La spirale del risentimento

by azione azione
12 Gennaio 2026

Vuoi vedere che Trump ha una missione divina: mostrarci senza ipocrisie come funziona il mondo e chi lo dirige? I soldi e non gli ideali, la forza e non la gentilezza? Non è forse vero, per esempio, che per trent’anni gli Stati Uniti hanno esercitato un imperialismo mascherato nel resto delle Americhe? L’arresto di Maduro rappresenta davvero un cambio di registro rispetto a quello di Noriega a Panama nel 1989 o all’appoggio al colpo di stato in Cile nel 1973?

Trump non fa altro che togliere la maschera e mostrare il volto inquietante del potere a stelle e strisce. È la personificazione cafona del concetto greco di alètheia, che significa «ciò che va svelato». Un indigesto maestro di verità, portatore di una conoscenza superiore, ancorché sgradevole e spietata. Se le cose stanno così, il suo avvento allo Studio Ovale rappresenta per tutti i non americani un potente richiamo alla realtà, un risveglio dal torpore delle pie illusioni.

Ma di divino, in questa missione disvelatrice, non vediamo nulla. Trump non sconquassa il pianeta per amore di verità, ma per un cocktail tossico di interessi nazionali e personali, non tutti legittimi, e bizzose peculiarità caratteriali al limite del caso psichiatrico.

Fateci caso: è più forte di lui. Ogni volta che apre bocca, non si accontenta di magnificare i propri presunti successi. Sente l’insopprimibile necessità di umiliare l’avversario, chiunque esso sia. Lo fa sempre, anche se sul piano dell’immagine avrebbe tutto da guadagnare mostrandosi al di sopra della fame di vendetta, che lo fa apparire inutilmente meschino, come probabilmente è.

Per esempio, il suo nemico preferito – che si parli di Ucraina, dazi o Venezuela – il suo Satana personale, ergo il bersaglio di una furibonda rabbia retroattiva, è Joe Biden. Perché infierire su un vecchio ormai inerme e malato (gli è stato diagnosticato un cancro aggressivo alla prostata con metastasi ossee)? Semplice: perché Biden l’ha sconfitto alle presidenziali del 2020 e Trump non ha potuto rifarsi su di lui nel 2024, ma sulla sua sostituta dell’ultima ora, Kamala Harris.

Insomma, Biden è l’unico che sia riuscito a sconfiggerlo e su cui non sia riuscito a vendicarsi. Sarà per questo che Trump continua a infierire su di lui? Non lo escluderei.

Dovremmo quindi considerare la nascita del nuovo disordine mondiale come un macroscopico effetto del suo narcisismo ferito, insediato al potere nell’edificio presidenziale di Washington o nella villa personale di Mar-a-Lago?

Sarà la storia, o la psichiatria, o la storia della psichiatria a rispondere a questa domanda, un giorno. Ma non sarebbe la prima volta che un Impero viene guidato da un uomo troppo pieno di sé per pensare e agire al di fuori delle proprie pulsioni personali.

Trump, però, ha successo perché incarna sentimenti che sono anche collettivi.

Lo studioso Francis Fukuyama sostiene che non sono la logica e l’equilibrio a governare il mondo. Nel suo saggio Identità. La domanda di dignità e la politica del risentimento, individua nella ricerca di riconoscimento – più che nella lotta per la ricchezza o il potere – la forza motrice della politica contemporanea. La «pancia» dell’America ha votato per Trump perché si sentiva marginalizzata dalle politiche democratiche. La Russia di Putin vuole l’Ucraina per riaffermare il proprio ruolo di superpotenza decaduta.

Ma quante persone oggi umiliate vorranno vendicarsi, domani, per le politiche di Trump, Putin, Netanyahu e molti altri? Sul piano personale, collettivo e quindi politico, tenere a bada le sirene del risentimento e del disprezzo dell’avversario è l’unico modo per non alimentare in eterno una spirale autodistruttiva di negazione e di violenza.