Ci sono tanti modi per offendere la bellezza, per sporcare la purezza della sua luce.
Basta guardarsi in giro per vedere paesaggi feriti, gesti volgari, comportamenti arroganti e aggressivi.
Delle esibizioni spettacolari e grottesche di Donald Trump, dell’enfasi con cui racconta di meravigliose e grandiose gesta, si può anche sorridere, anche se di un sorriso triste e imbarazzato per quel disincanto, alla fine complice, che spesso riempie il nostro sguardo di fronte ai disastri del mondo. Ma le parole con cui ha plaudito all’impresa spaziale di Artemis sono andate oltre ogni limite. L’arrogante prosopopea da America First ha consegnato l’impresa (e tutto il suo valore umano e scientifico) ad un linguaggio competitivo in cui «scrivere la storia», ovvero al racconto di una grandiosa vittoria bellica: «oggi avete fatto la storia e avete reso l’America incredibilmente orgogliosa», aggiungendo che ultimamente molti sono stati i motivi per essere orgogliosi ma che questa impresa è stata qualcosa di straordinario. E con il cuore in mano ha ringraziato l’equipaggio che è riuscito a battere il record assoluto di distanza dalla terra!
L’amministratore della Nasa, in perfetta sintonia con l’entusiasmo presidenziale, ha aggiunto che questa impresa sarà ricordata come il momento in cui le persone hanno iniziato a credere che l’America possa, ancora una volta, compiere l’impossibile e cambiare il mondo. Non è la prima volta che un successo scientifico di grande rilevanza viene condito in salsa politica e privato del suo autentico sapore. La storia è piena di strumentalizzazioni politiche. Ma qui c’è di più, questi deliri di onnipotenza sono riusciti a sporcare la bellezza, la bellezza infinita del cielo. Nel racconto esaltato di meravigliose gesta, nelle urla scomposte da vincitori, tace ammutolita l’esperienza della meraviglia e tace pure la voce delicata di quello stupore che ha sempre accompagnato il nostro rapporto con il cielo.
Gli astronauti di Artemis hanno navigato attraverso il lato oscuro della luna e hanno assistito al sorgere della Terra. Chissà se avranno potuto vivere anche loro quell’atto di meraviglia con cui Aristotele ha inaugurato il cammino della scienza? Chissà se avranno provato quello stupore, quella stessa emozione di Galileo nel vedere per la prima volta sorgere il sole sulla luna, così ben raccontate da Liliana Cavani in un suo bellissimo film. Si può ragionevolmente pensare e soprattutto sperare di sì, anche se, a quanto ufficialmente proclamato, non saranno le emozioni dell’equipaggio a fare la storia, non le possibili risonanze in arrivo dal cielo per ciascuno di noi, ma il record di chilometri e tutti gli altri record dell’impresa, misurabili e calcolabili. Ecco allora Donald Trump ergersi a coraggioso condottiero in questo incredibile viaggio dell’America verso le stelle!
C’è di che sporcare la bellezza che da sempre ci attira e ci interpella: la bellezza che da sempre ci chiama nell’incontro con l’ampiezza vertiginosa del cielo stellato, a suscitare nostalgia di infinito e desiderio di trascendenza. Ma questa gratuità della bellezza, questa sua pura finalità non può competere con la logica del potere che distribuisce meriti e premi agli uomini e alle loro imprese solo in quanto strumenti utili alla sua affermazione. Il malessere del nostro tempo sta anche nel costringerci a pensare e a sentire dentro un immaginario aggressivo e competitivo che soffoca gli strati più profondi della nostra umanità e pretende di trattenerci sulla superficie del vivere, bloccati dentro le ragioni senza respiro del fare quotidiano.
Eppure la filosofia custodisce per noi da sempre immagini potenti della bellezza: dal dorso del cielo sopra il quale Platone descriveva il navigare di anime pure, fino all’ammirazione di Kant per il cielo stellato. Anche poesia e letteratura ce ne offrono continue risonanze. Calvino, ad esempio, consegna alle parole di Palomar tutta la nostalgia e l’inadeguatezza del nostro abitare la vita lontani dal cielo. «Se avessero potuto vederlo come ora lo vedo io, gli antichi avrebbero creduto di aver spinto lo sguardo nel cielo delle idee di Platone, o nello spazio immateriale dei postulati di Euclide; invece questa immagine arriva a me che temo che sia troppo bella per essere vera, troppo accetta al mio immaginario per appartenere al mondo reale. Ma forse è proprio questa diffidenza verso i nostri sensi che ci impedisce di sentirci a nostro agio nell’universo».