Tra blackout digitali, servizi totalmente paralizzati e nuove censure: la Russia è entrata nell’era del «Gulag digitale»
Olga, una moscovita trentenne, sta cercando di pagare la spesa al supermercato, ma la carta di credito non passa. Suo marito Sergey tira fuori i contanti ma gli alimenti per i bambini, segnati con il «bollino dell’onestà » che ne certifica la qualità , vanno comunque autorizzati online, e internet non funziona. Lasciata metà della spesa in cassa, la coppia non riesce a portarla a casa: lo smartphone non prende la connessione, quindi non può chiamare un taxi né attivare un car sharing, e nemmeno pagare. Intorno, nel pieno centro di Mosca, sembra di vivere in un film distopico: auto che si fermano perché non va più il navigatore, ristoranti con i tavoli vuoti perché i clienti non riescono a prenotare, corrieri delle società di delivery che parcheggiano le bici piene di pizze e sushi perché non sanno dove portarle, coppie che non riescono a ritrovarsi perché i messaggini non partono.
Disservizi e propaganda
«Si è rotto tutto», commenta Olga, armeggiando con l’ormai inutile telefono. Mosca, il paradiso digitale i cui abitanti raccontavano fieramente i prodigi, dove a qualunque ora si poteva fare qualunque cosa online, i droni portavano i pacchi e i documenti del Comune o della banca si potevano ordinare con un click, è tornata all’improvviso all’età pre-digitale, e il gigante digitale Yandex – che offre qualunque servizio, dal motore di ricerca all’e-commerce – ha introdotto per i suoi taxi un «servizio speciale»: si possono prenotare componendo un numero di telefono fisso e pagando in contanti, come negli anni Settanta del Novecento. I cellulari diventano accessori inutili: la rete dati sparisce e spesso manca anche la connessione via cavo. Banche, uffici e negozi registrano, secondo le stime del Comune di Mosca, l’equivalente di almeno 9 milioni di franchi di perdite al giorno. Ma non si tratta di un incidente temporaneo: l’oscuramento di internet «per motivi di sicurezza» continuerà «senza limiti, fino a che sarà necessario», promette il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.
I black out della Rete l’anno scorso hanno colpito 62 regioni russe, procurando un danno complessivo stimato dal «Moscow Times» in 9 miliardi di franchi. Il motivo ufficiale sono gli attacchi dei droni ucraini, ormai quasi quotidiani in alcune regioni, ma la vera ragione sembrerebbe essere una cortina di ferro digitale che il Cremlino sta calando sulla Russia. All’inizio di marzo questo provvedimento è toccato anche a Mosca, suscitando il panico. Teoricamente esiste una «lista bianca» di siti che devono rimanere comunque accessibili – ospedali, trasporti, banche – ma che vengono comunque bloccati. «Internet non sarà più come lo conosciamo», dice Mikhail, un imprenditore in campo digitale che per ovvi motivi non comunica il suo cognome. Lavora con il Ministero dell’istruzione e non sembra scherzare quando dice che i piani del Governo di Vladimir Putin prevedono un «Gulag digitale», di cui la messa al bando di WhatsApp e Telegram sarebbe solo l’inizio.
Quei «contenuti distruttivi»
Le notizie ufficiali sembrano dargli ragione: i telegiornali trasmettono l’incontro del ministro dell’istruzione Sergey Kravtsov che comunica a Putin che tutti gli allievi delle scuole russe sono stati costretti a passare all’app di messaggistica Max, che «protegge dai contenuti distruttivi» ma soprattutto – come hanno già denunciato tra gli altri numerosi analisti – spia ogni mossa degli utenti. La regione di Sverdlovsk, negli Urali, è andata oltre, e la vicegovernatrice Tatyana Savinova ha annunciato che 4,6 milioni di profili social di teenager vengono ora sottoposti a un «monitoraggio continuo» da parte delle autorità , in cerca di «contenuti vietati o distruttivi». È la seconda regione russa a introdurre il «Grande fratello» per i ragazzi, dopo il Tatarstan, e Savinova dice che si tratta di un progetto pilota da estendere a tutto il Paese.
I metodi tradizionali della propaganda non bastano più, e al quinto anno di invasione dell’Ucraina il documentario di Pavel Talankin Mr Nobody vs. Putin candidato all’Oscar – una minuziosa cronaca di una scuola della provincia russa che dopo l’inizio della guerra sprofonda nella propaganda e nella militarizzazione – appare già quasi superato. Marciare a scuola gridando slogan e raccontare in privato la paura della guerra e il dolore per i fratelli maggiori uccisi in guerra – come fanno i ragazzi nel film – non sarà più possibile, almeno non nella Russia che il responsabile dell’ideologia del Cremlino Sergey Kirienko vuole costruire. Il Cremlino ha bisogno di soldati, e il sito dell’università di Tomsk invita gli studenti ad arruolarsi come piloti di droni, promettendo stipendi elevati e congedo dopo un anno, senza precisare che i contratti con l’esercito in tempo di «operazione militare speciale» non hanno scadenza, e che una volta indossata l’uniforme si può venire mandati ovunque, anche nelle trincee del Donbass dove gli ucraini stanno lanciando una controffensiva che minaccia di rendere inutili le perdite da record subite dalle truppe russe nei mesi scorsi.
La guerra che doveva durare pochi giorni è entrata nel quinto anno, e la popolarità di Putin è scesa al minimo dal 2022: appena il 32%, praticamente lo stesso livello che aveva alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, che l’aveva portato al picco del 49%. I dati sono stati rivelati dal centro demoscopico governativo VtsIOM, e mostrano quanto il Cremlino abbia la necessità di controllare lo scontento, che ora sembra diffondersi perfino tra i governatori: dopo il primo cittadino di Belgorod, anche quello di Bryansk Aleksandr Bogomaz ha chiesto pubblicamente di interrompere i bombardamenti del territorio ucraino per evitare rappresaglie di Kiev, che ha distrutto una fabbrica di armi locale. Gli abitanti di Bryansk nei social si sono lamentati dell’assenza della contraerea e di rifugi dove nascondersi. «Pensano solo a difendere la dacia del fuhrer sul Valday», ha scritto una utente che per ora può nascondersi sotto un pseudonimo. Anche perché frasi del genere possono venire qualificate come «discredito delle forze armate» e costare qualche anno di carcere. Se dalle parole si passa alle azioni le pene diventano pesantissime: di recente una donna di Khabarovsk, nell’Estremo Oriente, è stata condannata a 17 anni di carcere per aver strappato alcuni volantini che invitavano ad arruolarsi nell’esercito.
