Un saggio a firma Carlo Fiore infrange uno dei cliché più assurdi e persistenti
Chi ha stabilito che la musica classica, al cinema, sia il segnale quasi automatico di qualcosa di oscuro o tragico? Forse nessuno in modo esplicito, eppure questa associazione si è radicata così profondamente da diventare una convenzione narrativa consolidata, riconoscibile tanto dal grande pubblico quanto, in certi casi, dagli stessi autori audiovisivi. Una scorciatoia espressiva, certo, ma anche un luogo comune duro a morire.
A rimettere ordine in questo equivoco interviene Carlo Fiore con il volume La Musica dei Cattivi, pubblicato da Neri Pozza. Un saggio agile nella forma ma solido nell’impianto, che affronta con chiarezza una questione tanto diffusa quanto poco problematizzata: il ruolo della musica classica nel racconto audiovisivo contemporaneo.
Fiore – docente di Storia della musica al Conservatorio di Palermo e firma autorevole della rivista Classic Voice – parte da un dato sotto gli occhi di tutti: nei film e nelle serie tv, il «cattivo» ama la musica classica. Che sia un serial killer, un mafioso o uno scienziato fuori controllo, poco cambia: ascolta Bach, frequenta l’opera o suona egli stesso uno strumento. Non solo. Come osserva l’autore: «Basta spesso l’ingresso di un brano classico in colonna sonora per suggerire allo spettatore che qualcosa di negativo sta per accadere».
Il libro mostra come questa associazione non sia casuale, ma affondi le sue radici nella storia stessa del cinema. Fin dalle origini, la musica colta è stata utilizzata come marcatore di tensione, ambiguità o minaccia, contribuendo a costruire un vero e proprio codice espressivo. Un codice che il pubblico ha imparato a decifrare, interiorizzandolo nel tempo.
Attraverso una ricca serie di esempi – che spaziano dal noir classico alle produzioni seriali più recenti – Fiore dimostra come questa convenzione non si sia affatto esaurita, ma anzi si sia rafforzata, adattandosi ai linguaggi contemporanei senza perdere la sua efficacia comunicativa.
Fiore non si limita alla rassegna dei casi. Il punto più interessante è l’analisi delle ragioni culturali profonde di questa associazione. La musica classica – a parere dell’autore – viene spesso percepita come un segno di alterità : qualcosa di elevato, complesso, talvolta distante. Da qui la sua trasformazione in codice dell’inquietudine, alimentata da una lunga tradizione che va dal romanticismo al gotico, passando per una certa diffidenza verso l’intellettualismo.
Le conseguenze non sono irrilevanti. Nel tempo, questa rappresentazione ha contribuito a creare nel pubblico un rapporto ambivalente con la musica classica: da un lato ammirata, dall’altro percepita come estranea, se non addirittura sospetta. Anche i luoghi che la ospitano – teatri e sale da concerto – finiscono per essere investiti, indirettamente, di questa aura di distanza.
Fiore affronta il tema con equilibrio, mantenendo sempre insieme lo sguardo musicologico e quello sociologico, senza appesantire la lettura. Il risultato è un libro che riesce a parlare sia agli specialisti sia a un pubblico più ampio.
A chiudere il volume, una sezione dedicata ai vampiri – figure emblematiche di un’estetica raffinata e perturbante – che offre un’ulteriore variazione sul rapporto tra musica e rappresentazione del male.
Un saggio che invita a riconsiderare un’abitudine d’ascolto ormai automatica, e che prova – con argomenti convincenti – a liberare la musica classica da uno dei cliché più persistenti del nostro immaginario audiovisivo.
