Crans-Montana non ci divida

by azione azione
4 Febbraio 2026

Chissà se, nel momento in cui state leggendo queste righe, si sarà interrotto il valzer dei veleni tra Italia e Svizzera sulla tragedia di Crans-Montana. L’impressione è che sia emerso qualcosa di più profondo e antico rispetto all’episodio che ha scatenato simmetrici rancori tra svizzeri e italiani.

Qualcosa che sembra avere a che fare più con i reciproci pregiudizi che con le differenze di cultura giuridica e giornalistica (su Azione ne ha parlato Orazio Martinetti un paio di settimane fa) tra i due Paesi confinanti. Nella sempiterna fabbrica dei luoghi comuni, svizzeri e italiani appaiono come l’uno la nemesi dell’altro: rigorosi, anzi «perfettini», i primi; creativi, anzi «furbastri», i secondi.

Quando tutto va bene, ci ridiamo su. Nell’immaginario dei Frontaliers, il pedante doganiere elvetico Loris J. Bernasconi continuerà a far valere la rigidità dei regolamenti svizzeri sul bonario, incasinato e lombardissimo Bussenghi al valico di Brusata di Novazzano. Allo stesso modo, qualche anno fa, sulle reti italiane, l’ingenuotto ticinese signor Rezzonico se la vedeva con il vendicativo insubrico Fausto Gervasoni e l’ottuso agente Hüber di Mendrisio, che regolava a pistolettate ogni minima infrazione (nel trio comico di Aldo, Giovanni e Giacomo).

Quando però le cose vanno male, i consueti sfottò si trasformano in insulti. Chi credete di essere (voi svizzeri), che vi atteggiate a modello di serietà ed efficienza, mentre sotto sotto siete peggio di noi? Oppure: Come osate giudicarci (voi italiani), che – a proposito di incuria – avete sulla coscienza le sciagure del ponte Morandi, di Rigopiano e del Mottarone?

Al di là dei «crucifige» dei leoni da tastiera (italiani e svizzeri) sui social, il Governo di Roma ha ritirato il proprio ambasciatore in Svizzera, subordinando il suo ritorno alla costituzione di una squadra investigativa congiunta. Come se la collaborazione giudiziaria tra Italia e Svizzera non fosse già perfettamente possibile senza le pressioni di Giorgia Meloni. Avviene tramite i canali ordinari di cooperazione giudiziaria internazionale, che funzionano da sempre in modo autonomo rispetto alla politica. Dall’altra parte, l’opinione pubblica svizzera si incattivisce con gli italiani, riducendo spesso la tragedia di Crans-Montana a una questione di immagine infangata e orgoglio ferito e rinfacciando all’Italia le paurose lacune di molte sue inchieste. Due macchine del fango contrapposte.

Ma qui l’orgoglio non c’entra nulla. La tragedia non deve diventare un pretesto per Roma per attaccare la Svizzera, né deve impedire a noi svizzeri di riflettere in modo equilibrato e oggettivo. Non solo gli italiani, ma anche numerosi svizzeri sono rimasti perplessi, ad esempio, per la scarcerazione di Moretti dietro cauzione. E non è un attentato alla bandiera rossocrociata chiedersi se il Canton Vallese o il comune di Crans-Montana abbiano svolto correttamente i controlli previsti, se le norme tecniche fossero state verificate, se le uscite di soccorso fossero in regola, se il personale fosse adeguatamente qualificato o se – peggio ancora – gli interessi economici abbiano fatto chiudere un occhio, forse due, a chi avrebbe dovuto garantire gli standard minimi di sicurezza del locale. Le indagini stanno facendo chiarezza su questi aspetti?

È normale chiedere lumi, cercando anche di capire quanto questa tragedia sia stata un caso isolato e quanto, invece, sia da attribuire a un difetto strutturale, a un sistema troppo frammentato e macchinoso per garantire l’applicazione degli obblighi di protezione dello Stato. Ed è lecito interrogarsi sul modo in cui le inchieste vengono condotte. Ragioniamo lucidamente sui fatti e interrompiamo questa meschina gara a rinfacciarsi chi ha fatto – o chi è – peggio dell’altro. Stringiamoci insieme per prenderci cura del dolore che ci accomuna, profondamente, da una parte e dall’altra del confine.