Lo Spazio Officina di Chiasso ospita una monografica dedicata alla ceramista e scultrice ticinese Petra Weiss
Terra, acqua, aria e fuoco. Quattro elementi che fin dall’antichità vengono considerati i costituenti eterni e immutabili di tutta la materia, le radici della struttura del cosmo. Dalla loro unione nasce la ceramica. Argilla e fluido cristallino per l’impasto, vento per la lenta essiccazione, fiamma per la stabilizzazione. Plasticità, purificazione, trasparenza e trasformazione.
È ai più abili ceramisti che appartiene la capacità di stringere con la natura una vera e propria alleanza: modellarne le sostanze e affidarsi ai suoi ritmi significa comprenderla ed emularla, poiché la sua incessante evoluzione è disciplinata dalle medesime leggi che regolano la metamorfosi della terra in un manufatto compiuto.
Il rapporto di Weiss con la natura è sorretto da un sentimento di riconoscenza nato dall’umiltà di chi sa ascoltare con saggezza
Questa predisposizione caratterizza senza alcun dubbio l’attività di Petra Weiss, artista il cui rapporto con la natura è sorretto da un forte sentimento di riconoscenza nato dall’umiltà di chi sa ascoltare con saggezza e profondità emotiva ciò che l’universo ha da raccontare. Proprio nel contatto viscerale con la materia viva dell’ambiente che la circonda, la ceramista e scultrice ticinese racchiude la fecondità di un’intesa che celebra il creato e tutte le sue infinite potenzialità. La ceramica, arte millenaria che affonda le sue radici nelle prime civiltà umane, diventa così per Weiss il linguaggio più idoneo a interpretare la sua visione dell’arte come connubio tra sapiente manualità e processo intellettuale.
Sin dai suoi esordi alla fine degli anni Sessanta, merito della Weiss è stato quello di porsi come figura di riferimento nell’affrancare la ceramica dai vincoli della mera funzionalità pratica per traghettarla a tutti gli effetti nel filone della creatività contemporanea. In Ticino e a sud delle Alpi, il suo lavoro ha dato difatti un impulso importante allo sviluppo di questa forma espressiva da tecnica artigianale a efficace mezzo di sperimentazione artistica, riuscendo da una parte a mantenere il fascino della sua aura primordiale, dall’altra a rafforzarne la valenza estetica per proiettarla nella temperie odierna.
Se nel lungo percorso di Weiss dovessimo identificare le esperienze che più hanno forgiato la sua arte, bisognerebbe sicuramente citare quelle legate a due luoghi. Il villaggio di Tremona, innanzitutto, località amena e pregna di storia dove l’artista trascorre la propria infanzia circondata dagli amici del padre scultore, Max Weiss, e della madre giornalista e scrittrice, Emilia Iten (o Mix Weiss), in un’atmosfera carica di stimoli che le permette di accrescere la sua sensibilità creativa.
Alle fertili frequentazioni di questi anni si aggiungono le ispirazioni fornite da quel «giardino infinito», come da definizione della stessa artista, che è la natura circostante il paese, un ambiente carico di sollecitazioni visive e mentali che dona a Weiss un bagaglio di immagini e suggestioni preziose. Come un’eco fisica e intellettuale del periodo della fanciullezza, Tremona torna a essere fondamentale per l’artista nel 1970, anno in cui decide di aprirvi il proprio atelier facendolo divenire in breve tempo uno spazio di condivisione e incontro per esponenti del mondo dell’arte.
Il secondo luogo è Faenza, meta imprescindibile per chi vuole dedicarsi alla ceramica. Weiss vi giunge nel 1966 per lavorare nello studio dello scultore Carlo Zauli, del quale diviene collaboratrice. Qui l’artista ticinese vive in presa diretta uno dei momenti fondamentali dell’evoluzione della ceramica, quello in cui si libera da retaggi oggettuali e decorativi per incarnarsi in pezzi unici dall’indiscusso valore estetico: da pratica confinata nel settore delle arti minori essa raggiunge così lo status di medium espressivo in grado di sfidare le convenzioni tradizionali.

Onda, 2024, maiolica
(Coll. artista; foto Carlo Pedroli)
Forte di questi vissuti, Weiss porta avanti la sua indagine con tenacia e coerenza d’intenti, muovendosi con solida consapevolezza tra la fascinazione per una gestualità radicale che trasfigura lo spazio e la ricerca di un ideale classico di forma compiuta, di un’eleganza e un’armonia che sanno domare anche le dissoluzioni più concitate degli elementi.
Tale sospensione tra tensione materica e nitidezza compositiva si coglie molto bene nelle opere presentate alla monografica dell’artista allestita allo Spazio Officina di Chiasso: centocinquanta lavori in ceramica, grès, vetro, marmo e bronzo che, dai piccoli vasi appartenenti alla produzione iniziale fino ad arrivare alle grandi stele verticali di recente realizzazione, testimoniano la vocazione di Weiss per un’inesausta sperimentazione volta alla conquista della piena sintesi di forma e concetto. Una sperimentazione che in sessant’anni passa dal saggiare materiali diversi, molti dei quali legati al territorio, come il marmo di Arzo o l’argilla di Riva San Vitale, all’esplorare le potenzialità dei colori, in particolare quelli che attivano un richiamo più sofisticato alla natura, come il corallo, spingendo in direzione di una nuova concezione dello spazio e di un’essenzialità capace di elevare l’opera a una ieraticità senza tempo.
Quanto la ricerca di Weiss sia sempre stata coerente viene documentato dai lavori su carta degli anni Novanta, collocati a inizio rassegna, in cui già si trovano le iconografie e le soluzioni formali che l’artista svilupperà durante il suo intero cammino. A rivelare invece l’approccio innovativo alla ceramica che l’artista ticinese ha sin dalle prime prove è il vaso con cui nel 1967, a soli venti anni, si aggiudica il primo premio al Concorso Internazionale di Faenza.
Da qui, al centro dello spazio espositivo, si sviluppa un percorso focalizzato sul tema dell’alfabeto, una scrittura peculiare costituita da ideogrammi concepita da Weiss a partire dai primi anni del Duemila. Disposta dapprima secondo un orientamento orizzontale, a simboleggiare la connessione con la terra, e verticalizzata in seguito nelle sculture degli ultimi anni, a rappresentare lo slancio verso il cielo, questa serie di caratteri misteriosi in cui ogni segno diventa concetto si carica del portato di esperienze e di riflessioni dell’artista.
Attorno all’alfabeto sono poi radunati nuclei di opere che affrontano altri soggetti cari a Weiss e che comprovano le sue incessanti sperimentazioni materiche. È così che alla ceramica vascolare dalle eleganti forme insolite, testimonianza della perizia tecnica dell’artista, fanno da contraltare le opere in cui l’argilla vive di una lavorazione grezza che genera volumi geometrici evocativi di primigenie entità.
E poi ci sono le iconiche Onde, opere in ceramica che bloccano nella scultura il movimento perpetuo dei flutti. Le oscillazioni dell’acqua diventano le vibrazioni dell’anima, in quella risonanza perfetta tra natura e uomo che è il fondamento dell’arte di Petra Weiss.
