Mondoanimale: un minuscolo mollusco marino capace di sfruttare la fotosintesi sfida i confini tra animale e vegetale
Dopo una giornata di pioggia, nei giardini e nei boschi del Ticino compaiono silenziose le chiocciole: lente, lucide, con il guscio sulle spalle e una vita fatta di foglie e umidità . Sono tra gli animali più familiari che possiamo incontrare, tanto comuni da passare quasi inosservati. Si nutrono di piante, ma nel farlo le distruggono completamente perché ciò che mangiano viene digerito, trasformato, assimilato. Possiamo chiaramente affermare che il confine tra animale e vegetale, in questi casi, è netto. Eppure, se ci spostassimo di migliaia di chilometri, sotto la superficie di mari tropicali, scopriremmo una loro lontana «parente» che sembra uscita da un altro regno. È minuscola, verde brillante, con appendici che ricordano foglie o petali. E, soprattutto, fa qualcosa che nessuna chiocciola di giardino potrebbe mai fare: sfrutta la luce del sole per produrre energia. Si chiama Costasiella kuroshimae ed è diventata uno dei simboli più affascinanti della divulgazione scientifica contemporanea, non solo per il suo aspetto, che le ha fatto guadagnare il soprannome di «lumaca pecora» o «ladra di luce», ma per il fenomeno biologico reale che rappresenta, studiato in modo rigoroso da università e centri di ricerca, tra cui i lavori dell’Università di Bonn pubblicati su «Frontiers in Zoology» e le ricerche di Gregor Christa e collaboratori tra Bonn e Düsseldorf, apparse sul «Journal of Molluscan Studies».
Questa specie appartiene al gruppo dei sacoglossi, molluschi marini altamente specializzati nel nutrirsi di alghe. Durante l’alimentazione utilizza una struttura chiamata radula, una sorta di «lingua dentata», con cui perfora le cellule algali e ne aspira il contenuto. E fin qui, nulla di particolarmente insolito, ma è ciò che accade dopo a rendere il processo straordinario. Invece di digerire completamente il materiale ingerito, la Costasiella trattiene i cloroplasti, cioè gli organelli responsabili della fotosintesi. Questo processo, noto come kleptoplastia, rappresenta uno dei casi più singolari nel regno animale. Uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Bonn insieme a collaboratori internazionali, evidenzia come questa capacità sia limitata ai molluschi sacoglossi, rendendola una strategia evolutiva estremamente rara.
Un contributo fondamentale allo studio del genere Costasiella arriva dal lavoro di Gregor Christa e colleghi presso il Zoologisches Forschungsmuseum Alexander Koenig (Bonn) e la Heinrich-Heine-Universität Düsseldorf. Nel loro studio del 2014 gli autori dimostrano che alcune specie del genere, tra cui forme affini alla Costasiella kuroshimae, sono in grado di mantenere cloroplasti attivi per settimane, periodo durante il quale avviene effettivamente la fissazione del carbonio, cioè una forma reale di fotosintesi. A questo punto, la tentazione è forte nel chiederci se possiamo davvero parlare di un animale che «diventa pianta». La risposta, come spesso accade in biologia, è più sfumata di quanto possiamo immaginare perché lo stesso studio mostra infatti che la fotosintesi non è sufficiente a garantire la sopravvivenza a lungo termine e il riassunto delle conclusioni suona così: «Gli animali possono vivere anche senza luce per periodi prolungati, il che suggerisce che i cloroplasti funzionino più come una riserva energetica temporanea che come un sistema completamente autonomo».
Questa interpretazione è ancor più autorevole in quanto è stata ripresa anche da ricerche più recenti, come quella dell’Università di Aveiro in Portogallo che analizza nel dettaglio i meccanismi cellulari della kleptoplastia e il loro ruolo nel metabolismo. Ad ogni modo, dal punto di vista cellulare, il fenomeno è ancora oggi oggetto di studio e il «Current Biology» riporta una ricerca del 2025 che suggerisce come i cloroplasti vengano mantenuti all’interno dei «kleptosomi»: compartimenti specializzati nel regolare la sopravvivenza temporanea nelle cellule animali. Questo dettaglio è cruciale, in quanto esso indica che non si tratta di una vera integrazione evolutiva (come quella che, milioni di anni fa, ha portato all’origine delle piante) ma piuttosto di una convivenza controllata e limitata nel tempo.
Anche l’aspetto della Costasiella racconta questa storia biologica: le sue appendici dorsali, chiamate cerata, aumentano la superficie corporea e ospitano i cloroplasti, conferendole il tipico colore verde brillante. E non è solo un effetto estetico: è la manifestazione visibile della clorofilla funzionante all’interno del suo corpo, come una sorta di «impronta» vegetale su un organismo animale. Le sue dimensioni restano minuscole (appena 5-10 millimetri) ma sufficienti per essere osservata a occhio nudo. Vive su specifiche alghe del genere Avrainvillea, da cui dipende completamente per ottenere i cloroplasti. E, fatto bizzarro, ogni individuo deve «rubarli» nuovamente: non li eredita, non li produce, non li conserva per tutta la vita. Quindi, i ricercatori sono tutti concordi sul fatto che «in questo senso, la Costasiella kuroshimae non è una fusione tra animale e pianta, ma piuttosto un esempio raffinato di opportunismo evolutivo. Una strategia intermedia, fragile e temporanea, che però apre interrogativi profondi su simbiosi, metabolismo e origine degli organelli cellulari». La natura, anche nei suoi dettagli più piccoli, è spesso molto più complessa e più creativa di quanto immaginiamo.
