Dove vanno i ricconi che scappano da Dubai?

by azione azione
18 Marzo 2026

Oltre a Svizzera e Monaco, anche la Lombardia si sta imponendo come meta per chi cerca opportunità e vantaggi fiscali

Mentre Dubai assume i contorni del miraggio, tra i fumi dei razzi e dell’incertezza sul futuro immediato, c’è tutta una facoltosa comunità internazionale che, oltre a mettersi in salvo, dovrà capire cosa fare, dove vivere. Perché anche se le cose dovessero tornare a una relativa normalità, il messaggio che gli Emirati Arabi hanno cercato di trasmettere negli ultimi anni – stabilità e sicurezza in una regione turbolenta – è stato smentito dai fatti: gli equilibri in Medio Oriente non saranno mai più gli stessi. E non basta la massiccia operazione di comunicazione fatta dal Governo attraverso influencer che, al grido di «so chi mi protegge», hanno postato immagini dello sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum, enfatizzando i problemi di criminalità e i rischi delle città occidentali. Le persone stanno andando via, le banche internazionali hanno chiuso le loro sedi, gli aeroporti sono presi d’assalto e la cronaca dell’esodo di questa élite internazionale devota alla tassazione zero sul reddito e ai servizi resi economicissimi da personale sottopagato ai limiti della schiavitù sta occupando le pagine dei giornali. Ora scappano, ma poi dove andranno?

Londra ha perso terreno

Quando c’è da accogliere soldi e desideri, ci sono luoghi pronti a rispondere: oltre alla Svizzera e a Monaco, due mete tradizionali in cui però i requisiti sono alti e anche i vincoli, Milano si sta stagliando sempre di più come un buon posto dove vivere, lavorare e approfittare di un sistema fiscale molto favorevole ai grandi capitali, almeno per un po’. Nelle ultime settimane gli studi legali e i commercialisti raccontano di telefonate e frenetiche richieste di informazioni da parte di chi è stato costretto a cercare in fretta e furia una soluzione dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. È presto per avere dati, ma tutti raccontano di una certa effervescenza e curiosità nell’aria, sulla scia di quanto sta già avvenendo da un po’ di tempo a questa parte. Un «megatrend», lo chiamano. Da quando Londra ha deciso di abolire i privilegi dei «non dom», imponendo delle tasse di successione che hanno suscitato ripensamenti anche nei più affezionati cultori dello stile di vita britannico, la Lombardia ha subito raccolto la sfida, con un’idea di dolce vita che non è solo limitata a Milano ma coinvolge anche Como e città un tempo trascurate come Lecco. Le Olimpiadi invernali hanno dato ulteriore lustro al capoluogo lombardo, che ha ottenuto e gestito bene l’attenzione internazionale.

Ma non basta. Paesaggi e cibo, scuole internazionali e un mercato immobiliare vivace sono senz’altro importanti, ma è la tassazione a fare la differenza. Più di altre città italiane, Milano continua a trarre beneficio dalle agevolazioni fiscali destinate ai ricchissimi: dal 2016 esiste una flat tax sulle entrate e gli asset complessivi di chiunque si trasferisce in Italia per almeno 6 mesi all’anno per almeno 15 anni. Prima era di 100mila euro, dal 2024 è di 200mila, ma da allora si sono aggiunti numerosi fattori. Il primo è una relativa stabilità politica del Paese con il Governo di centrodestra di Giorgia Meloni e il secondo è il cambiamento di condizioni nel resto del mondo: Londra ha avuto la Brexit, la fine dei «non dom» e più primi ministri che nell’Italia degli anni Ottanta. Monaco si è rivelata troppo piccola per viverci sempre, Parigi ha un’imposizione elevata ed è percepita come insicura. Svizzera a parte, solida come sempre, Milano è apparsa come un’ottima soluzione, anche perché è facile lavorare, fare impresa. Senz’altro più che a Roma o a Firenze. Ad aprile era già la terza destinazione preferita al mondo per i milionari, dopo gli Emirati e la Svizzera.

I pesci più piccoli

Però difficilmente il sogno milanese potrà essere applicato ai pesci più piccoli, a tutti gli influencer e imprenditori digitali che sono riusciti a vivere una vita da sogno a portata di tutti, sentendosi come se avessero avuto i superpoteri: le tasse in Italia sono alte per le persone normali, e alcuni di loro hanno avuto la curiosa idea di far presente nelle ultime settimane che sarebbero meglio le bombe dell’imposizione al 50%. Però è un posto in cui si lavora bene, in cui i servizi funzionano e la qualità della vita è alta, che di questi tempi non è da trascurare, tanto che anche la Grecia sta emergendo come una meta desiderabile.

Ma Dubai non è solo un magnete per le ambizioni di tanti, ambizioni effimere, il più delle volte, rafforzate dalle immagini delle feste durante la pandemia. Con il suo 90% di residenti stranieri e la sua allure da aeroporto di lusso, incarna qualcosa a cui l’umanità difficilmente può rinunciare, un melting pot un po’ kitsch che continuerà ad attirare sogni. Nel breve termine, Donald Trump ha però danneggiato pesantemente anche la fiorente industria del turismo. Secondo il World Travel & Tourism Council, la guerra sta costando 600 milioni di dollari al giorno alle economie del Golfo. Per quest’anno si prevedevano 207 miliardi di dollari di spesa dei visitatori internazionali in Medio Oriente, ma ora sono state già cancellate 80 mila prenotazioni di affitti a breve termine a Dubai, mentre i grandi alberghi di lusso hanno subito dei danni fisici. I missili di Teheran hanno preso di mira più gli Stati del Golfo che Israele, e quale che sia l’esito della guerra, per loro sarà importante trovare un modello futuro sostenibile: che prevalga Israele o l’Iran, Dubai dovrà ripensarsi. Nel frattempo, Milano potrebbe approfittare ancora un po’ del suo vento in poppa.