Teatro: nato dai verbali di Avignone trasforma la vicenda di Gisèle in una denuncia feroce
Un lunghissimo applauso ha siglato la conclusione de Il processo Pelicot, oratorio scenico firmato da Milo Rau con Servane Diècle, proposto al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano nell’ambito del Festival Presente Indicativo.
Unica data italiana di uno spettacolo fuori abbonamento di cui la prima assoluta è andata in scena un anno fa nell’ambito delle Wiener Festwochen di cui Rau è direttore artistico dal 2023.
Più che di uno spettacolo, è forse più giusto parlare di un atto civile. Un principio che il regista svizzero conosce bene e di cui ha fatto bandiera attraverso un teatro di realismo globale che scuote le coscienze, ricostruisce il racconto, indaga, si interroga e denuncia. Ma ricordiamo i fatti.
Il processo Pelicotsi è tenuto ad Avignone nel 2024. Riguardava una lunga serie di violenze sessuali commesse tra il luglio 2011 e l’ottobre 2020 a Mazan, una cittadina nel sud-est della Francia. Per quasi dieci anni Dominique Pelicot ha drogato la moglie Gisèle consentendo a decine di estranei reclutati in rete (di età compresa fra i 26 e i 74 anni e dai mestieri più disparati) di abusarne sessualmente mentre era incosciente, filmando quegli stupri e diffondendoli online.
Scoperto il crimine, accettando di rendere pubblico il dibattimento celebrato a porte aperte, Gisèle ha trasformato quel processo in un evento fra i più mediatici e discussi di sempre, che ha scosso l’opinione pubblica: la determinazione e il coraggio della vittima in quella aperta denuncia l’hanno resa simbolo della lotta contro la violenza di genere.
Ma non basta. Quel processo non ha costituito unicamente la narrazione di uno fra i tanti casi di stupro e abuso sessuale che purtroppo ci vengono raccontati dalla cronaca.
Grazie all’enorme architettura drammaturgica basata su frammenti scelti fra gli atti dibattimentali, l’intelligente, accurata e raffinata operazione di Rau e Diècle, oltre a ricostruire la perversa dinamica dell’orrore di una lunga e reiterata violenza sessuale, ha anche permesso di denunciare un sistema di dominio patriarcale basato sul potere e la sopraffazione dell’uomo sulla donna in una prospettiva sociologica e filosofica da cui emergono vigliaccheria per uno stupro sistemico: «Una vergogna che deve cambiare campo», come ebbe a dichiarare Gisèle Pelicot.
«Questo caso – ha commentato Milo Rau – rappresenta uno studio empirico involontario sull’onnipresenza del patriarcato e della cultura dello stupro, che continuano a infiltrarsi nelle nostre vite nonostante decenni di campagne di sensibilizzazione, leggi sempre più severe e il successo del movimento MeToo nel dare voce alle vittime».
Sulla scena del Teatro Studio abbiamo ascoltato una trentina di interpreti fra attori affermati (tra cui Mauro Avogadro, Federica Fracassi, Giovanni Franzoni, Giusi Merli, Renata Palminiello, Renato Sarti, Cinzia Spanò), allievi attori ma anche attivisti e professionisti scelti fra giornalisti, avvocati e antropologi. Oltre quattro ore di spettacolo che ricostruiscono 600 ore di processo a 51 imputati per giungere a un verdetto su oltre 200 casi di stupro tramite sottomissione chimica: tutti condannati.
Un oratorio scenico potente attraverso un racconto duro nella freddezza della sua logica distorta e aberrante di un sistema di dominio e crudeltà .
Una grande lezione di memoria e di realtà che conferma Milo Rau come un regista straordinario, innovativo, capace di trasformare il teatro in una macchina di irresistibile empatia emozionale.
