Troppo forte per essere vero?

by azione azione
23 Settembre 2026

Tadej Pogačar, impresa dopo impresa, sta scalando le classifiche di gradimento fra gli appassionati di ciclismo. Da tempo, i paragoni si fanno solo con Eddy Merckx che, cifre alla mano, rimane per ora il più vincente della storia. Ciò nonostante, l’asso sloveno divide il pubblico. Si gode una maggioranza che esalta le sue imprese epiche, le lunghe cavalcate solitarie che ricordano quelle che cinquant’anni or sono avevano quale protagonista il Cannibale. Deve tuttavia fare i conti con una fetta di mercato che trova il suo strapotere noioso e soporifero.

È un fenomeno strano, moderno, che emerge soprattutto nei social media, dove il campionissimo va bene, ma solo per i suoi connazionali. Gli svizzeri non hanno nulla da eccepire sul dominio di Marco Odermatt, così come gli italiani si godono i successi seriali di Jannik Sinner. Dopo aver vissuto al fronte una dozzina di stagioni ciclistiche in cui tutto si risolveva con un paio di scattini a due, tre chilometri dal traguardo, non ho dubbi. Troverei blasfemo paragonare l’epos e il pathos di Pogačar, con quei balbettii.

Quando i detrattori del Dominatore si ritrovano senza argomenti, passano dapprima alle minacce – per tanto così, non ha più senso seguire le corse ciclistiche. Ricevono in cambio la reazione virulenta degli entusiasti che li esortano a utilizzare quell’affarino, inventato nel 1944 da Eugene Polley, che consente di cambiare canale senza spostarsi dal divano e, soprattutto, li invitano a togliersi dal dibattito, poiché di ciclismo non ci capiscono un accidente. È una commediola divertente, fino a quando il dibattito non scivola in risse.

Quando la minaccia di ricorrere al telecomando non basta, infatti, gli Antipogačar si trasformano in accusatori. Vince perché è dopato. Farà la fine di Lance Armstrong. Si dovranno riscrivere le classifiche. Sono accuse gravi, infamanti per il corridore, per la sua squadra e per tutto il ciclismo. Spesso con un linguaggio di per sé da querela. Sono in sintonia con un atteggiamento spregiudicato, in voga, ahinoi, a volte anche nei media tradizionali, che sembra aver spazzato il concetto di presunzione d’innocenza.

Che Pogačar faccia uso di sostanze dopanti non vi è il pur minimo indizio. Dubbi? Legittimi. Su chiunque salga su una bicicletta e si apponga un numero sulla schiena. Fa parte della storia. Ai tempi di Fausto Coppi si parlava dapprima di Bomba, poi di anfetamine che sono state un ingrediente della dieta del corridore fino agli anni Ottanta. Dopo di che, tra la metà degli anni Ottanta e il 2008, c’è stata l’esplosione del doping ematico.

Dubbi legittimi, dicevo, proprio perché l’ambiente sta ancora pagando il prezzo di quel ventennio folle. C’è, a mio modo di vedere, una data spartiacque: il 17 luglio del 2008, quando i gendarmi francesi prelevarono Riccardo Riccò alla partenza della 12esima tappa del Tour de France, per una positività al CERA, il superamento della diffusissima EPO (Eritropoietina). Fu l’ultimo big colto con le mani nella marmellata; la confessione di Armstrong, avvenuta in seguito, riguardava fatti precedenti quella data.

Da allora, il mondo del ciclismo si è dato una regolata. Ha capito che doveva farlo. C’era in gioco l’ultima fetta di credibilità. Ha istituito il passaporto biologico del corridore, che racchiude tutti i suoi dati medici, e che autorizza le varie federazioni nazionali a sanzionare chi manifesta delle variazioni ematiche rilevanti e ingiustificate, anche in assenza della positività a un controllo. Ha inoltre implementato il concetto di reperibilità h24 per 365 giorni l’anno, onde evitare che maghi e fattucchiuere entrino in azione lontano dalle corse.

Morale, sia pure col ragionevole dubbio, il ciclismo di oggi è molto più pulito e credibile rispetto a quello del passato. La fiducia va data a coloro che concludono le tappe col cosiddetto Gruppetto, così come al dominatore Tadej Pogačar e ai suoi meravigliosi rivali, Jonas Vingegaard, Mathieu Van der Poel, Remco Evenepoel, Wout Van Aert e colleghi.

Per la cronaca: Pogi non ha concluso la Vuelta di Spagna, che stava dominando, per le conseguenze di una grave caduta. La maglia rossa è stata conquistata dallo spagnolo Enric Mas. Un regalo insperato. Come lo sarà per chi, tra pochi giorni, trionferà agli Europei, ai Mondiali e al Lombardia. In assenza del Re, ci sarà grande battaglia. Ma non necessariamente più pathos.