La geopolitica delle vacanze

by azione azione
17 Giugno 2026

Mai più tanta innocenza. Nei primi decenni del viaggio di massa si partiva per dimenticare tutto, entrando nel regno incantato del turismo internazionale. Anche i governi autoritari, come la Spagna di Francisco Franco, accoglievano senza problemi milioni di turisti, spesso concentrandoli in poche aree del Paese – Costa del Sol, Baleari – dove i controlli polizieschi erano allentati e la violenza meno esplicita. Poi qualcosa cambiò nella percezione dei turisti; compresero che con la loro presenza assicuravano valuta, immagine e legittimità a regimi ingiusti.

Il primo passo verso il cambiamento fu il boicottaggio turistico del Sudafrica dell’apartheid, parte di una più ampia campagna internazionale di isolamento sul piano economico, culturale, sportivo. Verso la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta del secolo scorso, l’Anti-Apartheid Movement scrisse alle principali compagnie turistiche britanniche, sollecitò i gruppi locali a fare pressione sulle agenzie di viaggio e organizzò anche un sit-in vicino allo stand della South African Airways al World Travel Market di Londra. Solo dopo la liberazione di Nelson Mandela dal carcere (1990) e la sua vittoria nelle prime elezioni democratiche del 1994 alla testa dell’African National Congress (ANC), i turisti tornarono numerosi: tra il 1993 e il 1999 i visitatori europei in Sudafrica passarono da circa 400’000 a quasi un milione, mentre quelli nordamericani crebbero da circa 75’000 a quasi 200’000.

Forti di questa esperienza, quando alla metà degli anni Novanta la giunta militare birmana lanciò il progetto Visit Myanmar Year 1996, nel tentativo di migliorare la propria immagine internazionale, si moltiplicarono gli appelli al boicottaggio promossi da Aung San Suu Kyi con diverse organizzazioni per i diritti umani e il turismo responsabile, con effetti meno vistosi rispetto al Sudafrica, ma comunque tangibili. A quel punto era chiaro: il turista era diventato un soggetto politico, che si poneva domande nuove: si può visitare serenamente un Paese fondato sull’ingiustizia? Il mio viaggio chi sostiene? Chi arricchisce? Quale immagine pubblica legittima? La scelta della meta diventa una dichiarazione d’intenti: non vado lì, non prendo quella compagnia, non voglio finanziare quel governo, non voglio essere complice.

In altri casi più recenti gli Stati hanno orchestrato o comunque incoraggiato campagne di boicottaggio turistico. Nel 2024, dopo alcuni commenti offensivi di esponenti maldiviani contro il premier Narendra Modi, gli arrivi dall’India calarono del 42% nei primi quattro mesi dell’anno. La Cina, inoltre, ha più volte trasformato il turismo in una leva di pressione nelle dispute regionali. L’ultimo caso tra fine 2025 e inizio 2026: dopo tensioni su Taiwan, gli arrivi cinesi in Giappone sono scesi del 61% su base annua. Reazioni spontanee, nazionalismo dell’opinione pubblica e pressioni di Pechino su tour operator e agenzie si mescolano.

Negli ultimi anni questa tendenza si è consolidata ma in forme nuove. Il boicottaggio non è più promosso da organizzazioni internazionali o dai governi, è piuttosto la somma di scelte individuali, spesso maturate attraverso i social. È un fenomeno nuovo, difficile da misurare ma sempre più visibile. Per esempio alcuni viaggiatori evitano Israele per protesta contro la guerra a Gaza; altri, al contrario, ci vanno per solidarietà, pellegrinaggio o legami familiari. Sull’altro versante alcune comunità locali contestano la presenza di turisti israeliani.

Nel luglio 2025 per esempio la nave da crociera Crown Iris, con oltre millecinquecento passeggeri israeliani, ripartì dall’isola greca di Syros senza farli sbarcare, dopo una manifestazione pro-palestinese nel porto. In questa vicenda il turista viene percepito non solo come individuo, ma come rappresentante di uno Stato, di una guerra, di una posizione politica. È noto poi come dopo l’elezione di Trump molti canadesi abbiano ridotto i viaggi negli Stati Uniti. Le statistiche segnano un calo di circa il 30% tra il 2024 e il 2026; e come loro francesi, tedeschi e svizzeri (un robusto -10% nel 2025, in aumento quest’anno). Nel nostro caso queste scelte politiche pragmatiche e individuali, senza troppo clamore, corrispondono bene a una naturale inclinazione: neutrali, ma non insensibili.