Svizzera-Ue, il momento delle scelte

by azione azione
23 Settembre 2026

Dopo dodici anni di crisi e negoziati il nuovo pacchetto di accordi con l’Unione europea (Bilaterali III) arriva alle Camere federali

Ci siamo. A partire da lunedì 28 settembre le Camere federali affronteranno un cantiere dalla portata epocale, quello del nuovo pacchetto di accordi con l’Unione europea. Un colosso di oltre duemila pagine, che verrà discusso dapprima dal Consiglio degli Stati. Sulla carta i dibattiti potranno occupare i «senatori» per oltre una ventina di ore. Con tempistiche simili sarà poi il turno del Consiglio nazionale, nel corso della prossima primavera. Una maratona decisamente fuori misura, che ben spiega il significato politico di questa nuova intesa. Un pacchetto che è stato siglato, e vale la pena di ricordarlo, dopo che negli ultimi dodici anni le relazioni bilaterali tra Unione europea e Svizzera si erano inceppate per ben due volte. La prima frenata risale al 2014 con l’approvazione dell’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa, che azzerava di fatto l’accordo sulla libera circolazione delle persone.

Si discute sul tipo di scrutinio

Il Parlamento ritenne poi opportuno applicare in modo «light» questa iniziativa targata UDC, per evitare di dover denunciare la libera circolazione e di conseguenza l’insieme del primo pacchetto di accordi bilaterali. Dopo quel voto Bruxelles decise di bloccare i negoziati in corso in quel momento e di penalizzare il nostro Paese in alcuni ambiti, su tutti quello della ricerca e degli scambi universitari Erasmus. Il secondo cortocircuito risale al maggio del 2021, quando l’allora presidente della Confederazione Guy Parmelin si presentò a Bruxelles per comunicare alle autorità europee che l’accordo quadro istituzionale, forgiato per rilanciare le relazioni bilaterali, era da cestinare: il Governo svizzero non lo riteneva sufficientemente equilibrato.

Calò un gelo immediato nei rapporti con l’Ue, con discussioni e trattative che ripresero poi solo nel 2024 portando al nuovo accordo che ora approda in Parlamento e che ufficialmente si chiama «Pacchetto per la stabilizzazione e lo sviluppo delle relazioni Svizzera-Ue (Bilaterali III)». Con questo insieme di accordi settoriali – che rafforza quelli già esistenti e ne introduce altri tre, nell’ambito dell’energia elettrica, della sanità e della sicurezza alimentare – il Consiglio federale mira a ulteriormente facilitare l’accesso del nostro Paese al mercato unico europeo. «La Svizzera crea condizioni quadro affidabili per la sua economia di esportazione e rafforza così la propria prosperità», come si legge nel comunicato del marzo scorso, con cui il Governo passava la palla – e la patata bollente – alle Camere federali.

Il tema centrale della sovranità

Quella parlamentare è la penultima tappa di questo lungo percorso, prima della votazione popolare che emetterà il verdetto definitivo sui Bilaterali III. E qui tocchiamo uno dei tanti nervi scoperti di questa vicenda: le modalità di questo voto dalla portata epocale. Le possibilità sono di fatto due: uno scrutinio in cui si tiene conto solo del popolo, oppure una votazione a doppia maggioranza, che includa anche il parere dei Cantoni. Qui le opinioni divergono e i toni in aula si faranno di certo accesi. Basandosi sulla Costituzione, il Consiglio federale si è schierato per un voto a maggioranza semplice, perché non si tratta di aderire a un’organizzazione di sicurezza collettiva o a una comunità internazionale. Un parere condiviso dalla sinistra e del PLR, partito comunque piuttosto diviso al suo interno, il Centro deve ancora prendere una posizione, in totale disaccordo invece l’UDC, partito contrario in tutto e per tutto a questo nuovo accordo. Da notare che la Conferenza dei Governi cantonali sostiene il voto a maggioranza semplice. Sono 15 i Cantoni favorevoli a questa opzione, 10 quelli contrari, tra cui il Ticino, mentre Berna si è astenuto. Un po’ a sorpresa, i Cantoni scartano pertanto la modalità di voto che li chiamerebbe direttamente in causa, e questo anche perché tutte le precedenti votazioni sugli accordi bilaterali si sono svolte sulla base della sola maggioranza popolare.

La «ripresa dinamica» del diritto europeo

Ma al di là delle discussioni attorno al tipo di scrutinio – tocca al Parlamento definirne le modalità – il tema centrale che ruota attorno a questi accordi è senza dubbio quello della sovranità. Il pacchetto negoziato con Bruxelles prevede la cosiddetta «ripresa dinamica» del diritto europeo da parte della Svizzera, nei soli settori che riguardano l’accesso al mercato unico dell’Ue. Si tratta di sincronizzare le rispettive normative, per poter avere uno sviluppo in parallelo della legislazione europea e di quella svizzera. Il problema si porrebbe nel caso in cui tra Ue e Svizzera dovessero aprirsi dei contenziosi. Se Berna, anche dopo una votazione popolare, si opponesse ad esempio ad accettare una nuova normativa dell’Ue. Il meccanismo previsto dal nuovo accordo prevede l’intervento di un tribunale arbitrale, composto dallo stesso numero di giudici europei e giudici svizzeri, con un presidente scelto da entrambe le parti. Per quanto riguarda l’interpretazione del diritto Ue, questi giudici saranno chiamati a rivolgersi alla Corte di giustizia europea. L’ultima parola spetta comunque al Tribunale arbitrale, per definire eventuali «misure di compensazione» a carico della Svizzera.

Queste «compensazioni», che di fatto saranno delle sanzioni, dovranno essere proporzionate e relative al solo contesto toccato da questa controversia. Un meccanismo che oggi non esiste, in questi ultimi anni l’Ue ha inflitto sanzioni al nostro Paese in modo del tutto arbitrario e unilaterale. Da questo punto di vista si tratta di un passo in avanti, che garantisce una maggiore certezza del diritto. «La Corte di giustizia dell’Unione europea non sarà mai chiamata a comporre una controversia», si legge nei documenti del Consiglio federale. Non manca però chi, e non solo tra i ranghi dell’UDC, ritiene che il ruolo della Corte di giustizia Ue possa essere troppo preponderante, anche perché questo tribunale è considerato uno dei motori dell’integrazione europea. Questo fronte guarda con preoccupazione anche al futuro della democrazia diretta, visto che il risultato delle votazioni popolari svizzere potrebbe anche andare a incocciare contro una norma europea.

Tra un anno le elezioni federali

Nei prossimi tempi il Parlamento avrà di che arrovellarsi attorno a questa «ripresa dinamica» del diritto Ue. E lo stesso vale anche per altre questioni sensibili, a cominciare dalla libera circolazione delle persone e dalla lotta al dumping salariale. In questo ambito farà discutere anche una serie di normative interne relative al mercato del lavoro svizzero e alla sua protezione sindacale. Il «colosso» è dunque lì, pronto per il vaglio del Parlamento. Senza dimenticare che tra un anno ci saranno le elezioni federali: la politica svizzera rischia così di vivere una lunga stagione di… canicola intensa.