La fotografa dimostra come l’esperienza del viaggio possa coniugare stile e avventura, ed emancipazione
La fotografa Ruth Orkin (1921-1985), protagonista attualmente di un’importante mostra presso Palazzo Pallavicini a Bologna (fino al 17 luglio), e lo storico Daniel J. Boorstin (1914-2004), autore di The Image. A Guide to Pseudo-Events in America (1961), hanno più di una cosa in comune. Oltre ad aver raccontato, ciascuno a partire dal proprio ambito disciplinare, le trasformazioni che gli Stati Uniti attraversano nel ventesimo secolo, entrambi si sono interessati al tema del viaggio, al suo rapporto con la modernità , e al modo in cui le immagini raccontano e danno forma all’esperienza del viaggiare.
Secondo Boorstin, a partire dalla metà del diciannovesimo secolo l’esperienza del viaggio conosce un cambiamento che la trasforma gradualmente nell’idea accattivante veicolata dai prospetti e dalle agenzie turistiche contemporanee. Da lusso per pochi benestanti, da esplorazione per pavidi avventurieri, o necessità impellente per sfortunati perseguitati e fuggiaschi, nel giro di un secolo il viaggio viene addomesticato, democratizzato e, inevitabilmente, trasformato in un bene di consumo.
Un tempo viaggiare implicava una pianificazione minuziosa e necessitava di molto tempo e denaro
Un tempo, afferma Boorstin, viaggiare era un’impresa che richiedeva una lunga pianificazione, ingenti somme di denaro e un notevole investimento di tempo, oltre a comportare rischi per la salute e, in certi casi, per la vita. Per sostanziare la propria analisi, Boorstin si affida all’etimologia. Fa notare che l’antico sostantivo inglese travel (viaggio) deriva dal termine travail, mutuato dal francese e ampiamente attestato nel medio inglese (1150-1500) con il significato di fatica, lavoro o tormento. Ma non è tutto: travail deriva, a sua volta, dalla parola trepalium, che in latino volgare indicava uno strumento di tortura a tre pali. Stando all’evoluzione etimologica delle parole non sorprende dunque che in passato il viaggio fosse un’esperienza assai travagliata, faticosa e problematica, come del resto attestano ancora oggi le parole italiane travaglio e travagliato. Con lo sviluppo dell’industria del turismo – afferma Boorstin –, contrariamente a quanto succedeva in passato, non ci sono più sentieri vergini o orizzonti inconcepibili, ed è un po’ come se tutto fosse già pianificato in anticipo.
Sullo sfondo di questa rivoluzione storica e culturale di cui Boorstin ci offre una suggestiva analisi, prende forma il percorso artistico della fotografa Ruth Orkin che, ancora giovanissima, trasformerà l’esperienza del viaggio in una personalissima impresa degna dell’attenzione dei media. Nell’agosto del 1939, infatti, il «Boston Globe» pubblica un articolo su una ragazza di diciassette anni giunta a Boston in bicicletta dopo aver pedalato per tutto il tragitto da Los Angeles. Il suo nome è Ruth Orkin: con una bici robusta e tanta resistenza, aveva attraversato gli Stati Uniti in un’epoca in cui una simile indipendenza – specialmente per una giovane donna – era tutt’altro che comune.
Quella storia era semplicemente sensazionale, tanto più che restituiva quell’aura di avventura, di scoperta, e di impresa che l’industria del turismo stava gradatamente sottraendo al viaggio. L’articolo del «Globe» trasformava così un’avventura personale in un evento pubblico degno di interesse, suscitando una tale attenzione che Orkin fu rapidamente coinvolta in una serie di apparizioni mediatiche ed eventi promozionali. Parimenti, le aziende di biciclette e i pubblicitari videro in lei un simbolo perfetto di gioventù moderna, resistenza e libertà .
Con il senno di poi, l’impresa ciclistica di cui il «Boston Globe» racconta con così tanto entusiasmo sembrerebbe avvicinarsi, più che a un viaggio laborioso e travagliato, a un’efficace strategia comunicativa della giovane che, molto prima di imbracciare la macchina fotografica professionalmente e di diventare la fotografa che conosciamo oggi, aveva già assimilato un paio di cosette su come circolano le immagini, come viaggiano le storie, e come la visibilità possa creare opportunità .
Il coraggio e l’intraprendenza di Orkin dimostrarono come una donna potesse esplorareil mondo in autonomia
Tecnicamente, infatti, quello di Orkin più che un viaggio in bicicletta era un viaggio con la bicicletta. Molti tratti del viaggio venivano infatti compiuti in automobile e in treno, e la bicicletta veniva utilizzata soprattutto per attraversare le città , e spesso veniva integrata negli scatti che la ragazza realizzava per testimoniare i suoi spostamenti. Ma sta proprio qui l’originalità del viaggio: affrancandolo da quelle che erano le difficoltà più ingombranti che condizionavano il viaggio premoderno, Orkin si smarca altresì dall’idea del viaggiatore che prende piede in quegli anni e che si cristallizza nella figura del turista di cui Boorstin aveva intercettato alcune caratteristiche: la tendenza alla superficialità e la volontà opportunistica di limitarsi ai luoghi d’interesse consacrati senza esporsi oltre.
Come dimostra l’album fotografico dal titolo Bike Trip: USA, 1939 pubblicato nel 2023 che raccoglie gli scatti realizzati lungo il percorso, l’impresa della Orkin è un vero e proprio progetto artistico. Questo primo viaggio non si riduce però all’attraversamento fisico del paese, ma è anche il primo passo verso una vita definita dal movimento, dall’osservazione e dalla consapevolezza dell’importanza di essere visti. Quell’impresa giovanile avrà , insomma, una doppia valenza formativa: da una parte incoraggia una vocazione per la fotografia, e dall’altra definisce in nuce un approccio all’immagine e uno stile di vita che verranno ulteriormente sviluppati nei progetti successivi.
Il coraggio e l’intraprendenza di quell’adolescente su due ruote dimostrarono che una donna poteva esplorare il mondo in autonomia. Dodici anni dopo, nel 1951, questa stessa filosofia spinse Orkin a viaggiare da sola in Israele e poi in Europa. Quando a Firenze incontrò la studentessa Ninalee Craig, decise di creare una serie di fotografie che mostrasse gli incontri e i retroscena di una giovane donna che viaggia senza accompagnatori. Il risultato più eclatante di questo progetto fu American Girl in Italy («Una ragazza americana in Italia»), uno scatto che ritrae Ninalee Craig mentre attraversa a testa alta Piazza della Repubblica, circondata dagli sguardi, dai fischi e dall’ammirazione estemporanea di un gruppo di uomini.
Quell’immagine, sospesa tra il reportage di viaggio e l’istantanea di costume, con gli anni è diventata un simbolo dell’indipendenza femminile nel Secondo dopoguerra, ma è anche un esempio concreto di come Orkin abbia saputo reiventare, al di là degli stereotipi e delle convenzioni, l’esperienza moderna del viaggio.
Una cosa è certa: senza la spavalderia e la libertà vissute su quella bicicletta nel 1939, Ruth Orkin non avrebbe probabilmente mai sviluppato quella consapevolezza e quello sguardo che, dodici anni più tardi, ci hanno regalato il suo scatto più iconico.
