Fantasia e umorismo negli scatti di Rodney Smith

by azione azione
22 Aprile 2026

Fotografia: attraverso composizioni rigorose e interventi minimi, l’artista americano spiengeva il quotidiano verso l’imprevedibile

Apprezzata e amata negli USA, l’opera di Rodney Smith in Europa è rimasta nell’ombra dei suoi maestri / mentori per molto tempo. Il ricco catalogo della prima Retrospettiva a lui dedicata in Italia (Palazzo Roverella di Rovigo, già ahinoi chiusa in febbraio) ci permette però di apprezzare i suoi giochi con ombre e luci di specchi e vetrate, veri o solo immaginati dallo spettatore.

È in effetti davvero curioso il destino toccato a Rodney Smith: di solito sono la mamma o il babbo a regalare al futuro fotografo – ancora adolescente – la prima apparecchiatura. Nel suo caso, invece, è il cognato a fargli dono di una Leica per festeggiare i suoi 22 anni. Rodney però non perde altro tempo e si mette sotto a studiare fotografia, soprattutto i lavori di Walker Evans, W. Eugene Smith e Diane Arbus. Da questi suoi mentori impara molto, mettendo a buon frutto le loro rispettive lezioni per poi costruirsi uno stile tutto suo. Fresco e ironico, a tratti dissacrante e che riesce a declinare il genere documentaristico con un’accurata mise en scène.

Le sue sono narrazioni visive nate dall’intreccio di realtà e finzione. Immagini che seducono con grazia, fanno sorridere, aprono uno spazio di meraviglia; spesso in bilico tra reale e surreale ci invitano a cambiare angolazione, a rallentare e a cogliere, da una nuova prospettiva e pure nei dettagli più semplici, un frammento di bellezza che troppo spesso ci sfugge.

Solida cultura umanistica sul groppone, testimoniata da due lauree in filosofia e teologia, Rodney è un osservatore inquieto che cerca un modo per «riconciliare il quotidiano con l’ideale» e lo trova nella fotografia. Senza bluffare con le diavolerie moderne: photoshop&dintorni. Le sue immagini mai ritoccate e illuminate solo dalla luce naturale (come miracolosamente seppe fare Stanley Kubrick, però in un film di oltre tre ore, Barry Lyndon!) si muovono tra la nostalgia del bianco e nero e la scoperta dei cromatismi, restituendoci una visione intima che sfocia infine quanto felicemente nell’universale.

Rodney non dimentica tuttavia qualche monito parafilosofico: «Per tutti voi che vi affannate a scattare fotografie, sappiate che il talento sta nel trovare il modo: la vostra vita non può essere solo un insieme di immagini, è ciò che avete dentro che fa di voi davvero dei fotografi».

Immergersi nell’universo di Rodney Smith significa entrare in un mondo dove il tempo si ferma e la leggerezza diventa forma, annotano i critici. Per definire la sua opera, Graydon Carker (nella prefazione del libro fotografico Rodney Smith: a Leap of Faith di Paul Martineau) propone una curiosa equazione: Wes Anderson + Réné Magritte + Federico Fellini + Irving Penn = Rodney Smith! La soluzione è articolata: «Le sue fotografie evocano mondi sospesi tra realtà e sogno, in cui i riferimenti alla pittura di Magritte, al cinema di Hitchcock e Wes Anderson arricchiscono una singolare poetica visiva, che molto deve alla felice fusione di armonia formale con una narrazione simbolica, raffinata combinazione di eleganza, rigore compositivo e humour surreale».

Altri storici della fotografia aggiungono che sa trarre ispirazione da molteplici luoghi ed epoche storiche. A tratti attinge alla letteratura, alla poesia , alla filosofia; attraversa la storia della pittura in lungo e in largo. Non solo; confesserà in un’intervista del marzo 2010: «Sono diventato fotografo perché mi piace avventurarmi nel mondo, respirare la sua infamia e il suo umorismo e per cercare uno scopo, per aprirmi a nuove conoscàenze. Poi il sole tramonta e l’oscurità comincia a sopraffare la mia lotta».