171mila arrivi all’anno, la metà rispetto al 2024 e molto più della famigerata promessa di David Cameron di riportare il dato alle decine di migliaia nel 2010.
Di ribaltamento, di Bre-entry o di Rejoin, si parla ormai, ma sottovoce. «Allineamento», dice Keir Starmer, ma solo su argomenti di piccolo cabotaggio, senza scomodare il tabù della libera circolazione dei lavoratori, primo argomento contro l’ipotesi di adattarsi al modello svizzero, secondo molti in assoluto il più ragionevole per andare incontro alle esigenze di tutti, anche se Londra dovrebbe adattarsi a regole che non ha contribuito a decidere. Da Bruxelles hanno fatto sapere che il famoso «cherrypicking», la scelta delle ciliegie migliori, non si può fare ed è la cosa da tenere presente in vista del prossimo incontro di luglio: quel balletto lì non deve ricominciare, le porte europee non sono spalancate, per adesso nei corridoi comunitari l’entusiasmo è contenuto. Perché per quanto sia triste la Ue senza il Regno Unito, perché accogliere di nuovo la volubilità culturale e identitaria di un Paese smarrito, in cui il promotore della Brexit, Farage, continua a godersi una crescita politica inarrestabile che, di incubo in incubo, potrebbe portarlo a Downing Street?
Parenti con cui intrattenere relazioni
Possibile che in dieci anni non si sia riusciti a metterlo davanti alle sue responsabilità , ad accompagnarlo fuori scena come è successo con Boris Johnson? «A Bruxelles se ne parla poco, prevale la cautela», spiega un alto funzionario, che ricorda come lo «choc doloroso e soprattutto inatteso» di un voto che ha gettato un’ombra sulla carriera di tanti oracoli non sia stato dimenticato. «Vediamo cosa hanno da dire, ma la linea prevalente, davanti a questo fare languido del Governo britannico, è il vatti a fidare», prosegue la fonte, ricordando come fino a un anno fa con gli inglesi non ci si parlasse proprio e che solo da poco iniziano a essere nuovamente considerati come parenti con cui intrattenere relazioni. «Al momento non vedo trazione, bisognerà vedere se più avanti si creeranno le condizioni», conclude. Anche perché, come avvertiva Eraclito, non si scende mai due volte nello stesso fiume.
