A colloquio con Peter Spuhler, CEO di Stadler Rail, azienda leader nella costruzione di veicoli ferroviari
Peter Spuhler ha trasformato Stadler Rail da azienda di nicchia a leader a livello mondiale. Come ci è riuscito? Perché le sconfitte gli causano notti insonni? Come valuta la questione dell’immigrazione in Svizzera? Ecco le sue risposte.
Peter Spuhler, 40 anni or sono Stadler aveva 18 collaboratori, oggi sono 18’000. Qual è la ricetta del suo successo?
Non esiste una ricetta unica. Si sono presentate delle opportunità, e le abbiamo colte. Negli anni 90, con la crisi economica, l’industria ferroviaria tradizionale si è ritirata: Schindler, Sulzer, SIG. Si è quindi creato un vuoto. Noi eravamo un’azienda piccola e flessibile, siamo riusciti a crescere e ad attirare i migliori ingegneri del settore ferroviario.
Quale consiglio darebbe al sé stesso bambino?
Di diventare a tutti i costi imprenditore!
Ci vogliono coraggio, nervi saldi, rilassatezza e passione – che comporta anche sofferenza. Ci sono battute d’arresto, decisioni sbagliate, notti insonni. Fa parte del gioco. Una cosa è certa: cadere non è un peccato, restare a terra, sì. Dunque, rialzarsi, andare avanti!
Stadler era un’azienda piccola ma flessibile, ed è riuscita a cogliere delle opportunità, diventando un leader mondiale del settore
Suo padre era chef di cucina nell’esclusivo hotel Dolder di Zurigo. Come ha plasmato il suo stile di leadership?
La propensione al rischio imprenditoriale l’ho chiaramente ereditata da mia madre, che negli anni Cinquanta dirigeva una fabbrica di biancheria, cosa insolita per l’epoca. Mio padre era dotato nella leadership, ma a differenza di mia madre, piuttosto poco propenso al rischio.
Lei ha la fama di essere una persona diretta. Questo è più un rischio o un vantaggio?
Questo lo deve chiedere agli altri. Io dico quello che penso. A volte si crea qualche scontro, ma non mi piace girare intorno alle cose. Per me trasparenza, lealtà e onestà sono alla base di ogni leadership.
Parliamo della gara d’appalto miliardaria delle FFS, persa da Stadler a novembre. L’avete definita una «decisione errata», avete presentato ricorso e poi avete fatto marcia indietro. Perché questo tira e molla?
Perdere ci ha fatto male. Soprattutto perdere in casa. È come perdere la finale di hockey nel proprio stadio, come l’HC Davos in questo momento. Non riuscivamo a comprendere come fossero stati assegnati i punti nella valutazione. Per potere comprendere i nostri punti deboli dalla valutazione, abbiamo dovuto fare ricorso. Le pagine messe a disposizione da Siemens al Tribunale amministrativo federale, pesantemente oscurate, non ci hanno però fornito ulteriori chiarimenti. Perciò abbiamo ritirato il ricorso.
Circa il 70 percento dei treni delle FFS sono di Stadler. Per una volta non è normale perdere?
Ci succede di perdere gare d’appalto pubbliche, sia in Svizzera, sia all’estero. Fa parte del mestiere. Mi hanno accusato di invocare il protezionismo, cosa che non abbiamo mai fatto. Io sono per i mercati liberi e aperti e per la concorrenza. Ci aspettiamo che dopo le regole del WTO possa vincere il migliore.
Come gestisce gli insuccessi?
Non mi lasciano indifferente. Dopo avere perso la gara di appalto delle FFS ho passato diverse notti insonni. Ma se non mi sentissi così coinvolto, sarei al posto sbagliato. A quel punto dovrei rinunciare alla mia carriera imprenditoriale e cominciare a giocare a golf. (ride).
La situazione globale è tesa: guerre, inflazione, franco forte. Qual è l’impatto su Stadler?
Un impatto forte. Dalla nostra quotazione in borsa nel 2019 non abbiamo mai avuto una fase tranquilla: Covid, conflitto in Ucraina, problemi nella catena di approvvigionamento, catastrofi naturali. E ora abbiamo anche il signor Trump alla Casa Bianca: fa in modo di metterci costantemente davanti a nuove sfide che tocca poi a noi risolvere. Sarebbe bello se le acque potessero calmarsi per un poco e la situazione globale si distendesse.
Nonostante ciò avete commesse per 32 miliardi di franchi, una cifra mai raggiunta prima.
Negli ultimi anni abbiamo investito somme importanti nelle tecnologie e nei progetti di veicoli. Disponiamo del portfolio-prodotti più ampio: tram, metropolitana, S-Bahn a uno o due piani, treni ad alta velocità, locomotive. Siamo l’unico produttore del mondo a offrire ai clienti veicoli su misura come ferrovie a cremagliera o treni a scartamento ridotto.
Nel suo settore quale ruolo ha la sostenibilità?
Un ruolo molto grande. A causa della situazione climatica, la politica richiede un divieto di fatto dei treni a diesel. Stadler ha cominciato molto presto a sviluppare treni a batteria e a idrogeno. In questo settore Stadler è leader mondiale. In Europa probabilmente si imporrà la batteria, negli Stati Uniti piuttosto l’idrogeno. In entrambe le soluzioni deteniamo il record mondiale: il nostro treno a batteria ha percorso 240 chilometri senza ricarica e il nostro treno a idrogeno 2803 chilometri senza rifornimento.
Per 13 anni lei è stato Consigliere nazionale per l’UDC. Oggi si esprime solo raramente sulla politica. Perché?
Mi esprimo solamente se in ballo c’è la piazza industriale svizzera. In qualità di imprenditore, da Stadler sono responsabile unico di 6000 posti di lavoro in Svizzera per un volume salariale annuo di 500 milioni di franchi. Circa due terzi della produzione svizzera sono destinati all’Unione europea. Per questo la libera circolazione delle persone era per me fondamentale per garantire i posti di lavoro.
«Ci succede di perdere gare d’appalto pubbliche, sia in Svizzera, sia all’estero. Fa parte del mestiere»
Lei si è detto contrario all’iniziativa dell’UDC che vuole limitare la popolazione svizzera a dieci milioni. Perché?
Condivido l’opinione dell’UDC secondo cui l’immigrazione è troppo elevata e la Svizzera dovrebbe finalmente riuscire a gestirla. Lo stress da densità è un problema – e causa aumenti degli affitti e del traffico, portando le infrastrutture al limite. Per questo la Svizzera dovrebbe imporre un’immigrazione autonoma. L’iniziativa sulla sostenibilità prevede però un limite rigido, il che, a mio avviso, è l’approccio sbagliato. La Svizzera vive dell’accesso ai mercati internazionali. Non possiamo ignorare questo fatto – in qualità di azienda esportatrice dipendiamo dalla libera circolazione delle persone.
Qual è la sua ricetta contro l’immigrazione?
Nell’attuale accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone c’è una clausola che consente alla Svizzera di limitare, a determinate condizioni, l’immigrazione proveniente dall’Unione europea. È vero che si tratta di un articolo un po’ vago, ciò nonostante, con questo articolo limiteremmo l’immigrazione. Bruxelles non ne sarebbe sicuramente contenta, ma la palla va giocata nel campo dell’Ue.
E qual è la differenza rispetto all’iniziativa?
Diversi importanti membri dell’Unione, come Germania, Polonia o Austria, hanno già violato in modo grave il principio della libera circolazione delle persone. In caso di escalation, i 27 Parlamenti nazionali degli Stati membri dell’Ue dovrebbero deliberare la revoca della libera circolazione delle persone nei confronti della Svizzera. Ciò non succederà. Per l’iniziativa per la sostenibilità, invece, è necessaria solo una revoca – quella della Svizzera. Vi è inoltre una domanda a cui l’iniziativa dell’UDC non risponde: cosa succederebbe agli oltre 500’000 cittadini svizzeri che vivono nell’Ue?
Lei dirige Stadler Rail da 39 anni, oggi ne ha 67. Riuscirà a lasciare andare?
Ci sto lavorando.
Ma non si nota molto.
Negli ultimi anni, Stadler Rail ha iniziato un ricambio generazionale ai vertici dell’azienda e nel consiglio di amministrazione. A livello operativo sono quasi del tutto fuori. Mi occupo ancora dello sviluppo della strategia e, in qualità di presidente del Consiglio di amministrazione, porto responsabilità in caso di decisioni importanti o di rischi. Grazie alla mia esperienza posso aiutare e sostenere la squadra quando si presentano difficoltà operative. E se da qualche parte in uno stabilimento ci sono dei problemi, intervengo.
Anche suo figlio è in azienda. La successione è così garantita?
Al momento gestisce il nostro stabilimento di St. Margrethen. E lo fa in modo egregio. Attualmente è impegnato con la sua squadra con un ordine di 123 treni a due piani per le ÖBB. Non sono un padre che ha costretto i propri tre figli a scegliere un determinato mestiere. Ma è ovvio che io sia estremamente felice che, al termine degli studi, mio figlio abbia deciso di lavorare alla Stadler.
