Il caffè dei genitori: in Svizzera fra i nuclei famigliari con figli al di sotto dei 25 anni 1300 sono composti da coppie omosessuali
«E io ho due mamme!». In questa risposta spontanea e innocente – data da uno dei suoi gemelli di tre anni a un compagno d’asilo orgoglioso della forza fisica del proprio papà – sta la sfida e insieme la soddisfazione di Martina Pennisi, 42 anni: «Normalità!».
La normalità con cui ha vissuto fin dall’inizio il desiderio di diventare madre pur essendo omosessuale. In un post su Instagram per la Festa della Mamma scriveva: «Auguri a tutte le mamme, soprattutto a quelle che sanno già di esserlo ma devono ancora diventarlo». La normalità del percorso affrontato per coronare il sogno, pur passando per la fecondazione eterologa in vitro: dal 1° luglio 2022, con l’introduzione del «matrimonio per tutti», anche in Svizzera le coppie lesbiche sposate possono accedere alla donazione di sperma. La normalità dei sabati mattina al parco con il sole e quella con cui i bambini trasformano anche una giornata di pioggia in felicità. E, soprattutto, la normalità con cui Pietro e Giulia possono dire orgogliosamente ai compagni dell’asilo di avere due mamme.
Giornalista del «Corriere della Sera», collega preziosa e amica sincera, milanese sorridente e milanista accanita: la sua storia si inserisce in un panorama sociale in continua evoluzione, come mostrano i numeri anche in Svizzera. Su 4 milioni di nuclei familiari, quelli con figli sotto i 25 anni sono circa uno su tre. I figli vivono con 815mila genitori sposati, 155mila madri sole, 125mila genitori conviventi, 33mila padri soli e, in circa 1300 casi, con coppie omosessuali. Inoltre, il 13% dei genitori con almeno un figlio sotto i 18 anni non sta più insieme all’altro genitore, spesso ricostituendo una famiglia, le cosiddette «famiglie patchwork». Insomma, la famiglia è una, ma le sue declinazioni sono molteplici.
Se il filo conduttore del racconto di Martina è la rivendicazione della normalità, c’è un momento preciso in cui questa consapevolezza prende forma. Qual è la scintilla che la fa scattare? Il 7 settembre 2004, Italia 1 trasmette The O.C., serie cult per un’intera generazione. Tra le ville di Newport Beach in California e le vicende dei suoi ricchi adolescenti, spicca la storia d’amore tra due ragazze, Marissa e Alex: una delle prime rappresentazioni di una relazione omosessuale in un prodotto di prima serata di enorme successo. Quella stessa sera, a rafforzare il messaggio, va in onda il film L’altra metà dell’amore, con la relazione tormentata tra due compagne di collegio. Riflette Martina: «Sono convinta che la generazione Millennial (i nati tra il 1980 e il 1996, ndr) abbia potuto trovare il coraggio di vivere apertamente la propria omosessualità e realizzare con libertà un progetto di famiglia anche grazie a serie tv e film. All’inizio persino a me faceva strano vedere due donne o due uomini che si baciavano. Quando poi l’ho visto in tv in prima serata sono impazzita di felicità. Non c’era più bisogno di essere senza dirlo».
Normalità, però, non vuol dire che tutto sia semplice. La decisione di intraprendere la strada della fecondazione assistita in vitro è un percorso a ostacoli, che si scontra con la disponibilità economica, il peso delle cure ormonali e le diverse legislazioni nazionali. Lo spiega bene Martina, raccontando una delle prime e più profonde domande che le famiglie nascenti come la sua e della sua compagna (non può usare il termine moglie perché in Italia le coppie dello stesso sesso possono solo unirsi civilmente) devono porsi: se procedere o meno in un Paese che permette al figlio, a 18 anni, di conoscere l’identità del donatore.
Una scelta non da poco. In Svizzera, la legge è chiara: chi è nato da donazione di sperma dopo il 1° gennaio 2001 può presentare una domanda all’Ufficio federale dello stato civile (UFSC). Al compimento dei 18 anni, riceverà informazioni sull’identità e sulle caratteristiche fisiche del donatore, potendo accedere a dati ancora più dettagliati, come quelli medici, in presenza di un interesse degno di nota. Decisioni come queste richiedono un affiatamento e una determinazione che, sebbene necessari a ogni coppia, qui assumono un peso specifico. E gli interrogativi non finiscono: di chi sarà l’ovulo? Chi porterà in grembo il bambino? Sono questioni uniche per una coppia di due donne, che uniscono l’aspetto biologico, emotivo e personale in un modo che una coppia eterosessuale non deve affrontare.
Ma la domanda che più assilla ogni genitore è: come spiegarlo poi ai figli? «A partire dai 2 anni – sottolinea Martina – c’è il momento cruciale in cui spiegare ai bambini che le famiglie sono di molteplici tipi: con una mamma e un papà, sposati o no, con una mamma sola, un papà solo, due mamme, due papà, o con genitori che si sono risposati». Una frase che non basta dire una volta, ma va ripetuta finché entra nella testa e nel cuore dei bambini. È una realtà che i numeri, come abbiamo visto, già fotografano. Ma tradurre quelle statistiche nella vita di tutti i giorni, sulla propria pelle, è un’altra storia.
Quando in questa rubrica nel maggio 2023 abbiamo parlato di «famiglie patchwork», abbiamo ammesso che c’è un problema: è mai possibile che non esistano termini per definire i nuovi rapporti familiari senza dare una connotazione negativa? Quando per esempio, ci presentiamo a qualcuno, non trovate assurdo che non esistano termini per definire il marito della mamma o la moglie del papà o i figli dell’una e dell’altro che stanno crescendo come fratelli? E qui, paradossalmente, emerge un vantaggio inaspettato: «In questo caso le coppie omosessuali sono avvantaggiate – dice Martina con gli occhi che le brillano – perché il termine per definire due partner che hanno dei figli insieme c’è ed è bellissimo: genitori!».
Genitori. Una parola universale per definire le famiglie con figli e che dal settembre 2024 ci ha portato a cambiare, proprio per essere inclusivi anche con il linguaggio, il nome della rubrica che un tempo era Il caffè delle mamme. Genitori che sono mamme e papà, due mamme, due papà, e genitori acquisiti che, pur non essendo di sangue, lo sono con il cuore, senza togliere nulla a quelli biologici. Insomma, famiglia è dove c’è amore. Un amore che si moltiplica e non va mai in sottrazione.
«Mio papà – confessa Martina, che non ha portato avanti la gravidanza – dopo le prime ecografie mi ha chiesto: “Quindi io posso dire che sto diventando nonno?”». In quella domanda c’è tutta la tenerezza e l’incertezza di una generazione, ma anche la dimostrazione che le barriere e i dubbi teorici si sciolgono di fronte alla realtà gioiosa di un nipote in arrivo.
In famiglia, ma fuori? La preoccupazione che prima o poi Pietro e Giulia incontrino il bambino che rimarca la loro diversità? «Certamente. Come chi porta gli occhiali può trovare chi lo prende in giro!». La vera normalità, in fondo, non è l’assenza di problemi, ma la consapevolezza che le proprie sfide sono le stesse di tutti gli altri. «Confermo, è tutto qui – posta Martina per i suoi 42 anni –. Nel 4, nel 2 (+2), nella luce, nel mare e nel continuare a farsi domande, anche, e soprattutto, quando si crede di avere trovato la risposta».
Il rammarico di Martina è che non ci siano ancora fiabe alla Peppa Pig per raccontare queste realtà. C’è Famiglie dell’illustratrice e autrice Georgette che rimarca: «Una famiglia è come un nido, come una tana dove sentirsi protetti e amati». Non ci sono fiabe, ma c’è la vita. L’esserci dentro. In attesa che la cultura si adegui, la vita va avanti.
