Dietro le quinte di una rivoluzione stilistica

by azione azione
4 Marzo 2026

In Nouvelle Vague, Linklater mostra il set di Fino all’ultimo respiro come laboratorio di idee, libertà e gesti immediati

Che cosa è stata la Nouvelle Vague? Che tipo di regista era Godard? Che cosa hanno rappresentato Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg? A tutte queste domande prova a rispondere un film che arriva nelle nostre sale domani, giovedì 5 marzo. Il titolo non poteva che essere Nouvelle Vague. A dirigerlo è Richard Linklater, autore noto per lavori come Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight e Boyhood.

Questa introduzione serve a chiarire subito un punto: l’ultimo film del regista texano è anche – ma non solo – un’opera didattica. È infatti uno strumento capace di trasmettere, con chiarezza e piacere, alcune nozioni fondamentali di uno dei momenti più rivoluzionari della storia del cinema mondiale: la Nouvelle Vague francese, che tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta del Novecento ha cambiato per sempre il modo di fare e pensare il cinema.

Linklater entra in quel mondo scegliendo un punto di vista preciso: la genesi di Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle), primo lungometraggio di Jean-Luc Godard. Nouvelle Vague ne ricostruisce la lavorazione, il dietro le quinte, le incertezze e l’entusiasmo, la libertà creativa e una certa incoscienza che caratterizzavano non solo un autore, ma un’intera generazione. Attraverso quel set improvvisato prende forma il ritratto di una comunità artistica che credeva nel cinema come gesto immediato e urgente.

Il film è dunque un metafilm: da un lato racconta una Parigi febbrile e attraversata dall’arte, dall’altro chiarisce – senza mai teorizzare apertamente – la filosofia e lo stile di un movimento cinematografico. Ma lo fa evitando con cura il tono accademico. Al contrario, Nouvelle Vague è un film leggero, talvolta perfino giocoso, che riesce nell’equilibrio non scontato tra omaggio personale e racconto divulgativo.

In questo senso, l’opera di Linklater spiega meglio di molti saggi quali siano state le vere novità introdotte da quei giovani critici dei Cahiers du Cinéma – da François Truffaut a Claude Chabrol, da Jacques Rivette a Éric Rohmer, fino a Agnès Varda – che da semplici spettatori diventarono autori, mossi da una fame di verità.

Pur essendo chiaramente didattico, il film non diventa mai didascalico. Merito del tono costantemente leggero, della scrittura che evita inutili spiegoni e anche della bravura del cast, con Guillaume Marbeck e Zoey Deutch particolarmente convincenti. Tutto scorre con naturalezza, come se il film volesse accompagnare lo spettatore ma non istruirlo.

Nouvelle Vague è un film lineare, accessibile e proprio per questo efficace. Paradossalmente, dal punto di vista stilistico, si colloca agli antipodi del cinema di Godard. Linklater non tenta l’imitazione, né la mimesi formale. Ricostruisce invece quell’ambiente con grande attenzione filologica, arricchendolo di dettagli che danno spessore all’atmosfera senza mai appesantirla. È un gesto di rispetto e di umiltà: raccontare una rivoluzione senza pretendere di rifarla.

Come ha scritto il critico di «Time», Linklater «non imita la Nouvelle Vague, ma ne onora l’essenza». E lo fa con un tono sorprendentemente allegro, riuscendo persino nell’impresa di rendere simpatico Godard. In definitiva, Nouvelle Vague è un film che si guarda con il sorriso sulle labbra: ti porta dietro le quinte di un’opera che ha fatto la storia del cinema, ne chiarisce le ragioni e non ti fa mai sentire escluso.

Anzi, alla fine fa venire voglia di rivedere l’originale, ma anche di prendere una cinepresa – o oggi forse uno smartphone – e uscire a filmare per strada. Senza permessi, senza copione, con una sola idea in testa e la spensieratezza irripetibile della Parigi di quegli anni.