Lungo la Via delle Spezie, Bandar Abbas e le isole dello stretto conservano ancora le tracce di mercanti, imperi e rotte che per secoli hanno unito Mediterraneo e Oceano Indiano
La città costiera di Bandar Abbas è l’ultima fermata. Si passa direttamente dai deserti della provincia di Fars alla zona costiera dello stretto di Hormuz, sul Golfo Persico. Appare di notte tra le alture montuose, illuminando a giorno il paesaggio circostante. Dopo nove ore di autobus trascorse tra le montagne e le sabbie a sud di Shiraz, si può finalmente apprezzare il clima mite, l’odore e il sapore salino del mare che scende dritto in gola. E si può vagare a piedi con uno sguardo calmo tra le strade, i vicoli bui e il fronte del porto. Al di là delle banchine, il profilo misterioso dell’isola di Hormuz.
Per secoli, tra quelle isole dello stretto – fino a pochi anni fa visitabili sebbene fuori dagli itinerari turistici, oggi al centro di drammatiche tensioni geopolitiche e di venti di guerra –, transitò la Via delle Spezie. Ma fin dall’epoca più antica questa fondamentale arteria economica esercitò la sua potente influenza sui destini del mondo. L’Islam, il Cristianesimo, l’Induismo si diffusero tra quelle terre e quelle acque. Quei commerci e quei contatti furono possibili soprattutto grazie al ruolo di mediazione dei mercanti arabi, attraverso la navigazione sui dhow, grandi navi che vengono ancora costruite, seguendo antiche tradizioni, dai cantieri navali di Qeshm, lunga isola di fronte a Bandar Abbas. Un tempo erano dei velieri, ora solcano le acque dello stretto a motore.
La Storia globale ha sempre plasmato questi luoghi e continua a farlo. Nel 326 a.C. l’ammiraglio di Alessandro Magno, Nearco, percorse la rotta del Golfo Persico fino allo stretto di Hormuz, fornendo con la sua flotta un appoggio all’armata di terra decimata dagli stenti dei deserti della Gedrosia, alla volta di Babilonia. Secoli dopo, in epoca imperiale romana, dal Mar Rosso, i mercantili approdavano al porto di Muziris sulla costa occidentale dell’India. Erano alla ricerca frenetica delle spezie, esotiche merci di lusso. L’itinerario marittimo della Via della Seta, conosciuto anche come «Via delle Spezie», collegava il Mediterraneo e il Mar Rosso. Ma da lì si andava oltre, verso Oriente, fino in India. Già nel I secolo d.C il Periplo del Mare Eritreo, fondamentale resoconto di geografia antica, fornì con precisione una descrizione delle coste del Subcontinente indiano. A Muziris gli archeologi trovarono infatti delle anfore romane che contenevano proprio le spezie.
Dal Malabar proveniva il pepe, ma si poteva giungere fino alle isole Molucche dell’Indonesia, allora l’unica fonte di approvvigionamento al mondo della noce moscata, dove si trovavano anche i chiodi di garofano. Tutti quei commerci passavano proprio per Hormuz, fondamentale collo di bottiglia dei traffici mercantili di ogni epoca storica: oggi i cargo con il gas e il petrolio, un tempo le navi a vela con le stive cariche di spezie di ogni genere. Per Hormuz transitò pure il celebre veneziano Marco Polo nel suo viaggio di ritorno dalla Cina del Gran Khan. Con il passare dei secoli, la Via delle Spezie diventò la via marittima asiatica per eccellenza. Ed è proprio per questi retaggi storici che il cibo della provincia iraniana di Hormozgan è molto diverso rispetto al resto del Paese: al palato, speziato e piccante.
Di mattina, il sole irradia la stanza. La temperatura è mite, sui venticinque gradi. Dalla camera d’hotel sul lungomare, all’orizzonte, compare nuovamente l’isola di Hormuz, questa volta colorata di toni ocra. Le strade attorno al lungomare di Bandar Abbas brulicano di gente. Si può osservare una straordinaria diversità di etnie. Il melting-pot risulta evidente anche dall’aspetto del taxista, un uomo nero altissimo, che non parla una parola di inglese ma nemmeno farsi: solo bandari, il dialetto locale. Nei pressi del mercato del pesce, donne dal portamento elegante rievocano le sagome delle principesse dei racconti di Sinbad. Nonostante il caldo, i loro volti sono incipriati, mentre guardano tutte sorridenti le venditrici di strada sedute nella sporcizia, vestite di abiti sgargianti. Intente a vendere la frutta, quelle confabulano e contrattano velocemente.
Le Isole dello Stretto di Hormuz (Golfo Persico) fino a pochi anni fa erano ancora visitabili, anche se fuori dagli itinerari turistici
Gli uomini del Belucistan, riconoscibili per i loro larghi pantaloni, siedono assieme ad alcuni yemeniti e ai pachistani della costa, vestiti con i loro kurta pijama. Le ragazze portano invece lunghi hijab neri che lasciano scoperti solo gli occhi. Altre indossano dei veli multicolori e coprono il volto con delle maschere di stoffa chiamate boregheh. Secondo la tradizione e gli usi dei villaggi della provincia, questo tipo di maschera sarebbe associato alle donne sciite; le sunnite indosserebbero invece un altro tipo di coprivolto, fabbricato in cuoio, simile alle maschere femminili del carnevale veneziano. La tradizione delle maschere, tipica della provincia di Hormozgan, è molto antica. Risale all’epoca dell’invasione portoghese e quindi ai primi anni del Cinquecento. Un antico detto lusitano afferma che «il mondo è un anello e Hormuz la pietra preziosa incastonata».
Arriviamo sull’isola di Hormuz a bordo di uno sgraziato e rumoroso battello a motore che ricorda anche in questo caso un po’ i vaporetti veneziani. Una volta sbarcati, si comprende perfettamente l’importanza strategica dell’isola e si apprezza l’abilità del viceré portoghese Albuquerque nel fondare ai primi del Cinquecento i vari avamposti marittimi in giro per il mondo. Hormuz, Malacca, Goa: il controllo degli angusti bracci di mare era la specialità di quell’ammiraglio che veniva soprannominato il «signore degli stretti». All’epoca, gli stretti come Hormuz e Malacca contavano più di qualsiasi altro passaggio, e con rammarico per la sua classe aristocratica, a quell’altezza Venezia risultava essere ormai fuori dal «grande gioco» oceanico globale.
Questa debolezza fu compresa da Tomé Pires, intellettuale portoghese, autore di una cinica frase: «Chiunque possieda lo stretto di Malacca, ha per le mani la gola di Venezia». Malacca, sebbene si trovi in Malesia e sia separata da Hormuz da migliaia di miglia oceaniche, era direttamente collegata all’isola. Da Hormuz, venivano inoltre importati dai veneziani preziosi tessuti di seta, chiamati «ormesini», con riferimento proprio a quella località . A Venezia vi è infatti una fondamenta nel sestiere di Cannareggio, chiamata «Fondamenta degli Ormesini».
Sull’isola, guardando verso Est, si comprende bene che quella che molti secoli fa era una fortezza chiamata Forte de Nossa Senhora de Vitória, sovrastata da una grande torre di guardia, appare ormai solo una grande distesa di rovine. Verso Sud, in lontananza, si scorge la punta dell’Oman, e a Ovest, la lunga isola di Qeshm che restringe lo stretto, pure quella con un forte portoghese in testa. Secondo alcune scritture antiche, Qeshm veniva associata perfino al giardino dell’Eden.
Camminando sul lungomare, si incontrano bambini che giocano con un pesce gatto appena catturato nella luce della sera, mentre le loro coetanee se ne stanno nei cortili a guardare i visitatori, avvolte nella loro bellezza e in drappi sgargianti, con sguardi curiosi. Le loro madri invece, accovacciate a poca distanza, fumano pipe d’acqua (hookah) tradizionali, con aria pigra, rilassata. Un vecchio con una papalina cerca conchiglie sulla battigia, mentre sulle alture costiere dell’Iran il sole sta tramontando.
L’antica chiesa portoghese del forte di Hormuz assomiglia a una specie di grotta ad arcate cinquecentesche, con al suo interno una minuscola teca-museo dove sono esposte alcune monete, insieme a piccole sfere di cannone arrugginite e un crocifisso: tutti cimeli dell’epoca coloniale. Arrampicandosi sulle mura sgretolate del forte, mentre cala la sera, si può puntare lo sguardo verso la costa iraniana e seguire verso Est i profili desertici dell’antica Gedrosia – che avevano stroncato le formidabili armate di Alessandro il macedone – fino in Pakistan. Da lì in poi, oltre l’orizzonte, come scrisse il grande poeta Rumi, quelle acque diventano «prima mare immenso, poi oceano»: l’Oceano Indiano.










