«Corriere della Sera»: 150 anni di storia italiana

by azione azione
18 Febbraio 2026

Dal 1876 a oggi, il viaggio del quotidiano che ha attraversato crisi e rinascite senza perdere la sua identità

Il 5 marzo 1876, 150 anni or sono, usciva nelle edicole il primo numero del «Corriere della Sera», fondato e diretto da Eugenio Torelli-Viollier. Fin dapprincipio il giornale, con sede in via Solferino, a Milano, si caratterizzò per alcuni capisaldi, rimasti inalterati fino a oggi, pur nelle alterne vicende storiche: il dibattito delle idee, l’accuratezza tanto dei servizi esteri quanto di quelli interni (in particolare, per quel che riguarda la politica italiana), l’autorevolezza dei commentatori, a cominciare dagli editorialisti, e la varietà delle firme, di letterati, critici, filosofi, uomini di ingegno, che apparivano nella terza pagina, quella culturale.

La direzione di Albertini

Il primo periodo d’oro del «Corriere» coincide con la direzione di Luigi Albertini, che con il fratello Alberto era anche coeditore del giornale. Questa era, durata dal 1900 al 1925, si caratterizzò per un forte e coerente impegno della testata, programmaticamente organo della borghesia lombarda, in senso liberalconservatore. Albertini, infatti, era politicamente avverso a Giovanni Giolitti, il capo del Governo che guidò l’Italia dagli inizi del Novecento, aprendo alle istanze sociali.

Nel primo decennio del Novecento il «Corriere della Sera» consolidò la sua posizione di principale quotidiano nazionale. A Milano doveva però confrontarsi con la forte concorrenza de «Il Secolo», giornale radicale e popolare, lontano dall’impostazione più elitaria della redazione di via Solferino. In quegli anni il «Corriere» attirò firme prestigiose come Luigi Einaudi, Gabriele D’Annunzio e Luigi Pirandello. Nel 1925, con l’avvio della fascistizzazione della stampa, Luigi Albertini fu costretto a lasciare la direzione e la proprietà del giornale passò alla famiglia Crespi, più vicina al regime.

Dopo il Ventennio, il quotidiano di via Solferino fu affidato alle mani prima di Guglielmo Emanuel e poi di Mario Missiroli. Il «CdS» rimase sempre filogovernativo, e a favore di Confindustria, avversando la formula del centrosinistra fino alla metà degli anni Sessanta. Sebbene stiamo parlando di un organo di stampa paludato, e largamente chiuso alle istanze del rinnovamento della società, cominciò dalla direzione di Alfio Russo, e poi di Giovanni Spadolini, una cauta apertura alla modernizzazione.

L’epoca d’oro

Va ricordato che quando si parla del «Corriere» degli anni Sessanta, bisogna alludere alle punte di autorevolezza raggiunte dalla testata, che si riflettevano anche all’estero. Fu questa la sua seconda epoca d’oro. Delegazioni del giornale, nel 1964-65, furono ricevute, a Londra, a Downing Street, e in America, alla Casa Bianca, dove il presidente, Lyndon Johnson, in un discorso, elogiò il solido atlantismo della linea politica del quotidiano, esaltando la funzione della libera stampa in una società democratica.

Nel 1972 Piero Ottone assunse la direzione del «Corriere della Sera», imprimendo al giornale una svolta molto sbilanciata a sinistra, che suscitò un acceso dibattito. Era ancora il «Corriere» di sempre, o stava nascendo un altro giornale? Per Indro Montanelli non vi erano dubbi: si trattava del secondo caso. Nel 1974 guidò così una scissione e fondò «Il Giornale nuovo» (in seguito «Il Giornale»), portando con sé numerose firme prestigiose di via Solferino, tra cui Enzo Bettiza. Montanelli sperava che la borghesia, soprattutto milanese, abbandonasse il «Corriere» per abbracciare il suo «Giornale»: ma non fu così. La grande maggioranza dei lettori restò fedele all’antico baluardo della libera stampa. Venne il 1981, e con esso, si scoperchiò la pentola maleodorante della P2, la superloggia massonica che, a parte le sue attività criminose di stampo affaristico e le molte corruttele, mirava a instaurare in Italia una Repubblica presidenziale. Venne alla luce, tra i nomi degli affiliati alla P2, anche quello del direttore del «Corriere della Sera», Franco Di Bella, il quale si dimise subito.

Seguirono anni di sbandamento, per il giornale, avvelenato dalla polarizzazione interna alla redazione, divisa tra progressisti e moderati, e oppresso dalla conflittualità sindacale. Nel 1982, il quotidiano finì in amministrazione controllata, sotto l’egida di un garante, un senatore eletto nelle liste del Partito comunista. Ne seguì che la linea del giornale, guidato da Alberto Cavallari, era scopertamente filo-Pci.

Nel 1984, con l’avvento al timone di Piero Ostellino, il glorioso foglio tornò alle origini, all’ortodossia liberale. E, negli ultimi trent’anni, che è successo di nuovo? Il «Corriere» è stato a lungo governato da due eccellenti direttori, come Paolo Mieli e Ferruccio De Bortoli. Il primo ha avuto anche il merito di riportare Montanelli (dopo la fallita esperienza del secondo quotidiano da lui fondato, «La Voce») al giornale cui aveva dedicato 37 anni della sua vita. Oggi la testata rimane caposaldo della qualità dell’informazione e della circolazione delle idee. Ha 150 anni, ma, a parte i tempi neri dell’erosione della diffusione cartacea, non li dimostra.