Il lato oscuro del turismo

by azione azione
18 Febbraio 2026

Dai campi di sterminio al Ruanda e alla Bosnia: viaggio verso la consapevolezza o morbosa attrazione per il dolore?

«Perché i turisti visitano i luoghi di atrocità?». Con questo titolo un recente articolo sul settimanale «The Economist» spiegava il gusto macabro e forse narcisista che caratterizza il fenomeno del «dark tourism», la tendenza di alcuni viaggiatori a visitare posti legati a fatti di sangue, Paesi pericolosi o difficilmente accessibili, per esibire poi le loro avventure come trofei sui social network. Esempi di questo turismo estremo lo offrono gli intrepidi, o incoscienti, che visitano località dove sono in corso guerre o dove le armi hanno appena cessato di sparare. «Si scambiano consigli su Instagram e TikTok», scriveva «The Economist».

Il ricordo e l’insegnamento

«In Siria c’è chi vuole vedere i sobborghi distrutti delle città o farsi fotografare con i carri armati lasciati dai russi. Alcuni sperano di visitare la prigione più famosa del Paese, alla periferia di Damasco, conosciuta come “il mattatoio umano”». L’articolo però citava come esempio di «turismo oscuro» anche quello di coloro che visitano luoghi della memoria come Auschwitz più per provare forti emozioni che per capire il passato. Relativamente ai campi di concentramento nazisti è arrivata al settimanale una lettera di replica di Leonard Hammer, docente di Diritti umani presso l’Università dell’Arizona. «Anche se i visitatori vanno semplicemente per guardare – ha scritto il professore – la speranza è che il ricordo e l’insegnamento incarnati dal sito pervadano le loro coscienze». In effetti la definizione di «dark tourism» può essere fuorviante.

Se è vero che l’espressione fu coniata nel 1996 da due accademici che avevano notato l’interesse del pubblico nel visitare il posto dell’assassinio di John Kennedy, è anche vero che oggi visitare luoghi di drammi o guerre del passato può essere un modo per cercare di comprendere gli errori e gli orrori della storia. Il turismo, va detto per onestà, ha da sempre una connotazione cupa. Nel 2024 quasi 15 milioni di visitatori sono entrati al Colosseo pronti per i selfie e nessuno parla di «dark tourism». In molti hanno negli occhi le immagini spettacolari del film Il Gladiatore, in pochi ricordano che fu luogo di atroci esecuzioni pubbliche. Dopo il trionfo di Traiano in Dacia, nel 107 d.C. l’anfiteatro Flavio per ben 123 giorni ospitò i supplizi di migliaia di prigionieri e spettacoli all’ultimo sangue con 10mila gladiatori. «Finché i nazisti non costruirono i campi di sterminio, il Colosseo fu forse il luogo con il numero di uccisioni per metro quadrato più elevato rispetto a qualunque prigione o campo di battaglia» ha scritto lo storico Matthew White, autore del saggio Il libro nero dell’umanità. Lo stesso potrebbe essere detto di Pompei o Ercolano, miracoli archeologici nati da una catastrofe che causò la morte di migliaia di persone.

Le ville dei delitti celebri

È chiaro che il tempo attenua l’impatto delle tragedie, ma forse non deve cancellare il senso della storia. Tuttavia il vero turismo macabro è un altro. È quello dei curiosi che visitano le ville dei delitti celebri che occupano le pagine di cronaca solo per esibire degli scatti col cellulare, o chi va, per il gusto di dire «io ci sono stato», in aree in cui viaggiare è sconsigliato o richiede un’adeguata preparazione. Emblematico è il triste caso di Otto Warmbier, giovane americano che nel dicembre del 2015 partecipò a un viaggio di gruppo in Corea del Nord, dove a ogni viaggiatore è raccomandata l’attenzione alle regole locali. Dopo una improvvida festa di Capodanno, il ragazzo, reduce dal clima goliardico dei college, durante la notte cercò di rubare, in una zona interdetta al pubblico dell’hotel internazionale in cui risiedeva, un poster di propaganda. Venne arrestato il giorno dopo e fu detenuto per 17 mesi, si ammalò gravemente e fu rimpatriato solo dopo che le sue condizioni di salute lo avevano portato a un coma irreversibile. Morì il 19 giugno 2017 a soli 22 anni. Una tristissima lezione che in molti non hanno imparato. Come l’influencer russo Vitaly Zdorovetskiy rilasciato dopo più di nove mesi di detenzione in un carcere filippino per una serie di episodi legati a molestie durante le sue dirette streaming. Ma in quest’ultimo caso più che «dark tourism» bisognerebbe parlare di «stupid tourism».

Chi viaggia invece per conoscere è giusto che visiti anche siti di azioni atroci che custodiscono una memoria. I turisti del macabro si specchiano nel dolore umano rischiando di compiacersene. Gli altri viaggiano per imparare. Il macabro risiede nei crimini, non nello spirito e nello sguardo di chi vuole comprendere. Nessuna lettura o lezione scolastica può preparare al dolore che si prova entrando nei campi di sterminio nazisti di Auschwitz o Mauthausen. Altre realtà conservano il ricordo di drammi che rischiano di essere dimenticati. A Phnom Penh, capitale della Cambogia, l’ex-scuola di Tuol Sleng fu trasformata in una prigione durante il genocidio del 1975 perpetrato dai Khmer Rossi, vi transitarono migliaia di prigionieri che, quando non morirono di torture o stenti, vennero poi trasferiti in zone fuori dalla città in cui vennero giustiziati. Oggi è possibile visitare anche questi «killing fields», campi della morte, dove le ossa delle migliaia di vittime senza nome riemergono ancora dal terreno, quasi a sfuggire all’oblio.

Ricordi strazianti

A Srebrenica, in Bosnia, è rimasta intatta la fabbrica in cui fu radunata la popolazione maschile della città prima di essere sterminata dall’esercito serbo-bosniaco. Le foto appese alle pareti ricordano l’accaduto. Sono rimasti anche gli osceni graffiti dei soldati Onu che lasciarono mani libere ai carnefici. In Ruanda i memoriali del genocidio dei tutsi del 1994 sono un po’ dappertutto e fanno capire di cosa l’uomo può essere capace anche in un paesaggio incantato. «Meditate che questo è stato: vi comando queste parole», scrisse Primo Levi. Nei luoghi di tragedie dove non c’è una storiografia consolidata o dove non c’è una narrazione che è penetrata nella cultura popolare (come la Cambogia o il Ruanda), o dove le divisioni politiche vogliono riscrivere la storia (come in Bosnia), questi posti sono baluardi che preservano ricordi strazianti, ma che possono e devono ancora dimostrare qualcosa a un’umanità che stenta sempre a imparare dai propri errori. E che insegnano, citando lo scrittore Ernst Weichert, che i popoli pietosi tengono l’inferno nell’aldilà. Ai milioni di turisti che visitano oggi il Colosseo non è richiesto di commuoversi per eventi di due millenni orsono, ma di capire che il passato non è solo la scenografia per una foto, ma cerca di parlarci e di darci una lezione.