La Nuova via della seta passa da qui

by azione azione
23 Settembre 2026

Lo Xinjiang, la porta cinese sull’Asia centrale, è tornato strategico ma il prezzo dell’integrazione resta al centro del dibattito

Loiyk è tagiko. Ma non dei tagiki del Tagikistan. Un tagiko di Cina, di stirpe wakhi, un ramo del lignaggio iranico orientale del Pamir – qui, Sarikol – nato e cresciuto nella Contea autonoma tagika di Tashkurgan, nella Prefettura di Kashgar, qui, nella Regione autonoma uighura dello Xinjiang. Sua moglie è uzbeka, anche lei degli uzbeki di Cina, però, di Yarkant, qui vicino.

Lo so, è complicato. Ma così è il mondo, a guardarlo bene: complicato. E dunque anche la Cina. Soprattutto la Cina. Quella di cui parlo è lontana dai grandi fiumi pieni d’acqua e dalle megalopoli costiere che proiettano sfavillio oltre montagne e oceani. Siamo in una delle grandi regioni esterne, periferiche, piene di minoranze. Di quelle che paion dimenticate, ma che ora si riscoprono strategiche. Perché lo Xinjiang è anche Asia centrale, e son millenni che è il crocevia del Continente. È la Via della seta! Lungo le sue carovaniere (ora autostrade), tra monti altissimi e terribili deserti, c’è passato il mondo: persone, merci, idee, l’Oriente e l’Occidente. Mercanti sogdiani, tocari, arabi, persiani, cavalieri saka calati dalle steppe, monaci indiani recando il Buddha, tribù mongole e turche navigando di oasi in oasi, isole di antiche civiltà. Anche Marco Polo.

Vasto apparato di sorveglianza e repressione

Lo Xinjiang da più d’un millennio è la terra degli uighuri, una popolazione turcica parente di quelle che abitano oltre i suoi confini occidentali (kazaki, kirghizi, uzbeki). È il Turkestan orientale, insomma. Maggiore regione del Paese, è grande come dal Portogallo alla Germania, ma con una popolazione di soli 25 milioni, per via della sua geografia di steppe, deserti e montagne. Dal censimento del 2020, risulta, però, che ormai gli uighuri non arrivano alla metà del totale, quasi raggiunti dagli han, cioè i cinesi della Cina propria, forti soprattutto nella capitale Ürümqi e nel nord. Il resto se lo spartiscono altri popoli, pure perlopiù turcichi.

Lo Xinjiang era ed è la porta cinese sull’Occidente. Confina con quasi tutti i Paesi dell’Asia centrale, oltre che con Russia e Pakistan. Per questo, negli ultimi anni, volente o nolente, ha riconquistato il suo posto nel mondo. Dal 2013, quando il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato il megaprogetto della Belt and Road Initiative (BRI), la Nuova via della seta, progettata per resuscitare le antiche rotte dell’Asia interna verso i mercati d’Occidente aggirando il controllo dell’impero talassocratico (leggi americano) sugli stretti. Nei recenti piani quinquennali di Pechino sono stati inclusi i progetti per nuove, ambiziose, ferrovie e autostrade lanciate oltreconfine. Da Ürümqi, il più importante centro economico e industriale, parte il treno per il Kazakhistan, verso la Russia e fino a Duisburg, Germania; da Kashgar, millenario snodo della Via della seta, partiranno linee ferroviarie attraverso il Tian Shan fino in Uzbekistan, e per il Pamir tagiko verso il Caspio e il Caucaso. Nonché ambiziosi binari oltre il Karakorum, per raggiungere l’Oceano Indiano e il porto di Gwadar, comprato al Pakistan, vicino al golfo Persico, evitando il giro dai porti della costa orientale – stiamo parlando di una delle zone più lontane dal mare del mondo.

Insieme alle strade vengono le fabbriche, la grande agricoltura. Così le esportazioni s’impennano. Tanta meccanica, elettronica, prodotti agricoli e abbigliamento. Ma anche pannelli solari e auto elettriche. Negli ultimi anni lo Xinjiang è stato uno dei centri dello sviluppo energetico sostenibile della Cina. Benché ricco di petrolio e carbone, da qui passa la transizione ecologica dell’energia del Paese di mezzo. È dai suoi sconfinati campi eolici e fotovoltaici, vasti come province e tra i maggiori del pianeta, tra questi tralicci che si perdono all’orizzonte del deserto diafano che si costruisce quel futuro che dovrebbe far bene al pianeta.

Posti di polizia a ogni angolo

Ecco, dunque, i presupposti della decisione di integrare a qualunque costo la regione al resto del Paese, passando per le sue popolazioni. Parola d’ordine: sinizzare. Subordinare le identità etniche al Partito. A maggior ragione dopo le sommosse del 2009, costate circa 200 morti tra uighuri e han, causate dal malcontento locale per i continui arrivi di han dall’Est, convogliati dal Governo verso nuove opportunità, e le restrizioni religiose e culturali imposte dalla capitale. Così, sbandierando lo spauracchio dei «Tre mali», pittoresca definizione pechinese per indicare separatismo, estremismo religioso e terrorismo, gli interventi sono stati drastici. E allora: militarizzazione, sorveglianza e schedatura di massa. Ora ci sono posti di polizia a ogni angolo. Tempo di reazione: meno di tre minuti. Gli arresti e gli internamenti nei «Centri di formazione professionale» (o «Campi di rieducazione»), secondo stime di organismi internazionali, sono almeno un milione. Non solo i colpevoli comprovati. Anche i sospetti, quelli in odore di… individuati tramite Big Data e IA. Come in un racconto di Philip K. Dick.

Loiyk, però, getta acqua sul fuoco. Mentre viaggiamo, lui mi ricorda sempre l’altro lato della medaglia. Quando scopro il Corpo (paramilitare) di produzione e costruzione dello Xinjiang, o Bingtuan, fondato nel 1953 per difendere i confini occidentali e controllare la regione, mi dice che sì, sono quasi tutti han, ma a parte la sorveglianza, è stato determinante anche per lo sviluppo. Ha fondato città, scuole, ospedali, infrastrutture, aziende agricole, industrie. Il Governo, sostiene, ha sempre fatto una politica di tutela delle minoranze – «certo», aggiunge sorridendo, «fino a quando non interferiscono con le linee del Partito». È ancora così, anche se, nelle nuove direttive del presidente Xi, vi sono cambi sostanziali. Un esempio per tutti, «il bilinguismo nelle scuole, ora non c’è quasi più, a favore del mandarino». D’altro canto, mi spiega, le minoranze godono ancora d’un certo favore e i passi avanti a livello economico e infrastrutturale sono enormi. «Gli uighuri hanno una casa in cui abitare. E, in genere, non tuguri, come prima, ma case con acqua corrente, elettricità. Le strade sono ampie e asfaltate. Ci sono scuole gratuite e una certa assistenza sanitaria pubblica, anche se ancora lontana dalla perfezione».

E allora, a quel punto gli chiedo: ma tu, da che parte stai? «Dalla parte del mio popolo, ma anche del mio Paese», risponde. «Siamo parte della Cina da almeno tre secoli e, dopo tanto tempo, finalmente possiamo approfittarne per far parte anche del mondo moderno».