Il Premio Möbius compie trent’anni e si interroga sul modo in cui le infrastrutture digitali influenzano la mente
«Quando il Premio Möbius è nato, il digitale era ancora soprattutto una promessa e un territorio da esplorare. Trent’anni dopo, la questione non è più se la tecnologia cambierà la nostra vita, ma quale rapporto vogliamo costruire con sistemi ormai integrati nell’informazione, nella comunicazione, nella cultura, nella medicina e nelle attività quotidiane». Scrivono così nel loro comunicato stampa i responsabili della Fondazione Möbius Lugano e una breve visita online dei loro archivi è un buon modo per misurare con quale velocità il digitale si sia evoluto in questi trent’anni. Basti sapere che le prime edizioni valutavano «opere multimediali di qualità» e a contendersi il premio erano 24 cd-rom. Oggi parlare di cd-rom fa sorridere mentre la trentesima edizione del Premio Möbius, che si terrà dal 1 al 3 ottobre nell’Aula Magna dell’USI, affronta questioni oggi considerate cruciali: algoritmi, sovranità digitale, informazione, intelligenza artificiale e quantum computing. Intitolata La mente contesa questa edizione, per sottolineare l’anniversario, è particolarmente ricca di appuntamenti e presenta anche qualche novità, tra queste l’esposizione CTRL+cinema di ESoCop dedicata all’incontro tra computer e immaginario cinematografico (visitabile gratuitamente venerdì 2 e sabato 3 ottobre nell’atrio dell’Aula Magna dell’USI).
L’esplorazione del rapporto che intratteniamo nel nostro quotidiano con l’ambiente digitale sarà dunque declinata sotto diversi aspetti e in forme diverse, con l’intento dichiarato di proporre una lettura della tecnologia che non sia semplicemente allarmistica. Tra gli interventi il programma propone venerdì 2 ottobre alle 9.45 un incontro particolarmente originale sia nei contenuti sia nel formato scelto. Tra conferenza e monologo, l’appuntamento intitolato Relazioni affettive con i media presenta una riflessione che rimette in discussione alcune convinzioni più o meno diffuse sulla nostra vita digitale. L’idea alla base è quella di unire dati scientifici e narrazione, ed è nata dalla collaborazione tra Eleonora Benecchi, docente e ricercatrice presso l’Istituto di Media e Giornalismo dell’Università della Svizzera italiana (USI), Petra Mazzoni ricercatrice presso l’Istituto di Media e Giornalismo (USI) e il DFA/ASP (SUPSI), e Christian Biasco, consulente in Media e Tecnologia presso il Centro di risorse didattiche e digitali del DECS. La base su cui si regge l’impianto dell’incontro sono i diversi studi a livello nazionale che indagano l’uso dei media e dei media digitali nelle diverse fasce di età dagli 0 ai 19 anni e parallelamente nella fascia degli over 65. L’Istituto di Media e Giornalismo dell’USI è, infatti, da diversi anni responsabile per la Svizzera italiana degli studi nazionali JAMES, MIKE, SWIPE e ALICE condotti in collaborazione con università e istituti svizzeri. L’Istituto ha, inoltre, avviato la ricerca Aging and Media per capire come le persone over 65 che vivono nella Svizzera italiana utilizzano quotidianamente i media, sia individualmente sia in compagnia di altre generazioni.
«Il nostro intervento al Möbius – ci spiega Eleonora Benecchi – è un tentativo di animare i dati. A differenza della classica conferenza, l’idea è quella di creare intorno ai dati una narrazione, che parte dall’intervento di Christian concepito come esperienziale ed emotivo e arriva a noi che sostanzieremo il suo racconto indagando come queste suggestioni trovino o meno un riscontro nei dati che abbiamo raccolto durante le nostre ricerche. Vogliamo poi animare i dati anche nel loro interno presentandoli in movimento, non una fotografia ma una costruzione che progredisce piano piano. Questo ce lo consente il fatto che tutte le nostre ricerche sono longitudinali, vanno avanti da parecchi anni, la prima dal 2010. Possiamo dunque mostrare come i dati si siano evoluti nel tempo e quali variazioni ci siano state».
Il tempo digitale e fisico dei giovani svizzeri
Paradossalmente, in anni di grandi mutamenti digitali, soprattutto da dopo l’avvento dei social e dell’IA, negli studi di Eleonora Benecchi e Petra Mazzoni si registrano anche elementi stabili. «Abbiamo dei temi – conferma Eleonora Benecchi – in cui constatiamo una permanenza. Ad esempio un dato che è stabile nel tempo e sorprende sempre molto è quello del tempo che i giovani trascorrono senza media. Ovviamente i media sono cambiati moltissimo ma la “fetta di vita” senza mediazione rimane invariata ed è quella che i ragazzi passano con gli amici, a fare sport, all’aria aperta… questo ci racconta bene che il digitale non ha sottratto tempo alle esperienze “fisiche” ma lo ha sottratto ad altri media: giornali, radio, cinema, libri, teatro, riviste. È uno dei dati che ci consente di smontare una delle preoccupazioni che tornano costantemente nei discorsi tra adulti. Gli interventi di Christian partono proprio dalle paure che ruotano intorno al vissuto digitale, a volte con i nostri dati le sostanziamo e le confermiamo e a volte, invece, le contraddiciamo, almeno per quel che riguarda la realtà svizzera che non sempre è allineata con i Paesi europei confinanti».
«In effetti – racconta Christian Biasco – l’idea che mi ha animato è proprio quella di ribaltare alcuni luoghi comuni sull’uso e sull’impatto che i nuovi dispositivi hanno nelle vite delle ragazze e dei ragazzi. I dati a volte ci dicono qualcosa di diverso rispetto a quello che è la sensibilità o l’impressione generale. E questo è molto importante soprattutto per chi lavora a stretto contatto con i giovani. Capire qual è il reale rapporto che i ragazzi intrattengono con il digitale è, infatti, fondamentale per stabilire come e se intervenire. I miei monologhi sono un’entrata in materia dei quattro momenti in cui è suddiviso il nostro intervento e che concernono quattro temi: videogiochi, social media, IA e tempo digitale. L’intento è quello di ribaltare la domanda che solitamente ci poniamo e che riguarda l’impatto che i dispositivi hanno su di noi. Io vorrei portare l’attenzione su un’altra questione: che cosa cerchiamo nei dispositivi digitali? Perché li usiamo? Uno dei mei interventi, ad esempio, esplora le dinamiche che ci portano all’uso dei dispositivi. Sono in qualche modo delle dinamiche ataviche e dunque possono essere raccontate attraverso dei miti, delle narrazioni di altri tempi. La noia, la necessità di procrastinare, la trappola dell’efficienza, sono urgenze umane non necessariamente legate a un particolare strumento. Il mio è anche un tentativo di rendere più complesso un discorso che non può essere liquidato con la semplice spiegazione che esiste uno strumento che dall’esterno ci sta danneggiando».
Un approccio trasversale
L’approccio scelto in Relazioni affettive con i media è quello della trasversalità, sia temporale sia generazionale. Il tema dei videogiochi si presta particolarmente bene, da una parte perché si hanno dei dati che partono dal 2010 e arrivano ad oggi, e dall’altra perché è un media che consente di costruire un ponte intergenerazionale.
Nella sua ricerca Aging and Media Petra Mazzoni osserva, infatti, che «il 53% delle persone over 65 afferma di giocare ogni giorno o quasi a giochi sugli smartphone, inoltre se nei giovani si constata un divario di genere per cui sono molto di più i maschi a giocare, questo divario rimane invariato anche tra la popolazione over 65. Tra l’altro durante la ricerca, che è la prima in Svizzera che indaga in profondità l’uso quotidiano dei media e la rete comunicativa intergenerazionale di questa fascia di età, è emerso chiaramente che i sistemi familiari si influenzano e modellano a vicenda nelle relazioni con i diversi media, digitali e non digitali».
Tante le riflessioni che venerdì Eleonora Benecchi, Petra Mazzoni e Christian Biasco tenteranno di suggerire al pubblico. Anche perché sottolinea in conclusione Christian Biasco «i dispositivi digitali intercettano dei nostri bisogni intimi, dei nostri desideri, delle nostre fisime, trovano spazio perché è come siamo fatti noi che legittima quel tipo di sviluppo. Dovremmo guardarci dentro prima di renderli un capro espiatorio che non intercetta la dinamica profonda che innesca l’uso che ne facciamo noi e i ragazzi».
