Scuoto la testa leggendo su «Le Monde» la lettera del corrispondente da Kiev che riferisce di uno studio pubblicato alla fine dell’anno scorso sulla rivista scientifica «Evolutionary Applications», Dogs of War: The Effect of War Inflicted Environmental Damage on Free-Ranging Domestic Dogs, firmato dalla zoologa ucraina Mariia Martsiv. Possibile, mi chiedo, che mentre piove fuoco sul suo Paese, una ricercatrice non trovi niente di meglio che monitorare la situazione dei cani randagi al fronte? Possibile, poi, che l’Occidente – distratto da nuove crisi maiuscole, e anestetizzato dai bollettini bellici – finisca col parlare di quel conflitto per via dei poveri cani e non dei poveri umani che ci vivono e muoiono da quattro anni? Per il mondo la crisi russo-ucraina è un noioso rumore di fondo dei tg, una tragedia esistenziale e un’urgenza morale dimenticate, ma guai lasciarsi sfuggire i guaiti dei branchi di meticci che sopravvivono spostandosi a zig-zag tra le bombe di Mosca.
Poi, però, ci ripenso e provo a dare un senso «superiore» alla ricerca della Martsiv che ha analizzato 763 cani randagi in nove regioni dell’Ucraina constatando che lungo il fronte è in atto una selezione naturale accelerata. Favoriti sono gli animali più piccoli, più scattanti, con pelliccia scura e comportamento più selvatico. È una constatazione sul campo, confermata da dati, fotografie e campioni prelevati nelle aree di conflitto. Mi rendo conto, per cominciare, che sulle linee del fronte, tra crateri, calcinacci e alberi fumanti, i cani randagi raccontano la guerra meglio dei comunicati stampa. Sono dettagli marginali tra le battaglie, ma anche spie di ciò che un ambiente estremizzato può infliggere agli esseri che lo abitano. Questi cani non stanno «cambiando» in senso generico, stanno adattandosi alla normalità della guerra. La riduzione della taglia, la maggior velocità, la maggiore diffidenza sono risposte fisiologiche e comportamentali a un ambiente dove manca il cibo e se non sei leggero rischi di saltare in aria calpestando una mina.
La guerra deforma l’ambiente: si sopravvivere solo se ci si trasforma. Ripenso ai miti dell’antica Grecia, dove le metamorfosi erano un linguaggio per spiegare l’insopportabile. Gli uomini diventavano animali o alberi quando il dolore e la violenza erano troppo grandi per restare umani. Dafne si trasforma in alloro per sfuggire alle voglie di Apollo; Aracne, dopo aver sfidato la dea Atena in una gara di tessitura, viene trasformata in un ragno. La metamorfosi segna il punto di rottura tra l’umano e l’inumano. I cani del fronte ucraino sono le nuove figure della metamorfosi: mutano corpo e comportamento per sfuggire alla follia della guerra. Nel farlo ci ricordano che la guerra non modella soltanto la geopolitica, ma la biologia, l’ambiente e la natura delle cose.
Se i cani cambiano così in fretta, cosa accade agli umani che restano lungo la linea del fuoco? Anche loro diventano altro: più sospettosi, sfuggenti, taciturni. Imparano a muoversi al buio, a riconoscere il silenzio che precede l’esplosione, a farcela col minimo indispensabile. Non è metamorfosi fisica, è mutazione antropologica.
Il lavoro dei ricercatori mostra che la guerra continua a produrre effetti anche quando non fa più rumore. La natura, alterata, impiegherà decenni per tornare all’equilibrio. I cani conserveranno per generazioni le caratteristiche acquisite sotto le bombe. Gli esseri umani, idem, portandosi dentro abitudini, paure e rancori che promettono un futuro selvaggio. Come se ne esce? Nelle Metamorfosi di Ovidio, in alcuni casi tutto può tornare umano solo quando finisce l’offesa che ha generato il mutamento. Ci vorrebbe la pace: se le armi non tacciono, il mondo apparterrà ai cani randagi.