È uscita per i tipi de Il Saggiatore la raccolta Vita nova
Vita nova, libro di Louise Glück, pubblicato negli Stati Uniti nel 1999, è ora in Italia per il Saggiatore con l’importante e partecipata traduzione dell’anglista Massimo Bacigalupo. E, certo, il titolo rimanda, come penso volesse la poetessa statunitense, a una delle immagini fondanti della cultura europea, l’incontro di Dante con Beatrice. E mi torna in mente, quasi a prender atto di quanto la visione dantesca sia potente e si muova nei secoli, la famosa raffigurazione fatta dal pittore londinese preraffaellita Henry Holiday, che ritrae l’incontro dei due presso il ponte di Santa Trinità in Firenze.
Incontri della vita quindi, casuali forse, negli incroci delle strade; incroci del destino, delle esistenze, che poi talvolta si separano, prendendo strade autonome. E allora forse, in ogni vita, questo vuole suggerirci Glück, l’accordo degli spiriti e dei corpi può divenire disaccordo, stridore silenzioso, dentro un rapporto formalmente intatto e per questo ancora più infernale: «… // Chiedile se il fuoco fa male. // Ricordo che / eravamo insieme. / E a poco a poco ho capito / che per quanto nessuno dei due si fosse mai mosso / non eravamo insieme ma profondamente separati //». E la fine del rapporto tra gli amanti, per paradosso non porterà altresì a questo? A una vita nuova?
Ecco, il titolo, scritto in italiano naturalmente anche nella edizione inglese, sta a indicarci quindi una simbologia di senso che tocca ogni parte del libro e sembra ricordarci quanto sia importante e al tempo problematica la nostra relazione col mondo e con tutte le cose che lo abitano. Quel mondo che la poetessa, lo possiamo intuire, senza ombra di dubbio, amava e al tempo stesso aveva in odio.
Per istinto vi si immerse, mangiandone i frutti proibiti; la scrittrice aveva fame delle cose terrene e difatti la parola hungry in questo libro ricorre molto spesso. Ma, al tempo, la dimensione delle idee, della pura astrazione era lì a suggerirle, con i suoi contorni perfetti e ineffabili, di non mischiarsi col troppo commercio, le troppe pratiche: «… // E sono stanca di esser avversata / e stanca di esser costantemente contraddetta dalla materia, /…/ Vieni dunque, Astrazione, / portami dove hai portato tanti altri, / lontano da qui, nel vuoto, il pascolo stellato. // Portamici subito, / Sogno della Cieca Speranza / ».
Nella sua scrittura, era chiara una certa distanza dalle cose del mondo che, più si approfondiva, e più per paradosso affiorava, nella lettura del reale, un taglio acuminato, quasi apodittico. Rientra in questo sprofondo abissale e senza via di fuga di cui talvolta il verso si alimenta, anche l’interloquire con sé stessa in terza persona, quasi sdoppiandosi; ne escono domande stranianti, sull’origine sempre dubbiosa dei propri travagli che, però, come ferite mai del tutto sparite, alimentano certe psicosi dormienti, pronte a riemergere a ridosso di eventi particolari: «//Perché sei andata via? // Sono uscita viva dall’incendio; / come può essere accaduto? // Quanto è andato perso? // Nulla è andato perso: tutto è stato / distrutto. La distruzione / è il risultato dell’azione //…// Perché sei andata via? // Mi son svegliata in un altro mondo. / Tutto qui. // Perché sei andata via? // Il mondo era cambiato. Sono uscita dal fuoco / in un mondo diverso-forse / il mondo dei morti, per quanto ne so /…».
E certo anche l’anoressia in tempo adolescenziale, come la perdurante epilessia, furono l’humus perché la scrittrice sviluppasse una ipertrofia dei sensi, che trovò poi nella parola poetica un autentico strumento comunicativo. Difatti, a leggerlo, questo verso, è sempre franto nel suo interno; si badi non nella forma molto prosastica, ma appunto nel respiro. Si sovrappongono in esso piani temporali e immagini, il passato prossimo lascia subito posto al remoto; gli spazi nella pagina suggeriscono al lettore stesso di elaborare quel tempo centrifugato che vi passa in mezzo.
Queste continue cesure, talvolta cerniere temporali, sono pure aiutate dalla dimensione onirica che, aggirandosi come un fantasma, ha quasi la stessa forza di quella reale, anzi con essa vive parallela, per testimoniare di verità inquietanti: «…/…Era / un bel sogno, la mia vita era piccola e dolce, il mondo / ampiamente visibile perché remoto. // Il sogno mi mostrava come riprendermelo, / tenendomene al sicuro. Mi mostrava / addormentata nel mio vecchio letto, le prime stelle / tremolanti attraverso frassini spogli. //…».
Così pure il mito della classicità, rivisitato in una chiave sorprendentemente moderna e già presente in altre raccolte, come Averno, sempre pubblicata alcuni anni fa da il Saggiatore, è a far da sfondo e puntellare quelle che furono le sue variegate tragedie famigliari e personali, come la separazione, dopo molti anni, dal suo compagno di una vita. Esse, difatti, non sono altro che la ripetizione per ardore, ira, dolore, fragilità, rinascita, della scrittura del mito, sempre utilizzata dall’autrice come un tragico proscenio: «… // Come vorresti morire/mentre Orfeo cantava? / Una morte lenta; lungo tutto il cammino per Dite / l’ho sentito. //…/ Lungo tutto il cammino per Dite / ho sentito mio marito che cantava,/pressappoco come ora mi senti tu. / Forse è stato meglio così, il mio amore fresco nel pensiero / persino nel momento della morte. / …».
Una poetessa questa, che ha saputo dare forma netta a immagini interiori contrastanti, nerissime talvolta, mettendo a nudo il proprio sentire; ma Louise Glück non si è fermata a questo dato di apparente disperazione, anzi, col suo grande talento poetico, l’ha rivoltato con sorprendenti immagini di vitalità e rinascita. E allora mi pare che anche le visioni di questa autrice sembrino portar scritto: «più in là».
