Il machismo di una famiglia iper-tradizionale

by azione azione
4 Marzo 2026

Emma Dante porta in scena "L’angelo del focolare" al LAC di Lugano, un femminicidio senza sconti, viscerale e brutale

Non fa sconti sulla violenza, portata a un grado molto alto e brutale e assolutamente non edulcorata o addomesticata il forte e perturbante L’angelo del focolare di Emma Dante, andato in scena al LAC di Lugano lunedì sera di fronte a una sala gremita (replica il martedì sera). Regista da sempre molto viscerale e tellurica, capace di creare impalcature narrative solide e di immediato impatto – pensiamo al suo spettacolo forse migliore, Vita mia, datato ma ancora impresso nella memoria – Emma Dante è una maestra della scena, e prova ne è il recente Leone d’oro alla carriera assegnatele dalla Biennale di Venezia.

Prima di quella definitiva, la moglie, alza il crocifissotra urla e lacrime,ricordando simbolicamenteognuna delle morti simili

In questo allestimento mette in scena, per raccontare il femminicidio, una famiglia del Sud Italia – che è il suo territorio, quello in cui si è sempre mossa – probabilmente pugliese, come si evince dall’accento e dalla cadenza dei personaggi, povera di strumenti materiali e culturali. Le prime a entrare in scena sono la nonna (la quale parla un dialetto talmente stretto da risultare del tutto incomprensibile e che assomiglia, per movenze e macchiettismo, a una pupara siciliana) e la moglie, tutta affaccendata a ripulire il pavimento dalle patatine mangiate e lasciate cadere abbondantemente dal figlio. E quest’ultimo dopo di loro; ragazzo, appunto, che sin da subito appare fragile e con qualche movenza femminile – e quindi, già in partenza, poco adatto a inserirsi nella visione machista di una famiglia iper-tradizionale. I battibecchi per le pulizie, il figlio che non si vuole alzare dal letto, tutto concorre a creare un’atmosfera leggera e divertente, di tranquillo tran tran e armonia, assimilabile a De Filippo e a quel capolavoro che è Natale in casa Cupiello. Ma quando entra in scena il pater familias, un energumeno in canottiera e mutande, il clima familiare cambia. Del tutto macchiettistico e stereotipato – con una scelta registica chiara, crede chi scrive, e non perché il personaggio sia sfuggito di mano – il marito e padre è sempre nervoso, teso, impossibilitato a stare fermo e prigioniero di una serie di cliché machisti che gli rendono impossibile una sana e normale vicinanza affettiva, che non riesce a coltivare non solo con il figlio troppo femminiello per i suoi standard, non solo con la moglie che non sa addomesticare come vorrebbe, ma nemmeno con la madre, solitamente il refugium peccatorum per figuri di questo tipo.

Il marito picchia e maltratta la moglie ogni sera, e lei muore ogni volta, ancora prima di morire per davvero. Stesa a letto, alzando il crocifisso, mostra al pubblico che il femminicidio è solo l’ultima puntata di una serie di morti simboliche, disseminate lungo la via della violenza. Scavando nel racconto e narrando al figlio – che deve sorbirsi terrificanti lezioni di machismo dal padre – il momento dell’incontro, la madre spiega come abbia conosciuto il padre a un ballo, quando era ancora giovanissima (sedici anni), vestita di rosa e piena di speranze verso la vita. Ma il padre, dopo le danze, la porta in una radura – c’era la luna, si sentivano l’odore del mare e il verso dell’assiuolo, in una citazione anche piuttosto aperta di Pascoli – e lì la violenta. Da qui la nascita del figlio, che si sente un errore e che non ha voglia di vivere, pur possedendo un grande talento per il canto.

Le crepe che si avvertono in un allestimento che non è certo pacificante, ma anzi volutamente disturbante, sono da ricercare nella narrazione, che appare carente sotto certi aspetti: non si capisce come cresca la violenza, quale sia la reale miccia che porta all’atto finale, se non il possesso maniacale della donna, ridotta a oggetto di fantasie di onnipotenza smentite puntualmente dalla realtà. Questa violenza maschile non cresce, non si estende, non è un organismo che parte piccolo per raggiungere dimensioni sempre più marcate, ma viene presentata già così, come un enorme mostro proteiforme e non irreggimentabile.

Questo è forse il limite dell’opera: non entrare nelle sfumature, non mostrare il doppio volto dell’abuso, che spesso aggancia proprio perché capace anche di tenerezza, di dolcezza, di ampie zone di fusione che le donne vittime sono portate a confondere con l’amore. Qui invece è tutto brutale, tutto urlato, tutto muscolare, tutto teso, contratto, spinto al limite. Non c’è margine per respirare, per riposare, per sostare nelle ambiguità. Per motivi di questo tipo lo spettacolo sta registrando un’accoglienza meno convinta rispetto a opere precedenti della regista siciliana. Si può dissentire, dire che le cose non stanno sempre così, che spesso il femminicidio nasca in contesti più ovattati e borghesi – non è però quello, va ricordato, il perimetro della ricerca di Emma Dante.

Il principale pregio di questo lavoro? Mostrare un archetipo del maschile che purtroppo c’è, esiste. È in questo senso che va letto il personaggio del marito/padre, che altrimenti sembra irreale nei suoi tratti più ferini. Questa traccia che informa ancora molti uomini, questa profonda e belluina animalità non sta sul Pianeta Marte, ahinoi. Basta fare un giro fra i file Epstein per rendersi conto che il mostro c’è e ha un volto terribile. Il valore di questo testo è quindi quello di portarci dentro un limite, di spingere sul pedale dell’innominabile. E di non concedere nessuna redenzione.