Renato Guttuso: l’intensità della realtà

by azione azione
18 Febbraio 2026

A Varese si omaggia il pittore italiano con le opere appartenenti alla Fondazione Pellin

Profondamente radicato nella sua epoca, Renato Guttuso ha saputo interpretare e trasformare l’esistenza quotidiana attraverso la forza espressiva e la tensione emotiva della propria pittura. Grazie a uno sguardo critico e appassionato sulla vita, l’artista di origini siciliane si è affermato come uno dei personaggi più significativi del Novecento, capace, al pari di pochi altri, di indagare la condizione umana con implacabile onestà e con acuta sensibilità.

È la realtà stessa, difatti, a infondere in lui l’impulso di dipingere con un linguaggio vigoroso e incisivo, a tratti crudo, in grado di restituire senza filtri una visione distintiva e autentica dell’uomo. L’uso audace del colore e le pennellate decise conferiscono alla pittura di Guttuso un’energia straordinaria, amplificando la narrazione e riflettendo la duplice natura del suo credo artistico e del suo approccio alla vita, da una parte mossi da ottimismo ed esuberanza, dall’altra permeati da malinconia e rabbia.

Riconducibili alla corrente neorealista italiana, le tele di Guttuso racchiudono da sempre contenuti etici poiché uno dei fondamenti del pensiero del maestro italiano è la concezione dell’arte come strumento di conoscenza e di azione che unisce l’esperienza personale a quella collettiva. La pittura diventa così un potente mezzo per esprimere le preoccupazioni della società e la speranza di un mutamento dei suoi aspetti più iniqui.

L’impegno politico e civile che emerge dall’opera artistica di Guttuso, tra stoica sopportazione e impavida denuncia sociale, caratterizza anche la vita stessa del pittore, fervente sostenitore del comunismo, della lotta alle oppressioni sociali e soprattutto della libertà. Quella libertà che il nonno garibaldino e i genitori gli insegnano a difendere a ogni costo fin dalla tenera età.

Nato nel 1911 a Bagheria, Guttuso sviluppa la sua pittura guardando la lezione di Gustave Courbet, di Vincent van Gogh e del grande amico Pablo Picasso. Dopo essersi avvicinato negli anni Trenta al gruppo Corrente, movimento milanese sorto in opposizione all’arte accademica e al regime fascista, frequenta l’ambiente artistico di Roma, dove si trasferisce definitivamente nel 1937 legandosi alle tendenze che rifiutano con decisione il «ritorno all’ordine».

Durante la sua densa e dinamica vita, a partire dal 1953 Guttuso trascorre le sue estati a Varese, nella piccola frazione di Velate. La prima volta vi giunge per caso, insieme alla moglie Mimise, con l’intento di vendere la dimora che lei eredita dai genitori. Arrivato a Villa Dotti, però, si innamora del silenzio e della luce di questo luogo così diverso dalla sua Sicilia e decide di tenere l’abitazione per soggiornarvi durate i periodi di villeggiatura. Nei numerosi mesi all’anno in cui Guttuso è a Velate dipinge con assiduità nelle scuderie trasformate in studio e partecipa con entusiasmo alla vita culturale della città, frequentando figure quali Piero Chiara, Giovanni Testori e Dante Isella.

Forse non tutti sanno che una delle tele più famose di Guttuso, Vucciria, opera iconica del 1974 che immortala uno scorcio dello storico mercato palermitano, viene in realtà realizzata proprio nell’atelier varesino. Qui l’artista si fa recapitare, con l’aiuto del suo fedele assistente Nino Marcobi, tutti i tipici prodotti alimentari siciliani per poterli riprodurre dal vero, alcuni fatti arrivare direttamente dalla Trinacria, altri, come il quarto di manzo che campeggia sulla destra del quadro, dalle botteghe di Velate.

Nel suo studio di Varese Guttuso ha anche un ospite che gli fa visita quasi quotidianamente per vederlo dipingere e per parlare e confrontarsi con lui sulle vicende della vita. È Francesco Pellin, imprenditore locale conosciuto per caso a Ischia con il quale il pittore si trova in grande sintonia. Il lungo rapporto di amicizia tra i due porta Pellin alla costituzione di una raccolta di opere che, nel corso degli anni, arriva ad annoverare molti dei lavori più importanti dell’artista e che, dal Duemila, viene valorizzata da un’apposita fondazione intitolata all’imprenditore varesino.

È in questo contesto che prende vita la mostra dedicata a Guttuso al Museo d’arte Moderna e Contemporanea del Castello di Masnago a Varese, esposizione che presenta una decina di dipinti appartenenti alla Fondazione Pellin e concessi in comodato d’uso alla Città.

Gineceo I (1985) (Opere Fond. Pellin / Museo d’arte Mod. e Contemp. Castello Masnago, Varese)

Si tratta di opere che dagli anni Sessanta, come la pregevole Natura morta di morandiana memoria, datata 1966, giungono fino alla metà degli anni Ottanta, accompagnando così il visitatore fino all’ultima fase del percorso artistico del pittore. In questi lavori emergono i temi cari a Guttuso, le sue passioni e il suo impegno civile, in una visione viscerale dei più diversi aspetti della vita che l’artista sa rendere con grande efficacia sulla tela.

Il mondo delle donne è tra i soggetti che più affascinano Guttuso, soprattutto nell’epilogo della sua fervente ricerca, momento in cui sente ancora più forte il potere liberatorio dell’atto creativo. I nudi femminili del pittore, spesso dalla fisicità prorompente e disinibita, vanno oltre la mera rappresentazione dell’eros muliebre per cercare, secondo le parole stesse dell’artista, «di dar conto dell’insopprimibile presenza delle cose e del loro modificarsi, risalendo dalle forme ai sentimenti e alla umana verità».

In opere quali Gineceo I e Gineceo II, le donne raffigurate da Guttuso si presentano nella loro cruda corporeità, a volte con occhi socchiusi, sguardi elusivi e profili da tergo, diventando emblema dell’individuo che procede per la sua strada nonostante le ferite dell’animo. Qui l’estremo realismo e l’acceso cromatismo fungono da soglia per travalicare la dimensione fisica e accedere alla bellezza intrinseca racchiusa in ogni essere umano.

Emblematico della componente etica e politica dell’arte di Guttuso è Il sonno della ragione genera mostri, lavoro realizzato a inchiostro e acquarello il 2 agosto 1980, giorno della strage di Bologna: il titolo, preso in prestito dalla celebre acquaforte di Francisco Goya, e la figura mostruosa dalle fattezze animalesche al centro della scena testimoniano l’orrore provato dal pittore alla notizia dell’accaduto.

Tra i dipinti più significativi in mostra c’è poi Spes contra spem, opera ambiziosa, complessa ed enigmatica eseguita a Velate nell’estate del 1982, pochi anni prima della morte dell’artista. Considerata il testamento spirituale di Guttuso, questa grande tela è una sorta di compendio di tutto il suo vissuto che racchiude allegorie e rimandi all’amicizia, all’amore, alla morte, alla vita e all’arte. È un quadro intriso di mistero e di forza, di attesa e di sfida, in cui il senso della fine si mescola alla speranza di un nuovo inizio.