Gli ostinati volti di Carlo Agostino Meletta

by azione azione
3 Giugno 2026

Ritratti, ex voto e la nuova monografia del Museo Onsernonese riscoprono il pittore ottocentesco della valle non solo come «naïf nostrano», ma come testimone di un intero mondo rurale

Sono lì, severi, silenziosi, quasi ostinati. E più li si osserva, più diventa difficile considerarli dei semplici esempi di «arte popolare». L’ottocentesco pittore della Valle Onsernone Carlo Agostino Meletta è rimasto una figura laterale per molto tempo.

Scoperto da Aldo Crivelli nella prima metà del Novecento, a svelare la sua storia e la sua fortuna fu il maestro di scuola del Locarnese e critico d’arte Angelo Casè che, alla fine degli anni Settanta nella biografia romanzata dedicatagli, definì il «misterioso artista popolare» un pittore «onesto e sensibile». Oggi dobbiamo però la sua riscoperta al Museo Onsernonese – che fino al 25 ottobre ospita a Loco la mostra a lui dedicata – e in particolare allo storico dell’arte Giulio Foletti e al curatore del museo Mattia Dellagana. Esposizione, si diceva, che accompagna il volume Carlo Agostino Meletta – Pittore della Valle Onsernone – 1800-1875 – Vita e opere di cui i citati sono cofirmatari e che non solo supera l’idea di catalogo ma addirittura amplia e completa quanto finora si conosceva dell’artista, mettendo in luce la storia di molti dei suoi ritratti, ma pure svelando altri ambiti in cui il Meletta si distinse, dando corpo a uno studio scientifico che finora non era mai stato fatto su questo pittore onsernonese.

Ritratti severi, abiti conservati per generazioni, arte sacra e vite che sembrano uscite da una Spoon River alpina

«Esatto.» conferma Dellagana, «La monografia è il vero studio: la trasposizione su carta di una ricerca che ha permesso di far emergere tutta la dimensione dell’arte sacra, oltre ai ritratti per cui Meletta era conosciuto. In mostra si trova infatti giocoforza solo una parte della sua produzione, non potendo includere gli affreschi sulle facciate delle case, nelle cappelle e nelle chiese della valle, ma non solo».

Ed è proprio qui che il discorso si fa interessante: il Meletta oggi non appare più, come diceva Piero Bianconi, soltanto «uno dei tanti e più o meno dimenticati naïf nostrani» (ndr. anche detti «pittori di villaggio»), ma come qualcuno che ha registrato un intero universo umano, un universo rurale, montano, pre-fotografico.

Il Meletta aveva imparato il mestiere seguendo i lavori di altri maestri, senza una preparazione accademica solida. E non si può dire che fosse avanguardista; non seguiva le mode artistiche del tempo: riproduceva semplicemente schemi pittorici familiari ai suoi occhi: «Sarebbe però sbagliato dare alla definizione di “pittore di villaggio” un’accezione negativa», spiega Dellagana. «Meletta ha avuto, a mio avviso, un ruolo molto importante nella società rurale dell’epoca, da cui peraltro molti di noi discendono. Ricordiamoci che i villaggi delle valli erano estremamente popolosi: la Valle Onsernone, all’inizio dell’Ottocento, contava più abitanti della città di Locarno. Il Ticino era un cantone rurale, di valli e montagne, e questi pittori hanno messo su tela e sugli intonaci delle case, delle cappelle e delle chiese i riferimenti iconografici del loro mondo. Hanno raffigurato uomini e donne della comunità in cui vivevano, così come le figure celesti a cui gli abitanti si appellavano nel corso della vita. Sono pittori rappresentativi del loro mondo; autentici, genuini e profondamente legati alla realtà per cui lavoravano. Pur se considerati dalla storia dell’arte semplici “pittori di villaggio”, secondo me hanno anche un valore artistico, ma soprattutto possiedono un forte valore etnografico e antropologico: senza di loro non avremmo i volti e gli sguardi della società rurale ticinese».

Molto importante anche per scongiurare il rischio di immaginare l’Ottocento delle valli ticinesi solo in bianco e nero: severo, povero, quasi uniforme. I quadri di Meletta restituiscono infatti un mondo sorprendentemente ricco di dettagli, colori e identità. Foulard vivaci, cinture dorate, velluti, gioielli, pizzi, corsetti. Soprattutto nei ritratti femminili, gli abiti colpiscono immediatamente; indumenti che in verità non sembrano coincidere davvero con l’idea stereotipata che spesso abbiamo del Ticino ottocentesco: «Innanzitutto spesso non si tratta di abiti quotidiani, ma dei costumi della festa o della domenica, quindi vestiti più belli. Detto questo: il Ticino è piccolo, ma contiene grandi diversità interne. I musei etnografici servono proprio a mostrare quanto le storie delle diverse valli, pur vicine geograficamente, avessero caratteristiche particolari. Il costume femminile nei ritratti di Meletta è a metà tra verità, interpretazione e simbolismo. Però bisogna ricordare che nelle collezioni del Museo Onsernonese abbiamo molti oggetti identici a quelli raffigurati nei dipinti. In alcuni casi abbiamo proprio gli stessi oggetti. A pagina 42 del libro, per esempio, nel ritratto di Maria Giovanna Schira, si vedono corsetto, pizzo, foulard e cintura conservati dal museo. Sono stati donati dal bisnipote della donna, che conservava sia il ritratto sia gli abiti dell’antenata».

Ed è proprio in questo spazio ambiguo tra realtà e interpretazione che la pittura di Meletta diventa affascinante. Perché lui non si limita a documentare, ma valorizza. Osservando alcuni ritratti si ha quasi la sensazione che riesca a conferire ai soggetti una dignità regale. Non perché li trasformi in aristocratici – restano uomini e donne di montagna – ma perché li sottrae alla marginalità. I dettagli degli abiti, gli accessori, le pose, persino gli anelli ostentati su più dita, sembrano dire che nessuna di quelle vite fosse troppo piccola per non meritare di essere fissata sulla tela: e «questo è il potere della pittura», come osserva il curatore. «Rispetto alla fotografia permette di andare oltre nella rappresentazione dei propri soggetti». Non dunque davvero inventare, ma esaltare. Sia esteriormente sia interiormente, come risulta da un commento di Giulio Foletti, che nel suo testo introduttivo associa la serietà dei ritratti alla vita grama delle valli. Quella che si intuisce «è una stanchezza accumulata – secondo Dellagana – non solo fisica, ma quasi una stanchezza di genere, tramandata attraverso generazioni di donne che hanno vissuto vite dure. Questo peso emerge nei loro volti. Mentre nello sguardo si evince una certa diffidenza verso il pittore. Probabilmente posare non era una cosa abituale per una donna di valle, anche se appartenevano alla piccola borghesia locale».

Oggi, tuttavia, volenti o nolenti resteranno in posa fino alla fine di ottobre: «In esposizione ci sono quasi tutti i ritratti esistenti (una parte di proprietà del museo e una parte di collezioni private):  45 su 50. Alcuni si trovano ormai lontano dalla valle, perfino a Roma, a causa dell’emigrazione». I ritratti sono presentati in ordine cronologico, secondo la data di realizzazione. «Questo permette di percepire l’evoluzione della mano del pittore». L’allestimento porta il visitatore in una sorta di «galleria melettiana» dove i volti della gente di valle si affiancano l’uno all’altro, quasi fossero quelli «degli antenati onsernonesi che guardano il visitatore». Lo stesso vale per la parte centrale della monografia che presenta i ritratti come fosse una sorta di Spoon River, giacché sono associati a brevi biografie che lasciano molto spazio all’immaginazione: «Era proprio l’intento. Associare un volto a elementi della vita di una persona, come il fatto di aver avuto molti figli o essere emigrato, permette a chi guarda il ritratto di immaginare meglio la sua esistenza. Nessuno di questi personaggi ha fatto cose straordinarie, ma messi insieme restituiscono uno spaccato della vita dell’epoca».

Commercianti, cappellai, uomini in divisa, politici, giudici, medici, emigranti di ritorno e… moltissime donne. «Questo è interessante – si sofferma Dellagana – perché l’Ottocento, come i secoli precedenti, era una società estremamente patriarcale, dove il nome delle donne raramente veniva trasmesso ai posteri. Meletta invece dedica metà della sua produzione ritrattistica alle donne. Lasciandoci anche i loro volti e altri riferimenti, grazie ai quali siamo stati in grado di dare un nome a quei visi e, grazie alle fonti documentarie, di ricostruire parte delle loro vite».

Metà dei ritratti del Meletta raffigura donne. Un dato sorprendente per una società ottocentesca profondamente patriarcale

Vien da chiedersi se fu intenzione del pittore, o se quest’ultimo agì solo su commissione: «Non abbiamo risposte definitive, ma è probabile. Così come gli emigranti di ritorno compravano tessuti belli per valorizzare le donne di casa, allo stesso modo commissionavano i loro ritratti. In molti casi il ritratto della donna è affiancato a quello del marito: era una pratica comune avere in casa i ritratti dei coniugi. È però anche vero che Giovanni Antonio Vanoni, che era quasi coetaneo di Meletta, ritrasse anche lui delle donne, ma, in proporzione, molte di meno». Un patriarcato, quello onsernonese, già un po’ femminista? Quel che sappiamo con certezza è che Aline Valangin, una delle prime protofemministe svizzere del Novecento, scelse proprio la Valle Onsernone come luogo di vita, nel 1929: chissà che non ci sia un legame.

La mostra prosegue con un’altra sala dedicata alle offerte votive e all’arte sacra: «Sono esposti tutti gli ex voto presenti nel libro, oltre a opere trasportabili provenienti da chiese e oratori. Abbiamo anche presentato numerosi disegni preparatori e schizzi appartenenti alla collezione del museo: piccoli modelli copiati da pubblicazioni dell’epoca, usati poi per gli affreschi nelle chiese».

Ed è così che il materiale esposto al Museo Onsernonese acquisisce una forza particolare, perché non si limita a raccontare un artista, ma racconta una comunità, che ha ancora forse molto da svelare: «Più ci si addentra nell’argomento, più emergono nuovi campi da esplorare. L’arte sacra, per esempio, è un ambito che può ancora riservare scoperte. Molte opere non sono firmate e in chiese, case private e oratori esistono ancora dipinti attribuiti ad “autore ignoto”».