Dalle notti di Bardot alle ombre della dottrina Monroe

by azione azione
12 Gennaio 2026

Ero deciso a dedicare questa prima rubrica del 2026 a Marilyn Monroe. Anzi, speravo di riuscire a trovare un collegamento fra il centenario dalla nascita della più iconica delle dive del cinema americano e la recente scomparsa della sua omologa Brigitte Bardot, regina dell’immaginario collettivo, cinematografico e non solo, venuta a mancare poco prima di Natale. Avevo già iniziato a cercare fra i libri di Giovanni Orelli, deciso a riproporlo, un impareggiabile momento in cui il poeta leventinese evocava la morte musicale (in do maggiore, ovviamente) della Giulietta di Prokofiev collegandola poi con il richiamo di un apprendista macellaio che in una piazza di Lugano gli grida la notizia della morte di Marilyn Monroe: «Prufesùr, la Marilyn l’è morta!». Anche Giovanni non c’è più. Di sicuro tornerebbe a regalarci il suo raggiante sorriso al ricordo che tutti, persino i macellai, sapevano che «la Marilyn» era qualcosa di più di un mito del cinema. E quasi certamente mi avrebbe anche suggerito di ricordare l’intervista in cui Bardot, alla domanda su quale fosse stato il più bel giorno della sua lunga vita, aveva risposto con un folgorante «C’était une nuit».

La geopolitica e l’attualità mediatica hanno però subito azzerato i miei progetti di avvio d’anno, obbligandomi a soffermarmi su un altro Monroe, americano anche lui, ex-presidente in carica oltre due secoli fa, ancora oggi ricordato per un discorso rivolto al Congresso il 9 dicembre del 1823. Stando a storici e studiosi, Monroe ignorava che le sue parole, pronunciate per opporsi alle mire del colonialismo europeo dell’epoca, avrebbero dettato anche dopo oltre due secoli la struttura giustificativa della politica estera degli Stati Uniti. Come ricorda Carmelo E. Costanza di opinione.it, dopo l’applicazione come principio difensivo per ostacolare le ingerenze coloniali europee, la dottrina Monroe «con il Corollario Roosevelt (1904) diventa strumento di proiezione diplomatica reinterpretando la dottrina come legittimazione all’intervento attivo degli Usa nei confronti dei Paesi latinoamericani: per “prevenire” instabilità interna o ingerenze esterne. La svolta rooseveltiana introdusse una dimensione giuridico-politica nuova: la dottrina divenne uno strumento di intervento preventivo, giustificato da un presunto obbligo di tutela dell’ordine regionale». Chi avesse ancora qualche dubbio sul suo ritorno in auge deve solo riandare a notizie e commenti su quanto l’Amministrazione Trump ha inscenato in Venezuela, sequestrando il presidente Maduro accusato di traffico di droga e preparando il controllo degli Stati Uniti sulla più vasta riserva mondiale di petrolio.

Pur senza sconfinare nella fantapolitica, per una potenza con le grandi reti di comunicazione e trasporto merci ancora quasi interamente legate al greggio, c’è anche questa quisquilia a rendere «vantaggioso» il ritorno ai precetti della dottrina Monroe, perlomeno per quanto accade a Caracas. Intanto però l’Ur-fascismo di Trump – dopo aver concretizzato in Venezuela in quattro ore quello che Putin non è riuscito a portare a termine in quattro anni in Ucraina – rischia di tramutarsi in una sorta di catapulta utilizzabile per violare il diritto internazionale e favorire (come dice Giuliano Ferrara) «altri penosi guai più o meno umanitari all’ombra del terrorismo e della volontà di potenza neoimperiale diretta a scardinare il bastione di resistenza che è l’Europa». In conclusione mi rendo conto che sarebbe stato più consono non abbandonare il progetto iniziale, cioè l’anniversario di Marilyn e il collegamento con Bardot, lasciando la geopolitica a specialisti più preparati a interpretare i cambiamenti prodotti a livello planetario.

Mi limito ad aggiungere un’ultima considerazione: ricordare che a creare incertezza non sono solo le mosse (sempre più etichettabili con la dicitura di «mericanàt» che usavano i nostri nonni) del nefasto giullare della Casa Bianca: un contributo sempre maggiore e sempre più importante continua a giungere dai partiti tradizionali e dalle istituzioni democratiche occidentali, incapaci sia di adattarsi a una sempre più indispensabile ridefinizione della nozione di popolo, sia di operare per convincere chi regge o cavalca i neopopulismi a diventare un’opportunità per la democrazia e non per creare nuove sopraffazioni e avventure politiche «illiberali».