Un saggio di Audrey Millet svela il lato oscuro del sistema moda «tra capitalismo dei corpi e criminalità»
Audrey Millet è una storica arrivata in Italia per seguire un dottorato all’Istituto Universitario Europeo a Fiesole dove viene fermata per strada da un uomo che le chiede aiuto avendola sentire parlare in francese. È così che inizia il lungo dialogo fra la ricercatrice e Abdoul, un quarantenne ivoriano per cui la Toscana è l’ultima tappa di un’odissea in cui però i mostri sono veri e non esiste nessuna Itaca a cui fare ritorno. Dal loro incontro deriva il testo da poco pubblicato in italiano: La trama del lusso. L’industria della moda tra capitalismo dei corpi e criminalità (add editore).
Abdoul nasce in una cittadina nei pressi della discarica di Akouédo, adesso dismessa, che per decenni ha raccolto i rifiuti provenienti dall’Occidente, tra cui tonnellate e tonnellate di abiti che finiscono in Africa insieme a immondizia di ogni tipo, avvelenando le popolazioni locali. Millet fa parte di un’organizzazione, Clean Clothes, che prova a sensibilizzare l’Occidente sui rischi del fast fashion dal punto di vista ecologico e di giustizia sociale.
Per 30 euro al giorno
L’ingiustizia a cui sono sottoposti i lavoratori del tessile, infatti, che cuciono abiti e accessori per marchi occidentali, anche di alta moda, ha teatro in Africa, in Libia per continuare anche a Prato, capitale del cosiddetto Made in Italy. Lo stesso Abdoul si è trovato a lavorare in un macrolotto della cittadina toscana per dodici ore al giorno, con una paga di 30 euro, ma racconta che ci sono persone in quell’area industriale pianificata che non vedono mai la luce, costretti a stare alla macchina da cucire, giorno e notte, mangiando in fabbrica. Seguendo il tragitto che ha condotto Abdoul in Europa, Millet traccia il quadro tragico della condizione di parte dei lavoratori del tessile, ma più in generale, della globalizzazione di quella che non esita a chiamare schiavitù o tratta di esseri umani.
Fin da quando ha lasciato la casa dei suoi genitori per imparare a fare il sarto nel laboratorio di un cugino, Abdoul ha avuto come unico scopo quello di guadagnare soldi sufficienti per comprare una macchina da cucire. Per provare a raggiungere questo obiettivo che negli anni si è rivelato una chimera inarrivabile, dalla Costa d’Avorio è finito in Burkina Faso poi nel Niger e infine in Libia, prima di approdare in Italia. L’attraversamento del deserto su un pick-up insieme ad altri sventurati alla ricerca di un lavoro si è rivelato essere l’esperienza in terra di un girone infernale: Abdoul è stato ferito gravemente alla gamba, nel frattempo le giovani donne che erano in viaggio con lui sono state tutte stuprate dai predoni, bambine comprese, e alcuni compagni di viaggio sono stati uccisi, finendo a rimpinguare i cumuli di cadaveri che costellano il deserto tra l’Africa centrale e la Libia. Nel Paese che era di Gheddafi l’interesse per gli emigrati è altissimo, considerato che essi costituiscono manodopera gratuita: lo scenario del reclutamento è esattamente lo stesso che abbiamo visto raccontato nei film sulla schiavitù ambientati nell’antichità o al tempo della tratta dei neri. Le persone sono selezionate in base alle loro capacità fisiche: i più forti vengono mandati a lavorare nei campi, quelli meno a cucire, mentre le donne, indiscriminatamente, sono destinate alla prostituzione.
Sfruttamento e veleni
Millet fa riferimento all’esistenza di numerose basi in cui coloro che vogliono raggiungere il Vecchio Continente rischiano di finire schiavi di organizzazioni criminali: ce ne sono anche negli Emirati Arabi Uniti, dove di solito vengono sfruttati bengalesi e pakistani, alcuni di questi poi spediti direttamente a Prato dove sono reclutati come caporeparto per controllare gli operai cinesi o africani. In questi luoghi che sono veri e propri campi di lavoro «l’aspettativa di vita media di un detenuto-lavoratore è di circa sei mesi», ma nei capannoni e nelle fabbriche dei macrolotti di Prato le cose non vanno molto meglio. A causa della formaldeide che viene utilizzata per conciare la pelle o del «Takter 650, un prodotto adesivo comunemente utilizzato per fissare i ricami nella pelletteria», molti lavoratori si ammalano gravemente. Inoltre, anche se riescono a non morire per avvelenamento da prodotti chimici, ricevono un salario che a stento è sufficiente per pagarsi un letto a castello in case affittate a prezzi esorbitanti da condividere con altre dodici o quindici persone.
Nell’organizzazione di questi mercati di schiavi sarebbero coinvolte le mafie – quelle nigeriana, libica, italiana – che utilizzano spesso gli emigrati come corrieri per la droga, in particolare per spostare grosse quantità di eroina da un capo all’altro del mondo. All’interno di questo stesso scenario agirebbero anche le grandi aziende del lusso che a turno vengono indagate per aver subappaltato la produzione della loro merce a laboratori in cui i lavoratori operano in condizioni di schiavitù. Il risultato di questa tragedia contemporanea, conclude Millet, è da una parte l’arricchimento smisurato di coloro che sono agli apici delle catene di sfruttamento, e dall’altra la totale inconsapevolezza con cui cittadine e cittadini occidentali continuano a ingombrare i propri armadi di capi di abbigliamento nelle fibre dei quali scorrono il sangue e il sudore di un numero impressionante di uomini e donne.
