Mouawad, mai liberi come uccelli

by azione azione
11 Febbraio 2026

Una pièce potente e densa

Chissà se Colum McCann, quando scriveva Apeirogon, è entrato in qualche modo in contatto con Wajdi Mouawad, autore di Come gli uccelli. O viceversa. Perché sia lo scrittore irlandese sia quello canadese-libanese sondano il conflitto israelo-palestinese; entrambi contrappongono quelle gabbie a cielo più o meno aperto, popolate di una sofferenza che dura da decenni, alla levità e alla totale indifferenza degli uccelli, per cui non esiste un muro, e dunque nemmeno due parti contrapposte.

Quello portato in scena al LAC la settimana scorsa dalla Compagnia Il Mulino di Amleto è uno spettacolo che dilania, come la bomba sul Ponte Allenby che è solo l’ultimo tassello di una serie di episodi contraddistinti dalla violenza e dal sangue. Eitan e Wahida si amano, lui ebreo tedesco, genetista, lei araba statunitense, che studia le gesta di al-Hasan ibn Muhammad al-Wazzān, anche noto come Leone l’Africano.

L’identità e il retaggio religioso non sono importanti al punto da arrivare a inficiare il rapporto di Eitan e Wahida, ma quando sono in Israele, nel momento dell’esplosione terroristica sul Ponte Allenby, al confine con la Giordania, tutto cambia. Se da parte ebraica si fa tangibile il concetto di «responsabilità dei sopravvissuti» (riferendosi all’Olocausto) da quella araba si racconta di una Ramallah «che aveva l’odore di mia madre».

Non sarà la mancanza d’amore a incunearsi tra Eitan e Wahida, quanto più il fiorire dell’odio intorno a loro in forme diverse. Lacerazioni, sangue e sabbia che si riverberano sulla parete movibile – sia muro, sia schermo di proiezione – e nelle parole pronunciate, oltre che in italiano, in arabo (da uno splendido Said Esserairi), in ebraico, in tedesco, forse ammiccando all’intreccio inespugnabile e violento di cui è composta la storia del Medio Oriente.

Il regista Marco Lorenzi (traduttrice e dramaturg è Monica Capuani) non ha paura dei salti temporali, né delle accelerazioni. Il gioco di luci catapulta lo spettatore dal deserto di una delle molte guerre di Israele, a un letto d’ospedale di una vittima in coma, poiché la pièce riesce a essere al contempo corale (struggente il canto finale) e vicina al singolo individuo, spesso schiavo del proprio destino. Una prova non facile, anche per la lunghezza dei due atti, ma un confronto più che riuscito, tra gli attori e il pubblico, e tra il pubblico e la complessità della Storia.