All’ombra della Sierra de la Giganta, la genesi di un mondo oggi associato a Hollywood, all’oro e alla Silicon Valley cominciò con una barca, sei soldati e un missionario milanese
A guardare la facciata giallo-ocra del piccolo municipio di Loreto, Baja California, si fa fatica a crederci. «Capital historica de Las Californias» recita la scritta sulla testa di un poliziotto che sembra dormire in piedi sul balcone. Di Californie ce ne sono tante a nord e a sud della Linea, il confine tra Messico e Stati Uniti: dall’eclettica San Francisco a Los Angeles che trasuda dollari e cinema, a Tijuana dove si incrociano quasi senza vedersi migranti in cerca del sogno americano e gringos a caccia di tequila, sexo y marijuana come cantava alla fine degli anni Novanta Manu Chao. Eppure, la corsa all’oro della California, Hollywood e la Silicon Valley hanno le loro origini all’ombra del vecchio campanile spagnolo che sembra ancora proteggere Loreto, incastonata tra i giganteschi denti di pietra color ruggine della Sierra de la Giganta e il blu accecante di un mare che ha scavato labirinti di isole e promontori.

Loreto, lo Zocalo (Piazza Principale) e il Municipio, «Storica capitale delle Californie».
Una storia quasi sconosciuta dalle nostre parti con due protagonisti sopra le righe, i gesuiti italiani Juan Maria Salvatierra nato a Milano nel 1648 e il leggendario padre Kino che in realtà si chiamava Eusebio Chini, nato nel 1645 a Segno in Trentino. Sono stati loro, mangiando polvere e avventure lungo improbabili piste indiane, a creare i primi insediamenti negli spazi sconfinati di quelli che sarebbero diventati la California e il South-West degli Stati Uniti. E lo hanno fatto a partire proprio da Loreto, fino al 1776 capitale dell’intera California, quella messicana e quella che gli Stati Uniti si sono presi nel 1848. Luoghi, da allora, noti per essere parte di un sonnolento angolo di mondo dove la vita scorre lenta tra turisti che raccontano mirabolanti storie di pesca al marlin e locali che favoleggiano di un boom turistico prossimo venturo «da far invidia a Cancun». Sono quarant’anni che ci provano ma finora non sono riusciti a distruggere l’encanto sottile di un luogo dove l’unico colpo di vita è l’arrivo di una nave da crociera.
Chevrolet e pellicani impagliati
Il primo segnale all’arrivo è l’apparizione sul molo della scalcinata Chevrolet verde pisello di Felix che schiera una sfilza di pellicani, coyotes e aquile impagliati da rifilare a qualche crocierista in bermuda a fiori di ordinanza. Poi arrivano il camion dei pompieri e compitissimi poliziotti che a ogni incrocio, rigorosamente deserto, danno la precedenza ai pedoni, solo gringos naturalmente, e provvedono a trascinare dietro una palma un ubriaco stupito, perché non schiamazzi in pubblico. Va avanti così fino al pomeriggio, quando una bacchetta magica impacchetta di nuovo tutti sulle lance e li rispedisce a bordo della nave mentre una secolare trance catalettica torna a regnare sovrana.
Tanto oro e bellissime donne
D’altronde qui, anche storicamente, l’unico evento degno di nota è stato l’arrivo dei primi conquistadores spagnoli attratti da leggende che favoleggiavano sulle coste della misteriosa California l’esistenza di sterminate ricchezze e seducenti amazzoni. Ingredienti perfetti per attrarre avventurieri capaci di credere a qualunque cosa dopo avere scoperto i tesori del Messico e del Perù, per giunta rafforzati dalla fama di un popolare romanzo cavalleresco pubblicato a Siviglia, Sergas de Esplandiàn, le Avventure di Esplandiàn, di Garci Rodríguez de Montalvo, che parlava di un’isola popolata da bellissime donne guerriere dove l’oro era l’unico metallo. Ce n’era abbastanza per convincere persino il conquistatore del Messico, Hernán Cortés inguaribilmente innamorato di storie e miti, possibilmente strabordanti di tesori.
Le prime navi salparono nel 1532 ma tra tempeste, ammutinamenti, naufragi e attacchi dei nativi solo pochi superstiti tornarono magnificando sterminate quantità di perle, e nel 1535 Cortés finanziò e guidò una spedizione che fondò un piccolo insediamento in quella che ribattezzò Isola delle Perle nei pressi dell’attuale La Paz. Dopo undici anni di tentativi, e decine di navi perse, persino Cortés dovette accettare la dura realtà: l’oro non c’era, le amazzoni neppure, e le perle bisognava conquistarsele nel clima infernale di una calida fornax (fornace ardente), da cui deriva il nome California.
Juan Maria Salvatierra
A Hernán restò solo la magra soddisfazione di dare il suo nome a quello che più propriamente avrebbe potuto chiamarsi Mar del Desencanto – mentre per un po’ ciò che oggi è noto come Golfo di California fu chiamato Mar de Cortés. A dare il via invece alla colonizzazione di quella che allora si credeva un’isola, forse perfino il passaggio a Nordovest verso il favoloso Oriente, fu invece il gesuita Juan Maria Salvatierra. Folgorato da un libro sull’evangelizzazione degli indios del Nuovo Mondo, mentre studiava al collegio gesuita di Parma – ne fu così impressionato da farne lo scopo della sua vita – si fece missionario a dispetto dei genitori che sognavano per lui un matrimonio altolocato con qualche nobildonna disponibile.
Gesuiti italiani come Juan Maria Salvatierra e Eusebio Kino aprirono piste, missioni e insediamenti nell’America spagnola
Nel 1675 salpò da Genova per la Nueva España, l’attuale Messico, e dopo qualche anno di insegnamento a Puebla si avventurò tra i vertiginosi strapiombi della Barranca del Cobre, il gigantesco «Canyon del Rame» nel cuore della Sierra Madre dove vivevano solo rari gambusinos, i minatori spinti da un’inesauribile sete d’oro e d’argento, e i Raramuri, più conosciuti come Tarahumara, il più importante popolo indigeno a nord di Città del Messico. Tra loro, padre Salvatierra rimase per una decina d’anni evangelizzando interi clan, pur mantenendo vivo il sogno della remota California.
Nel cuore della Sierra de la Giganta
L’autorizzazione reale finalmente arrivò nel 1697, accompagnata dalla postilla che i costi dell’operazione sarebbero stati a carico dei gesuiti, e Salvatierra raggiunse Bahia Concepciòn il 15 ottobre con un piccolo battello e sei soldati fondando la missione di Loreto Concho, «testa e madre di tutte le missioni delle Californie». Prete, capitano, e se necessario anche cuoco, «l’apostolo della California» aveva ottenuto i pieni poteri per governare i nuovi insediamenti e si occupava di tutto. In pochi anni fondò sei missioni e realizzò importanti esplorazioni, anche se nel frattempo gli autoctoni che voleva evangelizzare si erano rapidamente estinti, stroncati da epidemie e denutrizione.
Ci voleva altro però per costringere i gesuiti a rinunciare alla costruzione della loro città ideale e, nei settantuno anni in cui controllarono la California, prima di venire espulsi dalle Americhe, esercitarono un ferreo controllo sui nuovi migranti selezionando infaticabili lavoratori devoti all’ideale cristiano, e soprattutto gesuita. Due anni dopo la fondazione di Loreto un altro italiano, padre Piccolo, fondò una seconda missione, San Francisco Javier de Viggé-Biaundò nel cuore della Sierra de la Giganta.
Per raggiungerla ancora oggi bisogna seguire l’antico Camino Real misionero, un mantra di tornanti che risalgono serpeggiando a fatica tra canyon foderati da spine di cactus, fino a raggiungere una capsula del tempo segnalata da un campanile spagnolo che emerge da un ciuffo di palme. All’interno di una chiesa spoglia sembrano ancora risuonare i passi metallici dei conquistadores, che forse una preghiera preferivano farla, prima di risalire sempre più a nord attraverso deserti e catene di montagne punteggiati da un rosario di chiese, ventitré solo nella Baja California. Un’opera gigantesca continuata da domenicani e francescani dopo la cacciata dei gesuiti, fino a Sonoma, più a nord di Los Angeles e San Francisco.
Padre Kino
Nel frattempo, padre Kino realizzava una sua personale epopea esplorando, costruendo e amministrando una catena di missioni sgranate lungo gli spazi sconfinati all’estremo nord dell’América Española, dal nord del Messico a quella che oggi è l’Arizona. Ventiquattro anni e quaranta viaggi, alcuni con Salvatierra, scoprendo per primo nel 1698 che la California era in realtà una penisola. «Piccolo e magro, vestito poveramente e perennemente disordinato, mite con i più e crudele con sé stesso per le penitenze che si autoinfliggeva, come se non gli bastasse il tempo per vivere», così lo descrissero i suoi contemporanei. Appena affidata una nuova comunità a un confratello, Kino ripartiva per fondarne un’altra, mentre portava a una terza granaglie, alberi da frutto e animali che aveva selezionato personalmente.
A San Xavier del Bac, la «Cappella Sistina d’America» nei pressi di Tucson in Arizona, parlano ancora di lui i volti ascetici dei santi spagnoli addolciti dalla manodopera indigena. Più spesso però delle sue missioni sono sopravvissuti solo pochi muri di adobe (terra cruda impastata con paglia) calcinati dal sole di povere chiese, ma molte delle sue comunità sono diventate fiorenti cittadine, un contributo così importante alle origini degli Stati Uniti da meritarsi una statua nel Memorial Hall di Washington, unico italiano tra i Padri Fondatori e i pionieri.
Le piste dei gesuiti
Oggi il filo rosso delle piste dei gesuiti riaffiora solo tra le ombre dei canyon più profondi ma lo spirito delle loro missioni si può respirare ancora nello spazio infinito della Baja California. I campanili di Mulegé e San Ignacio emergono da sterminate distese di palme da dattero piantate dai gesuiti, che hanno trasformato il Desierto Vizcaino in oasi sahariane. Non molto lontano una vecchia locomotiva circondata dagli squillanti colori caraibici delle case di Santa Rosalia sembra un’allucinazione ma svela una surreale epopea mineraria testimoniata persino da una chiesetta in ferro progettata da Eiffel, proprio quello della celebre torre. Qui c’era una montagna di rame e nel 1885 il dittatore Porfirio Diaz invitò una compagnia mineraria francese ad aiutarlo: loro dovevano costruire una città e un porto mentre Don Porfirio metteva la manodopera, praticamente gratis visto che si trattava di indios Yaquis deportati. Dopo una sessantina d’anni il rame finì e i francesi se ne andarono lasciando la chiesetta, le locomotive e il profumo di improbabili baguettes che sono il vanto della panetteria locale.
Il cuore più segreto della Baja California si materializza con le sue distese infinite di cactus dalle forme extraterrestri, su cui scaldano le ali al primo sole del mattino imperturbabili e funerei zopilotes, gli avvoltoi in paziente attesa di un colpo di sonno di qualche autista di uno dei giganteschi camion argentati che arrancano lungo la leggendaria Carretera Nacional Mexico 1.
Un’immensità che travolge chiunque ma non chi affida certezze assolute proprio al tempo dei gesuiti, «le nostre donne hanno la pelle chiara come le spagnole. Io sono povero, tutti noi siamo poveri, però sono sempre un Villavicencios» spiega con l’orgoglio di chi sa chi è e da dove viene Martin, pastore e discendente di un soldato spagnolo che secondo lui tre secoli fa avrebbe popolato da solo il centro della penisola «figliando come un cane». Perché per i gesuiti fondare una missione significava non solo tirar su le mura di una chiesa, ma soprattutto creare un insediamento umano permanente trasformando profondamente il territorio.
Dopo i primi insediamenti
Con loro arrivarono l’allevamento di capre, maiali, pecore e sistemi di irrigazione per sperimentare nuove coltivazioni, grano, datteri, melograni, aranci, fragole, fichi, olive, noci di cocco, mango delle Filippine e uva delle Canarie. In poco più di quarant’anni le missioni di Comondú, Purísima, San Ignacio e San Javier produssero oltre quindicimila litri di vino capace di competere con quello europeo. La loro uva misionera cresce ancora negli orti che avevano fondato, sopravvissuti agli insediamenti scomparsi e al sogno di trasformare la Baja in un Regno dei Cieli sulla terra, isolato sia dalla colonia sia dalla corona spagnola e popolato di convertiti governati solo da Dio.
I loro discendenti sono ancora lì, all’ombra di vecchie chiese che al calar della sera si trasformano in sagome scure contro cieli infiammati. Anime testarde ferocemente aggrappate a quella che sarà anche una penisola ma assomiglia ancora a un’isola, almeno nella testa di chi ci vive.









