Non possiamo immaginare un’alternativa

by azione azione
15 Aprile 2026

Dal realismo capitalista alla depressione, il pensiero del filosofo inglese Mark Fisher continua a circolare

Mark Fisher, professore, filosofo, critico musicale e blogger di culto noto anche con lo pseudonimo di k-punk, nasce nel 1968 nel Regno Unito e muore nel 2017, suicida, dopo anni di confronto con la depressione. La salute mentale diventerà, insieme alla catastrofe climatica, una delle chiavi centrali della sua riflessione sul contemporaneo.

All’inizio della sua carriera partecipa alla Cybernetic Culture Research Unit (CCRU), collettivo sperimentale dell’Università di Warwick che intreccia cibernetica, filosofia e cultura rave. Il suo saggio più noto è Capitalist Realism: Is There No Alternative?, pubblicato nel Regno Unito nel 2009 e tradotto in italiano nel 2018 da Nero Edizioni con il titolo Realismo capitalista. Il libro ha venduto decine di migliaia di copie, diventando un vero caso editoriale. Il filosofo Slavoj Žižek lo ha definito: «La miglior diagnosi della situazione in cui ci troviamo», e c’è chi è arrivato a considerarlo uno dei documenti più importanti prodotti dalla sinistra inglese nel XXI secolo.

Il nucleo teorico del saggio è riassunto nella celebre formula: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Con questa espressione Fisher descrive la sensazione diffusa che sia ormai impossibile concepire un’alternativa coerente al sistema vigente. Non solo le alternative sembrano non esistere: appare persino inutile tentare di immaginarle. Il capitalismo, infatti, possiede la capacità di assorbire e mercificare ogni forma di critica o protesta, neutralizzandone la carica sovversiva.

Un concetto che affonda le sue radici negli anni Ottanta, quando Margaret Thatcher, nel pieno delle privatizzazioni e della chiusura delle miniere di carbone, coniò lo slogan There Is No Alternative, sostenendo che il neoliberismo fosse l’unica via possibile. Un ulteriore colpo alla percezione di alternative è arrivato con la caduta del Muro di Berlino: per quanto lontana dall’ideale di partenza e poco desiderabile, l’esistenza del «socialismo reale» manteneva almeno l’illusione di un altro orizzonte possibile.

Secondo Fisher, il capitalismo non è più percepito soltanto come il sistema dominante, ma come l’unico orizzonte naturale e inevitabile. Ha permeato la cultura, il lavoro, l’educazione e perfino l’inconscio, trasformando gli individui in «imprenditori di sé stessi». Ci induce a credere che felicità, realizzazione e ricchezza siano sempre a portata di mano, purché ci si impegni abbastanza. In questo regime di autosfruttamento permanente, ansia e depressione proliferano, e il fallimento viene interiorizzato come colpa individuale.

Il film riapre la riflessione su precarietà e lavoro continuo mentre cresce il disagio psichico soprattutto tra i giovani

I dati ci dicono che anche in Svizzera, nell’ultimo anno, oltre un terzo della popolazione ha sofferto di problemi psichici, con un aumento importante tra i più giovani. Scrive Fisher: «La pandemia di angoscia mentale che affligge il nostro tempo non può essere capita adeguatamente, né curata, finché viene vista come un problema personale di cui soffrono singoli individui malati». Tra le sue proposte più radicali vi è, appunto, la necessità di «ripoliticizzare la malattia mentale».

Fra le pagine del volume spunta il riferimento al pensiero dell’economista ticinese Christian Marazzi per raccontare il passaggio decisivo dal fordismo al postfordismo, simbolicamente datato al 6 ottobre 1979, quando l’impennata dei tassi d’interesse apre la strada alla riorganizzazione neoliberale dell’economia. La catena di montaggio si trasforma in un flusso di informazioni: è comunicando che la gente lavora. Alla rigidità fordista subentra la flessibilità, parola d’ordine che coincide con deregolamentazione, esternalizzazione e precarizzazione del lavoro. In un ambiente sempre più cibernetizzato, comunicazione e controllo si intrecciano, e il confine tra tempo di lavoro e vita privata tende a dissolversi.

Fisher è diventato un autore di culto, al punto che recentemente è stato realizzato un film sperimentale dal titolo: We Are Making a Film About Mark Fisher, prodotto dal collettivo Close and Remote, guidato dagli artisti visuali Sophie Mellor e Simon Poulter. Il guerrilla-film, della durata di poco più di un’ora, assembla materiali eterogenei raccolti online attraverso un processo creativo pubblico, senza un vero budget produttivo e con mezzi limitati, componendo una riflessione plurale che mescola performance artistica, documentario e finzione e vuole esplorare il pensiero di Fisher affrontandolo da diverse prospettive.

Il film sta circolando in diversi Paesi europei ed è arrivato anche in Ticino. In occasione della proiezione, è stata presentata una «zine», un opuscolo autoprodotto curato da Giacomo Galletti e Riccardo Lombardo che raccoglie un testo scritto a più mani da autrici e autori della Svizzera italiana, fra gli altri: Chiara Fanetti, Francesca Rodesino, Francesco Giudici e Mara Travella. Per avvicinarsi al tema uno sguardo interessante lo offre la puntata del podcast di Nicola Lagioia La realtà esiste per essere cambiata: cosa ci ha lasciato Mark Fisher disponibile gratuitamente sulle principali piattaforme di streaming.