Lucchini, il nonno e la Val Calanca

by azione azione
15 Aprile 2026

Il documentario "Memorie di un medico di montagna" ricostruisce la storia di Salman Luban, seguendo piste famigliari e sfogliando archivi

Come accadde che un giovane medico bielorusso arrivasse in Val Calanca nel 1918? E come avvenne che decise di stabilirvisi e diventare uno dei personaggi piĂą in vista e benvoluti della valle? Sono alcune delle questioni cui risponde il documentario Memorie di un medico di montagna di Domenico Lucchini, che indaga la figura appassionante e complessa del nonno Salman Luban.

Il film, prodotto da Ventura Film con Fiumi Film e Rsi, è stato presentato alle Giornate di Soletta e avrà un debutto ticinese con un doppio appuntamento all’interno della storica rassegna Un po’ di cinema svizzero a cura dei Circoli del cinema ticinese (nel bel programma anche i lunghi di finzione Bagger Drama, À bras les corps ed Elisa).

Luban scoprì una nuova patria grazie alla Croce Rossa: tra guerra e studi interrotti si spostò dalla Bielorussia ai Grigioni

Domenico Lucchini, già autore di pubblicazioni su cineasti svizzeri di punta (Alain Tanner, Villi Hermann e Silvio Soldini nel recente Magico realismo) ed ex direttore del Centro culturale svizzero di Milano, dell’Istituto culturale svizzero di Roma e del Cisa di Lugano / Locarno, si cimenta con una storia familiare mai approfondita fino in fondo. Di fatto Memorie di un medico di montagna è per prima cosa un’indagine: Lucchini con i cugini cerca di ricomporre l’albero genealogico e di condurre ricerche nei diversi archivi elvetici e in Bielorussia. Unisce così i tasselli di una vicenda umana unica. Luban, nato nel 1893 in un villaggio della Bielorussia orientale, figlio di piccoli proprietari terrieri, di origine ebraica ma di confessione ortodossa cui appartenne sempre, si recò a Lipsia per studiare medicina nel 1912. Allo scoppio della guerra, nel 1914, si trasferì a Berna per continuare gli studi, da qui la Croce Rossa lo inviò prima nel Vallese e poi a Roveredo e in Calanca nel 1918. Nel frattempo A Berna aveva sposato Sofia Grinberg, ebrea russa nata a Rostov sul Don, in Svizzera per studiare pianoforte.

Il documentario è un mosaico di tanti pezzi diversi, uniti dalla montatrice italiana Erika Manoni: le videochiamate tra parenti, il ritorno sui luoghi vissuti dal medico, le interviste con chi l’ha conosciuto e, magari in giovanissima età, ne è stato curato, un’intervista radiofonica a Luban risalente al 1951, tante fotografie familiari, filmati d’archivio, la lettura di alcuni brani del suo diario e un viaggio in Bielorussia per approfondire le tracce esistenti. Tanta carne al fuoco, tanti temi, forse troppi, e forse la parte bielorussa, certo non facile per la situazione politica del Paese, un po’ debole, sebbene riesca a mettere in luce le persecuzioni subite dalla locale popolazione ebraica fin dal tempo degli zar.

Lucchini, anche come voce narrante che conduce lo spettatore tra la biografia più classica e l’indagine personale, si sofferma sul ruolo ancora cruciale del medico di montagna, citando pure il critico e saggista John Berger. Ai cinefili saltano all’occhio i frammenti di due capolavori quali Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij e Va’ e vedi (1985) di Elem Klimov. Forse tra gli aspetti più interessanti e meritori del documentario è il legame con l’attualità che si svela nelle motivazioni che spinsero il medico e la moglie a restare in Val Calanca anziché tornare nella madrepatria dopo il Primo conflitto mondiale: Luban, animato da profondi sentimenti umanisti, possedeva un pensiero politico articolato e lungimirante.