Riavvicinare alla musica anziani che presentano un declino cognitivo: il progetto di Max Pizio al Centro diurno terapeutico Pro Senectute di Muralto
La musica come strumento di aiuto nelle realtà del disagio; e, nello specifico, le note e le canzoni come mezzo per stimolare i ricordi e le reminiscenze in pazienti in deficit cognitivo, dalla demenza senile all’Alzheimer. Questo, in breve, il progetto chiamato Suona una vecchia canzone, un’idea che il musicista e musicologo Max Pizio ha messo a punto con il medico geriatra Graziano Ruggieri e che viene portata avanti – per ora – con il Centro diurno terapeutico Pro Senectute di Muralto, ma che è potenzialmente estendibile ad altre realtà .
«Tutto ha preso avvio da mio padre», spiega Pizio. «Non mi rassegnavo – continua – a vederlo perdere colpi, a non accedere più a fonti di ricordo e piacere. Io sono figlio d’arte, nel senso che ho mutuato la passione per la musica proprio da lui, che è stato un musicista per settant’anni, e vedere che la sua vita si spegneva anche intorno a questo nucleo fondativo mi ha incupito. Allora ho pensato di coinvolgere un caro amico, nonché mio studente di sassofono, il geriatra Ruggieri, che è entrato in punta di piedi». Il geriatra si è concentrato dapprima sulla diagnosi, per inquadrare nel modo più corretto la situazione: non tanto Alzheimer, quanto declino cognitivo. In un secondo momento lo sforzo congiunto è stato quello di riavvicinare gradualmente il padre proprio agli strumenti, alla musica. «In seguito – continua Pizio – lo abbiamo inserito in alcuni centri diurni terapeutici, e quello che è successo è stato interessante e anche commovente: il rapporto con la musica si è magicamente riattivato. Sono riaffiorate la memoria a lungo termine, la gestualità legata agli strumenti e una familiarità che sembrava essersi perduta. Ha ricominciato a suonare. A un certo punto non era più soltanto un partecipante: durante le feste del centro si metteva alla fisarmonica e intratteneva gli altri ospiti. La musica, che sembrava essere uscita dalla sua vita, era tornata a occupare uno spazio concreto e condiviso».
Questa esperienza, che è sembrata molto forte e capace di dare maggiore slancio e smalto alla vita del padre di Pizio, è stata foriera di riflessioni fra il musicista e il geriatra. Il descrittivo del progetto Suona una vecchia canzone spiega bene come nella persona malata di demenza le progressive difficoltà nell’essere compresi possono generare un frustrante senso di isolamento relazionale rispetto al proprio ambiente socio-famigliare. I soggetti che ne sono affetti, in altre parole, non si sentirebbero completamente in grado di comunicare i loro bisogni fondamentali. La musica, nei termini della fruizione e anche della produzione aiuterebbe proprio in questo senso: attraverso l’ascolto di canzoni che si amavano da giovani e ritmi familiari i pazienti svilupperebbero un maggiore senso di identità e di appartenenza all’ambiente, risvegliando capacità e competenze che parevano sopite.
Ma cosa succede di concreto ogni lunedì, quando Max Pizio incontra i pazienti che segue presso il Centro diurno terapeutico Pro Senectute di Muralto? «Conosco ad una ad una le biografie di quattordici pazienti che seguo, perché si parte proprio da lì: dalle loro vite. I pazienti naturalmente cambiano nel tempo, però ciascuno ha un proprio vissuto, talvolta anche musicale. Chi suonava in una banda, chi cantava in un coro, chi invece non ha mai suonato uno strumento e la musica ha lasciato traccia in un altro modo. Quello che faccio è semplicemente portare dei dischi in vinile dal mio archivio, delle partiture, anche materiali magari particolari. Un esempio di una proposta che funziona molto bene? La musica leggera degli anni Sessanta: Sapore di sale di Gino Paoli. Faccio partire il giradischi e quasi subito succede qualcosa: uno comincia a cantare, un altro inizia a dondolarsi, un altro ancora prova a battere le mani. C’è una reazione quasi istantanea. A quel punto racconto come è nato quel disco, chi lo ha realizzato, che storia c’è alle spalle. Le persone si interessano magari in maniera superficiale alla storia, ma anche il semplice fatto di avere davanti una partitura stampata, della carta da leggere e da sfogliare, oppure la copertina di un disco, per loro acquisisce i caratteri di un’esperienza. Alcuni fanno fatica a leggere, quindi spiego che cosa c’è scritto. Altri hanno problemi uditivi. Bisogna adattare, trovare strade. Ma quello che mi fa piacere è che qualcosa si muove sempre».
Una cosa da sottolineare è che non esiste una scaletta rigida: l’importante è captare il momento. «Se esponi un anziano con problemi di udito alle frequenze molto forti di una tromba – precisa Pizio – rischi di disturbarlo. Quindi, con il tempo, ho individuato gli strumenti che funzionano meglio con loro». La struttura deve adattarsi di volta in volta alle dinamiche della giornata, alla soglia di attenzione e alle reazioni individuali; il nucleo effettivo dell’attività può durare circa venti–trenta minuti. C’è una distinzione che occorre fare: i benefici dell’attività sono concreti, ma non possono bloccare il decorso della malattia. «Sono due anni che seguo questi pazienti e devo ammettere che ho riscontrato un declino in molti di loro. Lo staff del centro diurno terapeutico me lo spiega chiaramente: i pazienti non presentano una situazione stabile». E nonostante ciò vale la pena continuare. «I risultati ci sono e sono molto semplici, ma tangibili dal punto di vista della qualità della vita. Durante quell’ora in cui partecipano all’attività , e anche quando escono, hanno un’altra attitudine: sorridono, salutano, sembrano quasi più svegli. Sono più vivi. Per me il risultato è proprio questo».
Il progetto, come specificavamo all’inizio, non vuole restare confinato solo al Centro diurno terapeutico Pro Senectute di Muralto. Si vuole, infatti, portarlo in altri centri e renderlo disponibile per altri musicisti. Non solo: da questa esperienza sta nascendo anche uno spettacolo teatrale. Una pièce divulgativa sulla storia di Alois Alzheimer e Auguste Deter, la prima paziente associata alla descrizione della malattia.
Quando la memoria comincia a cedere, c’è qualcosa che è più difficile da intaccare: le musiche, le canzoni nelle quali ci siamo sciolti e ci siamo sentiti più veri, più vivi. Tracce profonde che possono riemergere, regalando spazi di felicità .