Attraverso il ritratto dell’amico Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni propone una riflessione sulla coerenza tra scelte di vita e scrittura
La parte più commossa e triste dell’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia (in corsa per il Premio Strega), la si incontra naturalmente nelle ultime pagine, dalla 196 in poi, circa. «Vedevo Celati che si aggrappava ai miliardi di neuroni ancora intatti e in servizio, ma altri miliardi erano lì incerti sulla soglia dello sciopero o della pensione». Era il 2012 e Gianni Celati aveva finito più o meno da un anno la sua estenuante traduzione dell’Ulisse di James Joyce. Ermanno Cavazzoni, che dedica questo suo ultimo lavoro al racconto della loro amicizia, avanza l’ipotesi che i cinque anni di lavoro necessari al completamento dell’impresa avessero a modo loro contribuito al deperimento generale delle energie e dello stato di salute di Celati. Lo sforzo di rendere la complessità di quelle pagine, con la loro caleidoscopica ricchezza di stili, aveva duramente messo alla prova le risorse dello scrittore. Lui stesso riconosceva di essere rimasto estenuato dalla fatica.
Rendono poi pregnante, affascinante, la lettura di questo mémoire di Cavazzoni i suoi tentativi di collegare l’amara conclusione d’esistenza con la globalità dell’esperienza umana e creativa di Celati. Sorgono domande fatalistiche, quasi plutarchiane. C’era qualcosa che poteva lasciare presagire una fine di questo tipo? O, piuttosto: in che modo questo destino poteva essere prefigurato nelle scelte artistiche di Celati? O, meglio: in che modo lo scrittore malato e al termine del suo cammino terreno rimaneva legato, e conseguente, alle sue scelte estetiche? Per lui che aveva voluto perseguire una letteratura originale, fuori dagli schemi, vitale e libera, che rispondesse con sincerità alle sue convinzioni personali: in che modo l’intreccio di realtà e letteratura sono venuti a convergere nella vita (e nella morte) di Gianni Celati?
La tesi principale che Cavazzoni ripropone in vari momenti del suo libro è che uno degli atteggiamenti più tipici dell’amico, nel suo modo di affrontare la vita, fosse l’istinto della fuga. Celati, secondo Cavazzoni, in vari momenti della sua esistenza si sarebbe affidato a questa forza anarchica e ribelle, che gli impediva di accettare accomodamenti e compromessi. Così come nella scrittura aveva cercato in ogni modo di rifuggire dai cliché e dal formalismo, Celati aveva come atteggiamento di fondo quello di aprirsi all’ignoto, all’insicurezza.
C’è un bel documentario da qualche parte su YouTube in cui Celati cammina per la campagna emiliana (quella che ha raccontato nei suoi libri e mostrato nei suoi film come Strada provinciale delle anime, o Case sparse) dove a un certo punto dice qualcosa del tipo: «Dobbiamo sempre sbagliare strada. Per fermarsi questo è l’unico modo, che ci permette di vedere quello che abbiamo intorno». Verrebbe da pensare che questo sia proprio l’atteggiamento a cui allude Cavazzoni, e che Celati ha più volte messo in pratica nella propria vita. Ad esempio quando ha deciso di rinunciare alla sicura posizione di docente universitario per diventare un pubblicista libero dalle costrizioni e poi anche un insegnante nomade, costretto a rincorrere la precarietà in giro per l’Europa.
Forse vedere la scomparsa di Celati come un estremo tentativo di fuga può renderci più accettabile e comprensibile la sua dipartita? «Celati ha concluso la vita, o ha cominciato a concluderla, senza che lui lo sapesse (…) diventando un suo personaggio, o, che è lo stesso, uno dei suoi eroi letterari ammirati ed amati. Lo si può dire a rovescio, che nei suoi libri c’erano già scritti gli ultimi suoi anni (dal 2015?) e la sua fine. Queste cose le dico come fossi un entomologo che studia una farfalla e le tappe della sua metamorfosi» (p.227).
In tutto il suo raccontare, in effetti, Cavazzoni si tiene ben lontano dall’apologia, dall’enfasi, dal compianto d’occasione. Il suo discorso è tanto più apprezzabile proprio perché ci restituisce gli aspetti più concreti, operativi quasi, della loro relazione. E trattandosi di due «lavoratori della fantasia» il rapporto tra scrittori è naturalmente caratterizzato da articolatissime e divertenti costruzioni di racconti, suscitati sia dalla loro esperienza personale, sia da avventure vissute insieme nei contesti più disparati.
L’amicizia di Cavazzoni e Celati, come questo libro racconta, è una germinazione di spunti letterari condivisa in interminabili conversazioni, tra due scrittori che hanno scelto di percorrere strade discoste, eccentriche, fuori dagli schemi e dalle accademie. Il libro ci fornisce, quindi, indirettamente e non inaspettatamente, il ritratto di un movimento culturale importante, anzi forse fondamentale per il Novecento italiano, un movimento che trova i suoi esordi nell’epicentro culturale bolognese di fine anni Settanta, ma che, a ben vedere, subisce le influenze della cultura emiliana partendo dai suoi più prestigiosi antenati, come Ariosto e Boiardo. Sono proprio le avventure cavalleresche il collante intellettuale tra loro, che diventerà poi un vero collante affettivo. Come nel caso di due Don Chisciotte (o due Sancio Panza) in dialogo, tra un’impresa e l’altra.
