Mario Casella, Fulvio Mariani ed Elena DelCarlo raccontano la prima edizione di Film Trail Locarno
Non serve una parete estrema o una cima inviolata, può bastare uno schermo per dare il via all’avventura. Dal 16 al 18 ottobre, il PalaCinema sulle rive del Lago Maggiore ospita la prima edizione di «Film Trail Locarno – Cinema, avventure, conversazioni / Film, Abenteuer, Gespräche», tre giornate di documentari, libri e incontri a cura del regista Fulvio Mariani e dell’autore e guida alpina Mario Casella. Con loro, a raccontare la nuova rassegna, anche Elena DelCarlo, direttrice del PalaCinema.

Mario Casella
Perché partire proprio dall’Artico?
Per due ragioni. La prima è geopolitica: basti pensare alle aspirazioni trumpiane sulla Groenlandia e alla rotta artica come alternativa a quelle via Hormuz e Suez. La seconda è ambientale: l’Artico è stato fra i primi territori in cui si sono misurate con precisione le conseguenze del riscaldamento globale. Documentari e ospiti ci aiuteranno a capire cosa questi fenomeni significhino anche per la realtà alpina. Territori lontani possono insegnarci a leggere meglio le montagne di casa nostra.
Carte digitali, previsioni precise, GPS satellitari: più sicurezza non va a discapito dell’avventura?
È vero, oggi la tecnologia permette di muoversi più facilmente in montagna, ma basta una batteria scarica per restare a piedi: meglio avere sempre mappa e bussola. L’avventura, però, va cercata in proporzione alle proprie capacità . Per un bambino può essere attraversare un bosco ascoltandone suoni e profumi; per uno scalatore, anche un semplice colle durante una lunga traversata. L’exploit non è sinonimo di avventura: anche una meta facile può regalare un’esperienza intensissima.
Quanto cambia l’avventura quando diventa subito contenuto da condividere?
Droni, GoPro e altri strumenti hanno prodotto una quantità enorme di filmati adrenalinici, spesso banalizzando il racconto della montagna. Negli ultimi anni, però, si è affermata una produzione più attenta agli aspetti etnografici, ambientali, biografici e culturali delle Terre Alte. Film Trail ne presenta alcuni esempi premiati a livello internazionale.
Film Trail e non Film Mountain: ghiacci, foreste, arrampicata, viaggio, uomini e animali; qual è il confine concettuale?
La scelta del titolo per una rassegna è come un passaggio chiave in una via d’arrampicata. Non è stato facile, ma la parola «sentiero» riassume l’idea di una traccia da seguire, suggerisce anche il concetto di incrocio tra vari approcci (documentari, libri, musica, incontri) e molteplici ambiti tematici: non solo alpinismo, ma anche natura, ambiente, storie umane e molto altro. L’abbiamo declinata in inglese per affinità con la parola «Film» e per sottolineare l’internazionalità , sia autoriale sia di contenuti, dei documentari che presenteremo: dalla Groenlandia all’Himalaya, dai Carpazi all’Islanda, dall’Africa alla Svizzera italiana. Il «sentiero» principale sarà l’Artico coniugato in varie forme, ma tutti i documentari e libri presentati ruotano attorno al tema fondamentale del rapporto tra essere umano e natura.

Fulvio Mariani
Droni, stabilizzatori, altissima definizione: è tutto straordinario…
Quando girai il mio primo film da regista in Patagonia, venne riconosciuto come un capolavoro della cinematografia di montagna perché era qualcosa di mai visto prima. Nel corso di trent’anni tutto si è alleggerito, le microcamere, i droni. Io sono sempre stato affascinato dalla tecnologia: l’uso consapevole di tutto ciò che la tecnica mette a disposizione è un passo avanti nell’evoluzione della cinematografia e non sto parlando di IA che ricostruisce le imprese, ma di strumenti che ti permettono di andare oltre. È un gran bel lavorare.
Nei posti in cui è già stato, cerca ancora il paesaggio o ciò che nel frattempo è cambiato?
Sono tanti i luoghi che ho filmato più volte: dalla Siberia invernale all’Himalaya, dal Karakorum alla Patagonia, il mio territorio di caccia preferito. Ogni volta che ci ritorno riesco ad avere uno sguardo diverso, perché non sto rifacendo lo stesso film. Le montagne mutano, i paesaggi cambiano, come noi che invecchiamo. Con il passo più lento e con l’esperienza maturata, riesco a vedere cose che la prima volta avevo tralasciato di contemplare.
Quando filma qualcuno in una situazione estrema, fino a che punto riesce a restare solo un osservatore?
In una situazione di pericolo non puoi essere solo spettatore: devi immergerti in quello che filmi, essere pienamente consapevole di quanto stai chiedendo al tuo protagonista, e di quanto stai chiedendo a te stesso. La freddezza non è il miglior alleato in queste situazioni. Io sono un emotivo, e quando mi è capitato di trovarmi di fronte al pericolo vero, appeso a una parete estrema, dentro una tempesta artica, in bilico su un ghiacciaio che si sgretola, ho sempre cercato di trasformare l’adrenalina in lucidità , di dirmi: stai calmo, fai il tuo lavoro, andrà tutto bene. Non sempre è stato facile. Ma è lì, in quei momenti al limite, che nascono le immagini che restano.
Qual è il difetto cinematografico che può perdonare e quale, invece, compromette un documentario?
Posso perdonare molte cose a un film, se nella sua interezza riesce a colpirmi e a tenermi incollato allo schermo. Quello che fatico davvero a sopportare sono quei lavori che hanno la presunzione di volerti raccontare qualcosa, ma si fermano alla superficie: belle immagini, sì, ma niente altro. Come amo dire: «Quando il pubblico inizia a sbullonare le sedie del cinema, vuol dire che sullo schermo c’è qualcosa di profondamente sbagliato».
Perché riportare oggi Nanook of the North davanti al pubblico?
Perché incarna bene lo spirito di Film Trail e ricorda quanto dobbiamo a pionieri come Robert Flaherty. C’è poi una storia quasi leggendaria dietro il film: si dice che il materiale originale andò distrutto in un incendio durante il montaggio, e che Flaherty tornò nell’Artico per rigirare tutto, inserendo elementi di ricostruzione per recuperare le scene perdute, girandole in condizioni estreme, vere, sul ghiaccio. Un documentario che diventa in parte fiction per necessità , ma senza perdere la sua anima.
Nella documentaristica capita spesso di dover ricostruire scene o situazioni e non lo trovo affatto un problema, a patto di dirlo apertamente. Il mio film Cumbre sul Cerro Torre del 1985 è una ricostruzione dell’impresa di Pedrini: l’ho sempre dichiarato senza remore. Ma sul Cerro Torre ci sono salito anch’io e con modalità che per anni nessuno ha saputo ripetere.
A Film Trail, Nanook of the North sarà inoltre accompagnato dal vivo dalla musica del Simon Quinn Quartet, che ha composto per questo film una partitura originale. La musica dal vivo restituisce al film muto una voce contemporanea, trasformando una visione storica in un’esperienza viva e irripetibile. Rivedere Nanook oggi significa portargli addosso uno sguardo nuovo: quello di un pubblico che ha imparato a interrogarsi sulle dinamiche post-coloniali e su dove finisca l’osservazione e dove inizi la messa in scena.

Elena DelCarlo
Che cosa porta Film Trail a chi vive il nostro territorio?
L’emozione e l’immediatezza dell’immagine cinematografica ci confrontano a paesaggi magnifici che conosciamo bene, o ad altri ancora sconosciuti; a narrazioni e a percorsi personali, ricordandoci che molti territori sono minacciati dal cambiamento climatico e da sviluppi geopolitici repentini. Sono sfide che condividiamo con una grande parte del pianeta. La rassegna mette in dialogo diversi punti di vista e maniere diverse di vivere il tema dell’outdoor, con il quale Locarno ha un rapporto privilegiato.
Che cosa aggiunge la sala all’esperienza di Film Trail?
La rassegna avvicina registe e registi, autrici e autori alle emozioni e ai feed-back del pubblico. I co-curatori Fulvio Mariani e Mario Casella con i loro percorsi individuali di regista, autori e guida alpina, sono interlocutori specialistici e provetti narratori, ma sono anche il ponte tra ospiti, spettatrici e spettatori e il territorio.
Film Trail amplia anche il ruolo del PalaCinema?
Il PalaCinema vuole essere uno spazio aperto a più formati, alla sperimentazione e all’incontro fra pubblico e professionisti del cinema. Film, documentario e video attraversano oggi anche realtà artistiche e sportive, portando sullo schermo nuovi sguardi, esperienze e linguaggi.
A Locarno il cinema richiama subito il Film Festival. Film Trail allungherà la stagione del cinema?
Abbiamo scelto ottobre, anche alla luce di nuove attività di montagna, dei cambiamenti nel turismo e degli autunni sempre più miti.
