Trump e i dazi: un anno dopo i conti non tornano

by azione azione
8 Aprile 2026

Sono passati oramai dodici mesi dal famoso «Liberation day» il giorno in cui Donald Trump, quasi come un nuovo Mosé, presentò al pubblico la «tavola» dei dazi che intendeva imporre a tutte le Nazioni del mondo, che detenevano un bilancio positivo nella bilancia commerciale con gli Usa, per impedire che continuassero a saccheggiare l’economia del suo Paese. Quella tavola diventò rapidamente oggetto di negoziazioni accanite che ancora non sono terminate. Non mancarono giravolte e voltafaccia del presidente americano che sembra essere convinto di aver trovato nell’imposizione dei dazi la bacchetta magica per risolvere a suo favore tutti i problemi economici, politici e sociali che possono sorgere nelle relazioni bilaterali. Tanto che, in più di un caso, ci si può chiedere per perseguire quale finalità i dazi furono introdotti. Anche se ora dodici mesi sono passati non è facile trovare le risposte. Il periodo è però abbastanza lungo da consentire per lo meno di rispondere al quesito se i dazi di Trump sono una misura di politica economica oppure, nonostante gli argomenti con i quali il presidente ha cercato di venderli, unicamente una misura di politica fiscale con la quale cercare di arginare un deficit pubblico dalle proporzioni mostruose.

Una misura di politica fiscale

Per il momento i suoi dazi sono da considerare soprattutto come una misura di politica fiscale. Sul deficit della bilancia commerciale, infatti, non hanno avuto nessun impatto. Nel 2025 questo deficit ha raggiunto i 1241 miliardi, una cifra record. Persino in termini relativi, ossia paragonato al Prodotto interno lordo, il deficit della bilancia commerciale americana non ha praticamente segnato un miglioramento. Anche nel 2025, come lo fa da circa un decennio, è stagnato attorno a un tasso pari al 4% del Pil. Si può quindi affermare che, per adesso, l’imposizione dei dazi non ha avuto nessuna influenza, o quasi, sul deficit della bilancia commerciale. Per contro il fisco americano ha incassato miliardi di dollari in dazi. Gli stessi, in seguito all’aumento dei prezzi delle merci importate, sono stati però pagati quasi esclusivamente dai consumatori americani. La mancata diminuzione del deficit della bilancia commerciale viene attribuita dagli esperti a tre motivi. Dapprima al fatto che molti esportatori hanno anticipato l’introduzione dei dazi e hanno quindi cercato di realizzare i loro scambi prima del 2 aprile 2025, ossia prima del «Liberation day». È pure probabile, secondo motivo, che grandi esportatori, come la Cina, abbiano preso vie indirette per far giungere i loro prodotti sui mercati americani, esportando dapprima in un Paese terzo, meno colpito dai dazi, come il Vietnam, il Laos o la Thailandia. Si cita poi un terzo motivo: i dazi effettivamente applicati sono, in molti casi, inferiori a quelli che Trump ha strombazzato nelle sue interminabili giravolte sulle misure da adottare per ridurre il deficit della bilancia commerciale.

Quel deficit mostruoso

Comunque sia, il risultato è che, nel 2025, il deficit della bilancia commerciale americana è aumentato in termini assoluti ed è rimasto sul 4% del Pil, in termini relativi. Non si può escludere, tuttavia, che quello che non è successo nel 2025 si presenti nel 2026 e negli anni che seguiranno, ossia che, nel lungo termine come desidera Trump, i dazi inducano le imprese che esportano negli Usa a spostare i loro centri di produzione in quel Paese. Molto dipenderà da un lato dal successo o dall’insuccesso delle trattative che diversi Paesi esportatori (tra questi anche la Svizzera) stanno conducendo per concludere un trattato sugli scambi con gli Stati Uniti. È pure possibile che le decisioni sugli accordi bilaterali vengano influenzate dai risultati delle elezioni del prossimo novembre. Se il Partito repubblicano dovesse uscire sconfitto dalle stesse, Trump potrebbe scendere, in materia di commercio internazionale e di lotta all’inflazione, a più miti consigli. Se invece il Partito repubblicano dovesse vincere, la politica del presidente non cambierà e nel 2026 è possibile che la stessa riduca in modo più significativo il deficit della bilancia commerciale americana. In attesa di questi possibili sviluppi, le decisioni sul trasferimento di unità di produzione negli USA sono sospese. Gli esportatori osservano prudentemente l’evolversi della situazione, anche perché più passa il tempo e più si avvicina la data in cui Trump dovrà lasciare la Casa Bianca.