«Il razzismo è un controsenso della natura»

by azione azione
30 Settembre 2026

La regista camerunense Rosine Mbakam sarà premiata al Film Festival Diritti Umani Lugano (FFDUL) in programma dall’11 al 18 ottobre

Il Premio Diritti Umani per l’Autore / l’Autrice 2026 del Film Festival Diritti Umani Lugano (FFDUL) – in programma dall’11 al 18 ottobre 2026 – andrà alla regista camerunense Rosine Mbakam (nella foto), una delle voci più intense del cinema africano contemporaneo. Nata nel 1980 nella capitale Yaoundé – e formatasi tra il Paese africano e Bruxelles – Mbakam dà vita a una riflessione che pone al centro le donne africane e quelle che sono espatriate, mettendo in luce le tensioni che attraversano la società contemporanea e le conseguenze del passato coloniale. Autrice di documentari come Chez Jolie Coiffure e Les prières de Delphine, nel maggio 2023 presenta Mambar Pierrette, il suo primo lungometraggio di fiction, alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes. La incontreremo al FFDUL il 16 e 17 ottobre, intanto la intervistiamo. Maniere gentili, voce profonda.

Rosine Mbakam, partiamo dall’attualità. Dopo quasi vent’anni trascorsi tra Camerun ed Europa, come interpreta il ritorno della retorica xenofoba e nazionalista in molti Paesi del Vecchio Continente?

Penso che il razzismo sia un controsenso della natura. Gli esseri umani sono sempre stati portati verso gli altri. Sono da sempre nomadi. Si spostano, ed è così che trasformano il mondo e si arricchiscono di nuove esperienze. Per questo il razzismo rappresenta un fallimento. Ho l’impressione che l’Occidente si stia ripiegando su sé stesso, come se l’unica risposta alle sue paure fosse alzare muri e chiudere le frontiere. Ma così facendo finisce per sabotarsi, attraverso idee, leggi e ideologie che impoveriscono anziché rafforzare. È una sconfitta, anche perché la storia ci ha già mostrato dove portano certe derive: a violenze e guerre. Ciononostante, oggi assistiamo alla riproduzione di schemi del passato: il nazionalismo, il fascismo… Schemi deleteri di cui conosciamo bene il prezzo. La domanda è sempre la stessa: perché non impariamo dalle nostre esperienze? Ci resta la speranza che, continuando a confrontarci con gli stessi errori, un giorno riusciremo a capire.

Al FFDUL verrà proiettato Mambar Pierrette. Attraverso la storia di una sarta di Douala, la principale città economica del Camerun, il film affronta temi come il ruolo delle donne africane, il lavoro, le difficoltà economiche e sociali e la dignità umana. Perché ha scelto di raccontare questa vicenda?

Il film ci dice che tutto ciò che facciamo è importante e può avere un impatto attorno a noi. Pierrette fa la sarta: un lavoro che ai suoi occhi, o a quelli dei vicini e di alcuni familiari, può sembrare poco importante. Eppure trasforma la vita dei suoi figli e delle sue clienti. Nel suo atelier le donne si rinnovano, si fanno belle, ritrovano risorse ed energie. Mambar Pierrette racconta il potere di questi piccoli luoghi di trasformazione, quelli in cui sono cresciuta. Mia madre infatti aveva un piccolo negozio in Camerun; io la aiutavo a vendere. Sartorie, negozietti, luoghi che non sembrano granché ma che cambiano l’esistenza di tante persone.  Per me è importante celebrarli. La società tende a esaltare gli atti eroici e le imprese straordinarie, ma dovremmo riconoscere anche il valore dei piccoli gesti quotidiani, il cui impatto si rivela osservandone gli effetti nel lungo periodo. Io stessa oggi sono una cineasta conosciuta, ma vengo da lì: da quel piccolo negozio di mia madre, che mi ha permesso di andare a scuola, di sognare oltre ciò che vedevo e di costruirmi un futuro diverso.

Nei suoi film convivono spesso precarietà e difficoltà, ma anche solidarietà e capacità di resistere. Perché è importante raccontare entrambe queste dimensioni?

Abbiamo spesso paura delle difficoltà, tendiamo a evitarle. Eppure sono proprio le difficoltà a rivelare una parte di noi. Se non le affrontiamo, non scopriremo mai la nostra forza. In Mambar Pierrette, quando la protagonista viene aggredita e perde il denaro, accade qualcosa di importante: le persone che le stanno vicino si mobilitano per aiutarla. E lei stessa si supera, lavora ancora di più per raggiungere ciò che desidera. Così finalmente i suoi figli possono andare a scuola… Quello che voglio mostrare è che questa donna non è più la stessa. Ha capito che, quali che siano le difficoltà, riuscirà ad andare avanti. E trasmette questa forza ai suoi figli, insieme al valore del lavoro e della costruzione di qualcosa per sé. Per me è importante raccontare ciò che c’è oltre le difficoltà: la solidarietà, il coraggio, risorse interiori che spesso non sappiamo di possedere finché non siamo costretti a tirarle fuori.

In alcune interviste ha spiegato di sentirsi bene dietro la macchina da presa, quando ascolta le persone parlare di sé. Ma si tratta spesso di racconti segnati dall’ingiustizia, dalla violenza, dal dolore. Come riesce ad accogliere queste storie senza lasciarsi sopraffare?

Quando ho girato Les prières de Delphine (documentario incentrato sul racconto di una donna camerunense emigrata in Belgio, che tocca i temi della migrazione, del lutto, della violenza, della prostituzione e del desiderio di riscatto, ndr.), ho pianto insieme a Delphine. Ho riso con lei. Non sono insensibile al dolore. Se quello che mi dicono mi fa piangere, ho il diritto di mostrarlo. Se chiedo alle persone di esporsi e mostrare la loro vulnerabilità, devo essere capace di condividere la mia. Inoltre filmare una donna significa raccontare anche una parte di me: non solo la regista Rosine, ma anche la donna, la madre e la compagna. Solo mettendomi in gioco posso accogliere ciò che le persone mi affidano. Per me, insomma, il cinema nasce dall’incontro umano e coincide con la vita.

Dopo diversi documentari è arrivata alla fiction. Quali nuove possibilità narrative ha trovato in questo passaggio?

Il cinema è uno spazio di ricerca e sperimentazione. Documentario o film sono modi diversi di potermi accostare alla realtà. Passare alla fiction mi consente semplicemente di andare oltre ciò che è immediatamente visibile nel reale.

Il suo cinema, come detto, è molto vicino alla vita quotidiana delle classi popolari. Da dove nasce questa attenzione?

Mi è venuta voglia di fare cinema osservando le donne della mia famiglia e della mia comunità. Volevo mostrare come la gente vive insieme, parla, si veste. Credo che ci sia ancora molto dell’Africa da raccontare e da scoprire, al di là dello sguardo coloniale attraverso cui è stata così spesso rappresentata. Io cerco di filmare il Camerun e le persone che incontro ogni giorno, che conosco, senza filtri né pregiudizi. Racconto questo mondo attraverso il mio sguardo, perché in fondo sto raccontando anche una parte di me. Il mio interesse nasce da dove vengo: sono cresciuta lì e, anche se oggi vivo in Belgio, la mia famiglia è ancora laggiù.

Lei parla spesso di «decolonizzare lo sguardo». Quale sguardo occidentale sull’Africa le sembra oggi il più difficile da decostruire?

Sono stereotipi legati a rapporti di potere, di dominazione e all’idea di dover sempre dare lezioni agli altri. L’Africa viene ancora troppo spesso osservata attraverso il confronto con l’Europa, come se esistesse una gerarchia tra le due realtà. Io credo invece che possiamo imparare gli uni dagli altri. L’Occidente invece è molto concentrato su sé stesso, ma credo che potrebbe reinventarsi aprendosi maggiormente a ciò che accade altrove e a ciò che la differenza può portare di positivo. È dunque necessario cambiare prospettiva.

Nelle sue opere le donne occupano un posto centrale. Che cosa la interessa in particolare dei loro percorsi e delle loro esperienze?

Sono cresciuta in Camerun e, quando sono partita a 27 anni, avevo l’impressione di non conoscermi davvero. Filmare quelle donne – le mama del mio paese (le donne che tengono insieme la vita familiare e sociale, ndr.) – è stato un modo per capire chi sono e quale posto occupo nel mondo. Il mio non è un «cinema di predazione»: non vado a caccia di soggetti, perché le persone che filmo fanno, come detto, già parte del mio universo. Porto con me delle domande e le metto in dialogo con la realtà che mi circonda.

Quando è arrivata in Europa qual è stato il suo pensiero sulle donne occidentali?

Io mi ritrovavo in loro, ma non avevo la sensazione che loro si ritrovassero in me. A causa di quello sguardo ancora segnato dall’eredità coloniale di cui parlavamo prima. Se non lo mettiamo in discussione, rischiamo di non vedere le persone per quello che sono davvero.

Dopo aver visto Mambar Pierrette e, più in generale, ogni sua opera, quale domanda vorrebbe che il pubblico si ponesse tornando a casa?

Vorrei che ciascuno si interrogasse sul proprio posto nella società, come donna o come uomo. La posizione da cui guardiamo il mondo influenza infatti il modo in cui percepiamo gli altri e ci relazioniamo a loro. Una giovane donna di Lugano, per esempio, consapevole della propria storia e dei propri privilegi, potrebbe chiedersi: come guardo gli altri? Come entro in dialogo con loro? Credo che il cambiamento parta proprio da questa consapevolezza: dalla capacità di mettersi in discussione e ripensare il proprio rapporto con gli altri, che siano persone lontane o i nostri vicini di casa.