In Svizzera e in particolare a Ginevra gli studi in Relazioni internazionali stanno vivendo un momento di rinnovato interesse, ce lo racconta Valentina Grignoli in un articolo che potete leggere a pagina 5. La direttrice del Global Studies Institute di Ginevra, Céline Carrère, conferma un aumento del 20% di iscrizioni quest’anno. Questo dato, come altri, illustra come le nuove generazioni, i giovani di oggi, siano molto interessati a ciò che accade nel mondo attorno a loro, dimostrando così una consapevolezza che non sempre siamo disposti a riconoscergli. Nell’articolo di cui sopra lo conferma anche una giovane studentessa: «ciò che avviene ai quattro angoli del mondo mi preoccupa. A volte leggere le notizie genera ansia. Studiare quel che succede mi permette di capire i fenomeni, le opinioni diverse, le soluzioni possibili. Non credo che mi rassicuri del tutto, ma almeno ho uno strumento».
Ma non è solo ciò che accade nel mondo lontano da noi a preoccupare i ragazzi, le giovani generazioni sono, infatti, in grado di riconoscere l’importanza di possedere gli strumenti necessari per capire chi ci sta di fronte nel quotidiano e non esitano a impegnarsi in progetti di aiuto come quello di prossimità ai cittadini descritto nell’articolo di Alessandra Ostini Sutto a pagina 6. In questo caso sono gli studenti dell’Università della Svizzera italiana a mettere le proprie competenze al servizio degli altri, esperienza che, a loro dire li ha aiutati a curare una comunicazione efficace e a sapere ascoltare, permettendo loro così anche di trarre vantaggio dai contatti intergenerazionali.
Quelle appena citate sono solo due declinazioni dell’essere giovani, e non hanno la pretesa di raccontare la complessità e le sfaccettature di un’intera generazione, allo stesso tempo, però, ci aprono uno spiraglio sulle tendenze e le attitudini di una parte di società alla quale troppo spesso si fatica a dare voce. Ad oggi lontani da posti chiave e in misura ancora maggiore dalle stanze del potere, i rappresentanti di una generazione che si affaccia al mondo adulto e professionale, ci colgono forse un po’ impreparati. D’altronde, ascoltare i giovani e raccontarli non è lavoro di tutti i giorni né per la maggior parte dei giornalisti, alle prese con un’attualità con la quale si fatica a stare al passo, né per una società in profonda trasformazione, forse ancora incapace di essere coesa al punto da dare la stessa autorevolezza a ognuna delle voci che la compongono.
Questi, però, sono giorni in cui, chi più, chi meno, siamo tutti chiamati a fare un bilancio dell’anno che sta per finire e, se non un pronostico, almeno qualche pensiero riguardo a quello che sta per iniziare. Ci è sembrato il momento giusto per parlare di chi l’anno nuovo lo affronta con la forza, con i desideri e con quel pizzico di incoscienza della giovinezza. Ed è dunque alle giovani e ai giovani che va il nostro particolare augurio di buon anno nuovo, nella speranza che il 2026 li spinga ancor più a coltivare le loro aspirazioni e a impegnarsi per i loro obiettivi.
Cosa augurare invece alle generazioni che li hanno preceduti, boomer in testa? Ai miei coetanei (e a me stessa) in vista dell’anno nuovo mi permetto di suggerire un buon proposito (l’abitudine di farne all’inizio di gennaio non mi ha mai abbandonata): in questo 2026 prendiamoci il tempo per davvero osservare, conoscere e capire i giovani, cerchiamo di ascoltarli, astenendoci per una volta dall’imporre il nostro pensiero o punto di vista, evitando di giudicare troppo frettolosamente le loro prospettive, impegnandoci a non elargire troppi consigli poco richiesti, e, last but not least, imparando, di tanto in tanto, a farci da parte.