Che l’incontro avvenga tra amici, parenti o semplici conoscenti non importa: il discorso cade sempre lì, sui temi che angustiano le nostre giornate: l’Ucraina, Gaza, il Venezuela, le mire imperialistiche delle grandi potenze. E poi il rogo di Crans-Montana, una tragedia che pensavamo mai potesse verificarsi nella nostra super-ordinata Svizzera, fatta di controlli capillari e di ispezioni condotte da zelanti funzionari. Ci siamo sempre detti che «nel nostro Paese»… Eppure è accaduto, l’idillio che si rovescia in inferno, la neve che diventa sangue. E subito la memoria è corsa ad altre pagine nere, alle sciagure di Mattmark (1965) e di Robiei (1966): disgrazie in cui perirono decine di operai, soprattutto immigrati, intenti a costruire dighe e scavare cunicoli per incanalare le acque destinate a produrre energia idroelettrica, una delle poche ricchezze di cui i Cantoni di montagna dispongono.
Le Alpi sono cambiate, e cambiano tuttora, ma non tutte allo stesso modo e con gli stessi ritmi. C’è la mezzaluna bianca e ricca, come nei tempi remoti nel Medio Oriente c’era la mezzaluna fertile, con epicentro i fiumi Tigri ed Eufrate: sono i comprensori che si estendono dall’Engadina al Vallese di Zermatt e Verbier, passando per Davos, Gstaad, Andermatt ed altre località frequentate dal jet set internazionale. Ma c’è anche una montagna povera, marginale e perciò ignorata dagli operatori turistici, che fatica a sostenersi, e che deperirebbe se non fosse sorretta da denari pubblici. Sappiamo quanto sia accesa, ogni anno, la discussione nel nostro Gran Consiglio intorno agli impianti di risalita presenti nel Cantone.
Osservare con occhio critico le grandi e rinomate stazioni invernali vuol dire riflettere sul modello di sviluppo che i Comuni montani hanno finito per adottare. Un modello imperniato da un lato sulla montagna intesa come parco divertimenti, luoghi punteggiati di tralicci, carrucole e cavi; e dall’altro su una strategia edilizia fatta di macro-condomini, che in Vallese chiamano «jumbo-chalet», costruzioni in cui lo stile tradizionale rurale s’intreccia con il cemento armato profuso senza risparmio. L’afflusso di capitali, abbondante fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, specialmente dall’Italia che aveva abbracciato politiche di centro-sinistra, ha però drogato il mercato immobiliare, espellendo i residenti che pian piano hanno dovuto fare le valigie, scacciati da prezzi inavvicinabili. La folta presenza di cittadini italiani si spiega anche come conseguenza di queste dinamiche. Solo ora qualche Comune cerca di correre ai ripari, promuovendo alloggi accessibili al ceto medio.
Poi ci sono i grandi eventi, i campionati del mondo, le Olimpiadi. Tutte occasioni per celebrare il gigantismo. In rete circolano foto aeree che ritraggono gli immediati dintorni di Cortina devastati dalle escavatrici e dalle motoseghe. «Lo scempio», hanno titolato alcuni giornali. Nessuno sa dire cosa resterà nel territorio alla fine dei giochi e che ne sarà delle opere avviate e non terminate. D’altronde i manufatti rimasti incompiuti e la ferraglia arrugginita abbandonata lungo i declivi in molte aree alpine parlano da sé, eredità spettrale di progetti scriteriati ed ecologicamente insostenibili. Purtroppo, vista dalla prospettiva delle metropoli congestionate e soffocate dallo smog, la montagna è ancora considerata come un pozzo petrolifero da sfruttare senza scrupoli. Il paesaggio alpino è tuttora visto attraverso l’occhio dello speculatore, del costruttore, del promotore immobiliare. Sembra inconcepibile che si possa apprezzare la quiete, il silenzio, la natura senza farsi tentare dalle sirene della mercificazione.
Anche espressioni magiche come «sviluppo sostenibile» si stanno rivelando incapaci di frenare la corsa verso progetti bislacchi, insediamenti fuori scala, architetture megalomani. Non c’è intervento che non sia posto sotto il concetto di sostenibilità ambientale, spesso solo per dare una parvenza di nobiltà ad intendimenti non proprio trasparenti. Servirebbero invece modestia, umiltà, rispetto e una mentalità guidata non da approcci estrattivi (la montagna come fonte di profitto per investitori esterni) ma da comportamenti virtuosi, e oseremmo dire contemplativi. In queste settimane è stata affacciata l’idea di organizzare in Svizzera i giochi olimpici invernali del 2038. I promotori del progetto promettono un’Olimpiade «diffusa» su tutto il territorio nazionale. Speriamo che non resti un semplice auspicio.