Melania Trump torna sotto i riflettori

by azione azione
4 Febbraio 2026

Il docufilm da 75 milioni di Amazon ridisegna l’immagine della first lady statunitense e alimenta grossi interrogativi politici

«Nessuna first lady aveva mai strappato un accordo come quello firmato da Melania Trump con Amazon MGM Studios. È un colpo commerciale straordinario, che dimostra quanto sia forte il desiderio di conoscerla senza filtri, direttamente attraverso la sua voce. Per molti resta ancora una figura in parte misteriosa». A commentare il docufilm Melania – uscito nelle sale la scorsa settimana e presto disponibile anche sulla piattaforma streaming di Jeff Bezos – è Anita McBride. Poche persone conoscono questo ruolo meglio di lei: vent’anni alla Casa Bianca e tre amministrazioni, è stata capo dello staff di Laura Bush. Autrice del volume di riferimento Remember the first ladies, oggi dirige il centro studi dedicato alle mogli dei presidenti Usa presso l’American University di Washington.

«Questa collaborazione mi ha subito fatto pensare che il secondo mandato sarebbe stato molto diverso dal primo», spiega l’intervistata. La pellicola si concentra su un momento preciso: i venti giorni che precedono il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Mostra preparativi, momenti familiari e dinamiche interne alla transizione presidenziale (arriva in un momento delicato per il presidente Usa e si inserisce nel tentativo di ridefinire la figura pubblica della first lady; i due sono sposati dal 2025 ma fanno vite piuttosto separate). «Tutti vogliono sapere. Perciò ecco qui», dice nel trailer la voce fuori campo dell’ex modella slovena, che al progetto ha partecipato in modo diretto, intervenendo anche sulle scelte editoriali. «È consapevole che solo lei può raccontare la sua storia. Il suo libro autobiografico, diventato subito un best seller, ha confermato che le persone sono davvero interessate al suo percorso. E poi quello specifico periodo, i giorni che precedono il rientro a Washington, è un momento che il pubblico trova affascinante», osserva McBride.

Un’america polarizzata

La storica sottolinea soprattutto come la conoscenza che abbiamo di queste figure sia spesso mediata e mai diretta, e come i giudizi siano inevitabilmente condizionati dalla popolarità dei mariti. «È una barriera difficile da superare. Quando però hai a disposizione una piattaforma come quella di questo documentario, allora puoi rivolgerti direttamente alla gente, puoi mostrare cosa vuoi, con le tue parole e le tue azioni. La sua è stata una sfida enorme». In un’America profondamente polarizzata, non sorprende che il docufilm – che Trump, ancora prima della proiezione al Kennedy Center, ha voluto presentare in anteprima assoluta a un ristretto gruppo di invitati con una festa alla Casa Bianca (tra cui il CEO di Apple Tim Cook, l’ex pugile Mike Tyson e la regina Rania di Giordania) – stia alimentando un acceso dibattito. A far discutere, innanzitutto, è l’investimento enorme di Amazon: 75 milioni di dollari complessivi (un record per un documentario a carattere politico) di cui 40 per l’acquisizione dei diritti e altri 35 destinati a marketing, promozione e distribuzione. Una cifra che si traduce in una campagna pubblicitaria onnipresente: i poster di Melania tappezzano le grandi città americane, dagli autobus alle metropolitane, ai muri, senza contare la promozione diretta sui social del marito. Secondo alcuni osservatori, quella di Amazon sarebbe stata una scelta più politica che economica, un gesto di attenzione verso la Casa Bianca, una mossa che rafforza l’immagine della famiglia Trump, più che un’operazione di mercato.

A suscitare indignazione è stato infine altresì il nome del regista: Brett Ratner, da anni scomparso da Hollywood dopo una serie di accuse di molestie sessuali. Nel film la first lady appare come una figura forte, una voce capace di influenzare le scelte del marito. Un’impostazione molto diversa rispetto al primo mandato. «È tornata alla Casa Bianca sapendo cosa l’aspettava, consapevole di ciò che poteva e non poteva fare, conoscendo ogni insidia», osserva Anita McBride. «La prima volta nessuno può prepararti a cosa significhi entrare in quell’acquario, sotto i riflettori per qualsiasi cosa. Nel 2016 era cittadina americana da meno di dieci anni, aveva un figlio piccolo, i genitori con sé. Si trovava in un’altra fase della vita e l’ambiente era ostile». Un contesto complicato, aggravato non solo dalla pressione dei media ma anche da frizioni interne al suo entourage.

Un’energia diversa

Questa volta, però, Melania Trump è tornata a Washington senza esitazioni, forte di una consapevolezza nuova del ruolo e dei suoi limiti. Un cambio di tono immediato, cristallizzato nella foto ufficiale, pubblicata pochi giorni dopo l’insediamento: in tailleur, lo sguardo glaciale, le mani appoggiate sulla scrivania, con l’obelisco di George Washington sullo sfondo. «Il messaggio è che lei è una donna d’affari, che sa come si comanda. Non è stata una scelta casuale. In questo senso è come Jackie Kennedy: molto consapevole dell’immagine. Sa che cosa comunica una fotografia», spiega.

Secondo la storica delle first ladies, sarà proprio questa la sua eredità: «Farsi ricordare come una persona determinata, che non si lascia imbrigliare da chi l’ha preceduta né dalle aspettative». Anche perché, rimarca, non esiste un manuale per la perfetta padrona di casa. «Non hanno obblighi. Se preferiscono non svolgere attività pubblica, possono farlo. Ognuna è libera di scegliere come interpretare questo ruolo».

È in questa chiave che prende forma la Melania 2.0: meno sotto i riflettori, ma più concentrata su quelle cause che ha sempre indicato come prioritarie, dai rischi dei social media per i bambini, come il cyberbullismo, all’impatto degli oppioidi sui più giovani. Il bisogno di assumersi responsabilità pubbliche, secondo Anita McBride, nasce soprattutto con «Eleanor Roosevelt, esempio moderno di first lady attivista. Da allora, anche le altre hanno sentito il bisogno di portare avanti un’agenda, pur se non tutte, Mamie Eisenhower, Bess Truman ad esempio hanno fatto una vita più ritirata». Una posizione in continua evoluzione. Fino all’arrivo di Carter nel 1978, l’ufficio della first lady non aveva uno staff né un vero budget. Fu la moglie Rosalynn – spesso definita «co‑presidentessa» – a richiederlo con insistenza. «Da ex collaboratrice della East Wing, le sono grata», ha commentato Mcbride in più di una occasione.

Anche Melania, osserva l’ex capo dello staff di Laura Bush, si è ritagliata un posto rilevante nella storia. È solo la seconda volta che una first lady torna alla Casa Bianca per un mandato non consecutivo, ed è anche la seconda a non essere nata negli Stati Uniti. Nel 2016 era stata criticata per aver ritardato il trasferimento a Washington. «Io la leggo in modo diverso: Melania Trump ha reso il percorso più semplice a chi verrà dopo, contribuendo a far evolvere il modello».