Al Muzeum Susch la prima retrospettiva istituzionale dedicata all’artista italiana
Se cercate il nome di Mariuccia Secol nei vari cataloghi, anche quelli dedicati alle donne, come per la mostra al Centre Pompidou di qualche anno fa, rimarreste delusi. Il suo nome non compare, nemmeno nei testi di Lea Vergine o nella mostra L’altra metà del cielo. In questo caso si tratta di divergenze ideologiche.
L’esposizione in corso nel museo grigionese presenta l’«archivio ribelle» di una donna risoluta e fuori da ogni schema
Mariuccia è nata a Castellanza in provincia di Varese nel 1929. Si stabilisce a Daverio nel 1954 e presto la sua casa diventa un salotto culturale frequentato da Enrico Baj, Bruno Munari, Leonardo Sciascia. Dal 1965 al 1988 insegna all’atelier di pittura dell’ospedale psichiatrico di Bizzozero. Nel 1974 fonda il gruppo femminista «Immagine» di Varese che combatte per il salario al lavoro domestico.
Poche le sue mostre; forse si può citare la partecipazione nel 1978 allo «Spazio aperto» della Biennale di Venezia. Qui, assieme a Silvia Cibaldi, Milli Gandini, Clemen Parrocchetti, Maria Grazia Sironi e Mirella Tognola, le donne scrivono in catalogo: «Ero madre di tutti, una grande madre, una madre, ero figlia, figlia, figlia, Natura, Storia. Mi fermo nell’aria e guardo la mia acqua, addio madre, ancora un momento mi rifletto insieme alle altre e vado a dimenticare la mia affascinante natura».
Nello stesso anno il gruppo organizza un incontro intitolato Vogliamo, Voliamo. Scrivono di arte militante come creatività di rifiuto e, seguendo Secol, come se «il destino della casalinghe, oppresse e dipendenti, ci collegasse alle radici della follia medicalizzata»… «Libere da voli abbiamo voluto volare».
Fino al 1. novembre il Muzeum Susch di Susch dedica a Mariuccia Secol la prima esposizione strutturata della sua vita. Il museo, che originariamente ospitava un monastero e poi un birrificio, è stato ampliato e ristrutturato ultimamente dagli architetti Chasper Schmidlin e Lukas Voellmy. Ha aperto nel 2018 grazie all’imprenditrice Grażyna Kulczyk e si concentra sulla promozione del lavoro di artiste donne «trascurate, ignorate o fraintese».
L’esposizione di Mariuccia presenta il lavoro di una vita, un «archivio ribelle che sfida la storia dell’arte ufficiale». Dal primo dopoguerra con dipinti che narrano il trauma della distruzione e dell’olocausto. Poi il laboratorio di pittura all’ospedale psichiatrico per cercare di lenire difficoltà psicologiche attraverso la pratica pittorica, in molti casi con operazioni tessili. Siamo nel periodo della rivoluzione di Franco Basaglia; per Mariuccia dal 1965 al 1988.
Con il ’68 inizia nel territorio italiano una nuova esperienza psichiatrica contro le istituzioni, la scienza borghese, le gerarchie, l’autorità. Perché, scrive Giovanni Jervis, «la psichiatria è nella sua pratica e nella sua teoria uno strumento di potere della classe dominante». Ricordiamo infine che la legge 180 che aboliva i vecchi manicomi è del 1978.
Quindi, dicevamo, arriva il ’68 e l’artista lascia i suoi pennelli silenziosi per iniziare una pratica del rifiuto. Scrive di sé: «I miei quieti pennelli scompaiono, nuovi elementi emergono in un lavoro criptico». Scuce; lacera per iniziare il suo abito da sposa, poi gli altri vestiti, spugne metalliche, grembiuli. Decostruisce l’immaginario collettivo della bellezza e della perfezione, delle norme imposte dalla società perbenista e costrittrice per ricostruire uno spazio di rigenerazione psichica e collettiva: dalla Casa di bambola del 1970-73 all’Animus-Animo del 1982.
Nella prima grande sala troviamo una sorta di summa del suo percorso artistico, una panoramica completa come una «crisalide che si dischiude». Al centro la monumentale Donna ponte, un’installazione tessile di dieci metri «che incarna la sua poetica dell’intersezionalità, capace di unire fronti diversi – tra maschile e femminile, tra sé e l’altro – e di abbracciare la marginalità universale… perfetta rappresentazione di questa sintesi della sua ricerca orientata all’accoglienza del diverso e alla valorizzazione delle soggettività fragili».
Nelle altre sale vi sono lavori esposti in maniera tematica e cronologica; dagli oggetti tessili ai pastelli, dalle stoffe alle ceramiche.
In catalogo, Mariuccia, dopo un gustoso brano sui fiori adattato al proverbio – non si colpisce una donna neanche con un fiore – scrive: «Favola, metafora e arma nella lotta all’interno della famiglia; il libro di ricette gettato nel fuoco che sprigiona una meravigliosa fiamma liberatoria… solo la sopravvivenza di base era garantita mentre si metteva in pratica la creatività del rifiuto».
Un’artista che si «immerge nella materia bruciante del presente» e, come scrive Tzvetan Todorov ne Il caso Rembrandt, solo il «rispetto del mondo permette il ritrarsi del sé».
Appunto.
