La jihad al femminile

by azione azione
4 Febbraio 2026

Il terrorismo sfrutta le donne come strumenti, scudi, armi e monete di scambio

In principio fu Asiya Andrabi, una delle più note attiviste separatiste del Kashmir. La «femminista islamica» a capo della Dukhtaran-i-Millat (DiM), un gruppo femminile (adesso fuorilegge) che a Srinagar – in India, regione del Jammu e Kashmir – tirava secchi di vernice sulle ragazze senza hijab e che in seguito è diventato una vera e propria organizzazione di fiancheggiamento a gruppi terroristici maschili. Asiya Andrabi è in galera da anni, ma la DiM è recentemente rientrata di prepotenza nelle cronache in seguito alle indagini sull’attentato suicida del 10 novembre 2025 al Red Fort di Delhi (un’auto è esplosa causando la morte di una quindicina di persone). Asiya Andrabi non è l’unica donna ad essere coinvolta in simili attacchi, così come la Dukhtaran-i-Millat non è più l’unico gruppo terrorista femminile della zona.

A essere indagata per terrorismo, dentro a una rete di medici che secondo gli investigatori accumulava da anni armi, nitrato d’ammonio e perfino ricino per eventuali attacchi chimici, era anche Shaheen Shahid: dottoressa di Lucknow che sarebbe stata radicalizzata online e reclutata come referente in India della nuovissima ala femminile della famigerata organizzazione terroristica pakistana Jaish-e-Mohammed (JeM). Perché ultimamente la jihad femminile ha fatto un salto di qualità. E i terroristi senza scrupoli che perseguono una strettissima applicazione della legge islamica, sono improvvisamente diventati «pro donne»: mandano adesso anche loro a morire, promettendo un ingresso per direttissima in Paradiso. Dove le stesse non troveranno la controparte femminile delle settantadue vergini promesse ai loro correligionari maschi, ma dove finalmente potranno, si spera, starsene in santa pace.

I fatti sono semplici: in ottobre Masood Azhar, capo e fondatore della JeM (designato terrorista internazionale dall’Onu dal 2019), teneva come sempre dalla residenza di Bahawalpur, nel Pakistan meridionale, il suo settimanale sermone di minacce assortite. A essere destinatarie e bersaglio delle minacce erano «le giornaliste istigate dai nemici», colpevoli di raccontare le stragi compiute dalla sua organizzazione e, soprattutto, le «donne induiste» arruolate come soldati dall’esercito indiano. Per capire la portata dell’affronto bisogna considerare che, secondo i terroristi, se vieni ucciso da una donna non ti spettano le settantadue vergini di cui sopra.

Jamaat-ul-Mominat

Azhar annunciava quindi la sua risposta strategica: la creazione di una brigata tutta al femminile appunto, chiamata Jamaat-ul-Mominat. Una brigata di donne, per le donne e gestita da donne: nella fattispecie, dalle sorelle di Masood Azhar. Una che dirige la Jamaat, un’altra che costruisce i moduli dottrinali, un’altra ancora siede nel consiglio dell’organizzazione insieme ad Afeera Farooq, che avrebbe dei legami col terrorista suicida dell’attentato di Pulwama che anni fa ha ucciso più di 40 soldati indiani. Una famiglia Corleone in salsa pakistana, una «Dynasty» della jihad: senza diamanti e spalline, ma con esplosivi al posto delle collane.

Azhar afferma all’inizio che i membri dell’ala femminile saranno addestrati come le reclute maschili della Jaish-e-Mohammed. Poi ci ripensa, evidentemente preoccupato dalla troppa libertà concessa alle reclute, e impone regole severe alle donne che si uniscono alla brigata: non devono nemmeno parlare con «uomini non imparentati al telefono o tramite messaggistica, ad eccezione dei loro mariti o dei loro familiari diretti». E per andare sul sicuro lancia «Tufat al-Muminat», un corso digitale quotidiano che porta la radicalizzazione direttamente sul divano di casa. Per iscriversi, le donne devono inviare i propri dati personali tramite un modulo online e versare una donazione, creando così anche un meccanismo di raccolta fondi: in pratica, paghi per essere indottrinata e adoperata, se ti va bene, come spia altrimenti come attentatrice suicida.

Intanto, dall’altra parte del confine, l’India porta le proprie donne in ruoli di punta: pilote di caccia, ufficiali in missioni operative, protagoniste in settori che per anni sono stati dominio maschile. Le fotografie della «Squadron Leader» (che è come dire «maggiore») Shivangi Singh – una delle figure simbolo dell’aeronautica indiana, prima donna a volare sul caccia Rafale – con la presidente Droupadi Murmu hanno fatto più danni psicologici alla JeM di un raid aereo: due donne, una in uniforme, competenti e libere.

Il terrorismo rinnova, diversifica e investe 

Un incubo strategico per chi fonda la propria ideologia sulla subordinazione e sulla superstizione. Il caso di Lucknow è però un campanello d’allarme e ci ricorda un paio di cose: che il reclutamento non si ferma ai confini e che le donne, per questi individui, sono solo carne da macello. Isis, Boko Haram e le Tigri Tamil lo hanno dimostrato abbondantemente. Il reclutamento femminile non è una stranezza da sociologi: è una strategia precisa. La jihad ha capito difatti che dove l’uomo fallisce, la donna passa inosservata. E l’ha trasformata in strumento, scudo, arma e moneta di scambio. Perché se nel loro mondo arcaico la donna non vale nulla, quando si tratta di farsi esplodere diventa all’improvviso preziosa. La questione non è se questa strategia attecchirà, lì o altrove. La questione è quanto tempo ancora impiegheremo a prendere sul serio il fatto che il terrorismo, come ogni impresa ben strutturata, innova, diversifica e investe dove trova terreno fertile. Ovunque esso sia.