Cuba punta sul sole che parla cinese

by azione azione
10 Giugno 2026

Mentre blackout e carenze idriche tormentano l’isola stretta nella morsa dell’embargo statunitense, l’Avana guarda al fotovoltaico e all’asse con Pechino

Cuba resta al buio in un clima di forti tensioni. A inizio maggio l’Unión Eléctrica (UNE) ha registrato un deficit record di 1448 megawatt, pari a circa la metà del fabbisogno nazionale; a metà mese l’Avana ha vissuto cinque notti consecutive di proteste contro i blackout e la mancanza d’acqua. Beat Schmid, responsabile energetico dell’Ong svizzera AMCA, spiega dalla capitale: «I blackout superano le venti ore giornaliere. Senza carburante i servizi essenziali sono sotto pressione: i camion dei rifiuti non circolano e la catena del freddo è compromessa. Nei supermercati gli scaffali si svuotano: senza petrolio non si produce più». Oltre il 70% delle famiglie ha ridotto i pasti; molte sopravvivono solo grazie alle rimesse estere. Al collasso alimentare si aggiunge un sistema sanitario allo stremo, con ambulanze ferme e medici costretti a dormire in ospedale.

Oltre all’emigrazione di massa che segna l’intero Paese, la crisi colpisce anche il cuore agricolo di Viñales – mecca della produzione di tabacco – dove il turismo è praticamente azzerato. Per Aldo Tomás Suárez Rodríguez, professore al Centro universitario municipale, la quotidianità è una «resistenza creativa: i blackout arrivano all’improvviso e si sommano al blocco dell’erogazione idrica». In questa paralisi nazionale, l’Avana accelera sulle rinnovabili con Pechino. I dati di Ember («Financial Times») mostrano che l’export di pannelli cinesi verso l’isola è passato dai 16,6 milioni di dollari del 2019 ai 117 milioni del 2025. Questa svolta è una priorità di sicurezza nazionale, ma solleva un dubbio: l’asse con Pechino basterà a diversificare un mix energetico al collasso?

La scommessa dei 54 parchi

Grazie all’intesa con la Cina, il Piano nazionale fonti rinnovabili (FRE) ha allacciato alla rete nell’ultimo anno 54 parchi fotovoltaici per circa 1 GW di potenza. Di giorno il sole copre fino a un terzo del fabbisogno, ma la rete è fragile e obsoleta: le infrastrutture disperdono quasi un quinto dell’elettricità prodotta a causa di cavi e trasformatori usurati da decenni. Il vero nodo resta l’accumulo. Per questo il ministro dell’Energia, Vicente de la O Levy, ha annunciato sistemi di storage: grandi batterie industriali capaci di regolare gli sbalzi e rilasciare l’energia nelle ore di picco. Una tecnologia cruciale, ma ancora insufficiente.

La rivoluzione dei tetti

La transizione passa anche dai tetti della capitale. «All’Avana i pannelli si diffondono su case e attività grazie al sostegno economico dei familiari emigrati all’estero», spiega Schmid. In queste settimane la rete si estende con 5000 kit domestici da 2kW donati da Pechino per case isolate e centri vitali. A Viñales, la famiglia Rodríguez ne ha installato uno al costo di 150 dollari, contro i 2000 di mercato, prezzo inaccessibile sull’isola dove lo stipendio medio varia dai 7 ai 30 dollari mensili. «È un aiuto importante», racconta il professore, «lo abbiamo installato grazie a un programma statale per i professionisti di università, sanità, istruzione e ricerca». Lo stesso piano doterà anche banche, policlinici, case di riposo, strutture materne e servizi funebri, permettendo di usare il sole per luce, cottura e refrigerazione. Ma la tecnologia risponde a logiche globali: per allentare la morsa della crisi, Cuba si ritrova a legare il proprio futuro alle catene di approvvigionamento asiatiche.

Il prezioso nichel

Pechino controlla l’80 per cento della filiera globale del fotovoltaico. Per Cuba questo dominio è una necessità geopolitica: la tecnologia del Dragone viaggia al riparo dai vincoli dell’embargo statunitense. Muovendosi fuori dal circuito del dollaro, Pechino sostiene l’isola con donazioni e con il baratto di materie prime come il nichel, risorsa strategica per l’industria siderurgica asiatica, di cui il sottosuolo cubano è ricchissimo. L’asse politico è solido, come dichiarato dal portavoce degli Esteri cinese Lin Jian: «Faremo il possibile per supportare Cuba». Aiutare l’Avana significa, per Pechino, consolidare così un alleato a due passi dagli Stati Uniti e garantirsi uno snodo logistico verso il Centro e Sud America, anche se gli analisti evidenziano il rischio di un «lock-in tecnologico». Sul terreno i tecnici cinesi infatti non mancano: «Sono impegnati nella costruzione dei parchi, ma il grosso del lavoro è fatto comunque dai cubani», osserva Schmid. Intanto, scooter e veicoli elettrici cinesi iniziano a rappresentare un nuovo volto delle strade cubane.

L’assedio dei mercati

Sull’altro fronte pesa l’inasprimento delle sanzioni statunitensi. Per Schmid, che con AMCA si è visto negare prodotti «made in USA» in più occasioni, senza un alleggerimento delle pressioni non ci sarà sviluppo. Il nuovo ordine esecutivo di Trump del 1. maggio 2026 ha introdotto severe sanzioni secondarie, spaventando le banche internazionali e innescando un effetto di overcompliance (ovvero andare anche oltre la norma per stare «ultrasicuri») tra le aziende europee. Intanto i partner latinoamericani arretrano: dal Messico e dal Venezuela i flussi petroliferi si sono praticamente azzerati a inizio 2026. È il paradosso di un’isola che estrae il 40% del greggio necessario, ma si tratta di un olio extra-pesante e sulfureo, impossibile da raffinare per i carburanti tradizionali e utilizzabile solo nelle centrali termoelettriche. Per i trasporti Cuba dipende da un estero che non risponde, se si escludono consegne russe episodiche come la petroliera Anatoly Kolodkin, i cui 700’000 barili garantiscono appena una settimana di autonomia al sistema.

Sovranità o nuove dipendenze?

Tra blackout e forniture in calo, il fotovoltaico resta così l’unica alternativa energetica. Come afferma l’ingegnere Ramsés Montes Calzadilla, direttore della Strategia energetica del Ministero dell’energia: «A Cuba il sole non si sanziona. Il carburante è qui». Lo sviluppo del solare potrebbe così far risparmiare all’isola 750mila tonnellate di combustibile all’anno, tuttavia meno petrolio significa più tecnologia straniera. «Cuba è sempre stata storicamente dipendente da partner esterni», chiosa Rodríguez, ricordando i sovietici, il Venezuela e oggi Pechino. Una dinamica storica che continua a condizionare le scelte strategiche dell’Avana. Per Schmid il solare resta comunque «il futuro», mentre per Rodríguez è «l’unica fonte affidabile quando cala il buio». Le petroliere possono essere bloccate dalle sanzioni. Il sole no.