Trickster-p torna al LAC con Common land

by azione azione
25 Febbraio 2026

La compagnia di Cristina Galbiati e Ilija Lunginbühl presenta oggi a Lugano un nuovo progetto immersivo dedicato al senso di appartenenza e alla relazione fra umano e non-umano

C’è molta attesa in vista del nuovo appuntamento con le performance della compagnia Trickster-p di Cristina Galbiati e Ilija Lunginbühl, un binomio che ha saputo meritarsi l’attenzione internazionale con spettacoli molto particolari frutto di un’attenta ricerca. Nel 2017 Trickster-p è stato insignito del prestigioso Premio svizzero del teatro per l’originalità del suo percorso artistico. E oggi, 25 febbraio, si accenderanno le luci del LAC di Lugano per il debutto di Common land, una sorta di viaggio in cerca del senso di appartenenza, una dimensione che la compagnia di Novazzano ama esplorare attraverso progetti che indagano e mettono in discussione fra loro gli elementi costitutivi del nostro modo di vivere in rapporto con l’ambiente, con la natura, con il prossimo.

Pochi spettatori, massima partecipazione: in Common land il pubblico non assiste, ma abita lo spettacolo, diventando parte attiva

Dal 1999, anno di fondazione della compagnia a oggi come raccontare l’evoluzione maturata finora? Lo chiediamo a Cristina Galbiati.
Come una grande avventura in cui cerchiamo di esplorare costantemente nuovi territori, senza perdere di vista alcuni dei pilastri della nostra ricerca come, per esempio, quello di ripensare il ruolo del pubblico e di integrarlo nella drammaturgia attraverso forme di coinvolgimento sempre diverse. La partecipazione cambia di volta in volta: dallo spettatore solitario immerso nelle cuffie in progetti come .h.g., B. e Nettles, a forme collettive come Book is a Book is a Book o a una partecipazione attiva in Eutopia e The Game. In Common land vogliamo recuperare una dimensione più immersiva, coniugandola con piccoli elementi partecipativi, anche se ridotti rispetto a quelli dei progetti ludici.

Negli spettacoli più recenti avete avuto la collaborazione con un dramaturg, una figura che in Common land non appare: avete deciso di fare da soli?
C’è ancora, anche se preferiamo parlare di collaboratrici e collaboratori che spesso assumono anche un ruolo di dramaturg. La differenza è che questo tipo di collaborazione artistica amplia ulteriormente il lavoro.
La figura del dramaturg è fondamentale, non solo per la scrittura ma anche per la strutturazione, come dimostra il percorso fatto con Maria Da Silva e più recentemente con Jovana Malinarić: entrambe provengono dalla drammaturgia, ma hanno un’esperienza pluridisciplinare che porta nel processo anche idee sul possibile dispositivo, un aspetto che ci interessa molto.

Nei vostri spettacoli c’è una forte tensione ambientalista ed ecologica, avete mai pensato di integrare al messaggio anche una sorta di denuncia politica che gli dia più peso?
Personalmente non mi interessa dare al lavoro una veste esplicitamente politica. Credo, anzi, che riesca a essere più politico quando non diventa militante. Se penso a Common land, alla ricerca sul rapporto tra umano e non-umano e su come diverse forme di vita possano coesistere, mi sembra che questo approccio possa aprire più spiragli nello sguardo degli spettatori invece di chiudersi in una linea ideologica troppo netta, che può generare resistenza. E credo che questa debba essere anche la funzione di un progetto artistico. In ogni caso, il nostro lavoro resta profondamente politico già nella scelta di rivolgerci a un piccolo numero di spettatori, una rivendicazione che sento più nel fare che nel bisogno di sventolare una bandiera.

Le vostre performance hanno fortuna nel resto del nostro Paese e anche a livello internazionale: come siete accolti all’estero?
Dipende molto dai Paesi. Ad esempio, in Germania con le esperienze artistiche partecipative c’è una tradizione consolidata, un approccio nel capire immediatamente quando è una materia conosciuta. In Italia, invece, la relazione è molto diversa: il dispositivo sorprende sempre. Lo stesso accade in Danimarca. Per finire, sento però che oggi l’elemento unificante è il desiderio di partecipare, di scoprire dei nuovi modi per avvicinarsi all’arte, alla scrittura, al processo creativo.

Quali sono gli elementi costitutivi della narrazione di Common land, da dove parte e dove vuole arrivare?
È un progetto nato da una ricerca sul selvatico che ci ha poi condotti al mondo dei funghi e del micelio. Nel corso del lavoro questo tema si è trasformato ma resta presente nella struttura stessa del lavoro: una rete sotterranea di elementi che si connettono e generano nuove ramificazioni. Common land è uno spettacolo sullo spazio e sul tempo e su come entrambi modificano e vengano modificati dagli agenti che li abitano, umani e non-umani. È un viaggio in cui il tempo guida tutto il percorso, drammaturgico e percettivo: dalla grande Storia, al tempo delle piccole cose, fino al tempo quantico, dove spazio e tempo coesistono nello stesso istante (come descritto da Carlo Rovelli in Sette brevi lezioni di fisica, ndr.). Ci piacerebbe che durante lo spettacolo anche la percezione di spazio e tempo da parte di spettatrici e spettatori venisse, in qualche modo, spostata.