Strano che negli ultimi scossoni geopolitici mondiali nessuno tiri in ballo l’Onnipotente. No, qualcuno lo fa: il regime iraniano che bolla i manifestanti in strada come «nemici di Dio». Del resto, ci stiamo abituando al fatto che il suo nome viene nominato troppo spesso invano proprio dai più improbabili seguaci della pace divina.
Uno dei paradossi dei principali conflitti contemporanei, infatti, è che molti di essi sono alimentati da motivazioni religiose. Eppure, nella Bibbia il Salmo 34 recita: «Cerca la pace e perseguila»; nel Corano, la sura 5,32 ricorda: «Chi salva una vita è come se avesse salvato tutta l’umanità»; e il Vangelo di Matteo (5,9) esorta: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Non mancano – inoltre – leader spirituali riconosciuti, come Papa Leone, Ahmad al-Tayyeb, Grande Imam di Al-Azhar, e gli ottanta rabbini ortodossi che hanno firmato un appello denunciando, tra l’altro, la crisi umanitaria a Gaza e le violenze dei coloni. Ma queste voci sembrano spegnersi come echi lontani nei corridoi delle basiliche, delle moschee e delle sinagoghe, senza alcun influsso sui «religiosissimi» decisori dei conflitti.
Com’è possibile che una parte significativa degli attuali seguaci dell’Ebraismo, dell’Islam e del Cristianesimo, in scenari come il Medio Oriente o l’Ucraina, ignori – anzi avversi deliberatamente – il fondamento pacifico, se non pacifista, della propria fede? Che si genufletta al proprio Dio della pace e pensi che sia spiritualmente sostenibile sparare sui propri concittadini o bombardare un Paese sovrano?
C’è da stupirsi, poi, se molti finiscano col pensare che le religioni sono tra i principali propellenti dell’ingiustizia e delle guerre nel mondo? No, anche se l’argomento è troppo semplicistico per giustificare una tesi tanto drastica. Prima di tutto, non è dimostrabile: bisognerebbe eliminarle per saperlo. In secondo luogo, le guerre non spariscono come per magia in contesti laici, anti o a-religiosi. Le dispute territoriali, etniche, economiche o ideologiche bastano e avanzano per riprodurre orrori analoghi. La Prima e la Seconda guerra mondiale non furono mosse da motivazioni religiose, eppure, anche senza un Dio da invocare, che micidiali mattanze!
Personalmente, sono giunto alla conclusione che la sacralizzazione della violenza in contesti religiosi sia frutto di interpretazioni politiche e di interessi vari che non hanno nulla a che fare col senso profondo dei testi sacri. Il fatto, però, che il disprezzo della vita e il feroce ricorso alle armi vengano promossi nei templi di un Dio misericordioso rappresenta una contraddizione eclatante, oltre che un acuto problema di credibilità per le religioni.
Eppure, ogni tradizione religiosa possiede gli antidoti al veleno dell’odio. Nei testi fondanti, ma anche nei personaggi che, partendo dagli stessi insegnamenti di fede dei loro correligionari guerrafondai, sono giunti a teorizzare il «disarmo» delle parole stesse. Perché pace e guerra cominciano sempre dalle parole che si dicono, si urlano o si sussurrano, oppure che non si ha il coraggio di pronunciare. Anche i silenzi uccidono.
In ogni tradizione religiosa ci sono maestri che hanno lasciato in eredità al mondo, anche a quello laico, un patrimonio inestimabile di umanità. Penso al grande filosofo ebreo Martin Buber, tra i primi a proporre una convivenza binazionale tra ebrei e arabi in Palestina; a Francesco d’Assisi, che dialogò con il sultano durante le Crociate e propagò, scalzo e inerme, un messaggio di fraternità universale e di armonia con la natura che ancora ci commuove. E alla «Via del Cuore» promossa dall’immenso poeta e leader del Sufismo islamico Rumi, che scrisse: «Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì».