Venticinque anni dopo gli attacchi, la memoria delle vittime e l’eredità di un’emergenza diventata permanente
NEW YORK – «Credo che quella sensazione di emergenza non sia mai del tutto scomparsa. A volte si attenua, poi torna. Ci sono momenti in cui tutto sembra andare bene, poi accade qualcosa e la tensione torna. L’11 settembre resta sullo sfondo, nella mente delle persone, soprattutto di chi lo ha vissuto». Quella tragica mattina di venticinque anni fa Daniel Nigro non fu soltanto un testimone. Era a capo delle operazioni dei vigili del fuoco di New York, responsabile di un corpo di oltre quattordicimila uomini e donne. Poche ore dopo avrebbe assunto il comando operativo dell’intero Dipartimento.
Guardato con la lente del tempo, il primo pensiero che riaffiora in Nigro è ancora quello avuto allora, mentre New York entrava nella giornata più nera della sua storia recente. «Stavamo arrivando da Brooklyn e attraversammo il Brooklyn Bridge subito dopo l’impatto del primo aereo», racconta ad «Azione». «Ero con Peter Ganci, il chief of department, che morì quel giorno. Guardando quello che era successo e quello che stava per accadere, gli dissi: “Questo sarà il giorno peggiore della nostra vita”. Era ancora prima che il secondo aereo colpisse. Quelle parole si rivelarono terribilmente vere; per lui fu l’ultimo giorno della sua vita, per me il più orribile mai vissuto».
Malattie collegate
Quasi tremila persone perirono. Per il Dipartimento dei vigili del fuoco e del soccorso medico di New York fu la perdita più grave mai registrata, con 343 vigili del fuoco uccisi in un solo giorno. «La verità è che il Dipartimento è ancora in lutto», spiega l’ex comandante ora in pensione. «Proprio ieri abbiamo aggiunto i nomi di altri membri deceduti negli anni successivi a causa delle malattie collegate». È la coda lunga dell’attacco. Tra le persone in divisa, le vittime delle patologie riconducibili agli attentati hanno ormai superato quelle uccise quella mattina. «L’11 settembre non abbandonerà mai i vigili del fuoco. Ci siamo ricostruiti, certo, siamo ancora qui a proteggere la città, ma quel giorno ha cambiato per sempre ciò che siamo».
Anche New York e l’America non saranno mai più le stesse. Esiste un prima e un dopo. Sul fronte esterno, la stagione aperta allora sembra in parte essersi chiusa. Osama bin Laden è stato ucciso, il nucleo centrale di Al Qaeda è stato drasticamente ridimensionato (mentre alcune affiliate restano forti), gli Stati Uniti si sono ritirati (anche se rovinosamente) dall’Afghanistan dopo una guerra costata la vita a migliaia di militari americani.
Sul fronte interno, invece, molto di ciò che nacque allora è rimasto. Il «dopo» non è solo una frattura nella memoria collettiva, è diventata una prassi di sicurezza che ancora scandisce la vita dei cittadini, che ha esteso i poteri dello Stato, normalizzato controlli nati o ampliati per l’emergenza e ristretto, passo dopo passo, lo spazio della privacy in nome della prevenzione. «È il mondo in cui viviamo oggi: dobbiamo restare vigili per proteggerci a vicenda. Il compito principale del Governo è garantire la sicurezza dei cittadini», riflette Nigro, «e finché la minaccia del terrorismo non scomparirà, bisogna agire in modo oculato e proattivo per evitare nuovi attacchi. Basta guardarsi intorno: gli aeroporti, l’accesso ai grandi edifici, i metal detector. Tutte queste misure introdotte allora fanno ormai parte della nostra vita».
Controlli sempre più rigidi
Sono la nostra nuova normalità. Controlli sempre più rigidi negli aeroporti, limiti ai liquidi nel bagaglio a mano, body scanner, borse ispezionate all’ingresso di edifici ed eventi, watchlist e no-fly list, telecamere ovunque, verifiche più invasive alle frontiere e una capacità di raccogliere e incrociare dati personali che prima dell’11 settembre sarebbe stata difficilmente immaginabile. Washington ha progressivamente ampliato i propri poteri e gli strumenti di sorveglianza, spostando il confine tra sicurezza dello Stato e libertà individuali. Non tutti quei poteri sono rimasti intatti, ma il paradigma nato allora – anticipare la minaccia prima che si materializzi – è sopravvissuto. Il concetto di «sicurezza nazionale» è diventato il principio attorno a cui sono state create nuove agenzie e ridefinite quelle esistenti. Lo racconta una data. Il 14 settembre 2001 George W. Bush proclamò lo stato di emergenza nazionale. Da allora è stato rinnovato ogni anno. Nell’agosto 2025 Donald Trump lo ha prorogato ancora, sostenendo che il pericolo terroristico continua.
Nel mirino musulmani, arabi, mediorientali e sudasiatici
La necessità di maggiori strumenti di controllo da parte dello Stato, richiamata da Nigro come risposta a un rischio ancora possibile, ha però aperto negli anni un altro fronte, quello dei limiti. Il Department of homeland security (il Dipartimento della sicurezza interna) ne è forse l’esempio più evidente: istituito da George W. Bush nel 2002 e operativo dall’anno successivo, riunì 22 agenzie e funzioni federali sotto un unico dipartimento. Da quella riorganizzazione nacquero anche ICE (Immigration and Customs Enforcement) e CBP (Customs and Border Protection), oggi al centro della stretta sull’immigrazione voluta da Donald Trump.
C’è poi il capitolo privacy, sacrificata in nome della sicurezza. Dopo l’11 settembre gli americani accettarono controlli fino ad allora impensabili. Nell’ottobre 2001 lo USA patriot act ampliò drasticamente i poteri federali di sorveglianza e lo scambio di informazioni tra intelligence e forze dell’ordine. Il Brennan Center for Justice ricorda che le 131 pagine della legge furono approvate senza emendamenti e con pochissimo dissenso appena tre giorni dopo la presentazione, aprendo la strada a un’espansione della sorveglianza interna poi accelerata dalla tecnologia. Una sorveglianza che non ha colpito tutti allo stesso modo. Screening, watchlist e controlli alle frontiere hanno investito in modo particolare musulmani, arabi, mediorientali e sudasiatici. È uno dei paradossi dell’eredità di quella mattina. Le sue conseguenze continuano a farsi sentire pesantemente proprio mentre la memoria diretta si allontana.
«Molti dei nostri giovani non lo hanno vissuto, non erano ancora nati o erano troppo piccoli», osserva Nigro. A Ground Zero, le due grandi vasche del Memorial occupano oggi l’impronta delle Torri Gemelle, con i nomi delle 2977 vittime incisi lungo i bordi. Venticinque anni dopo, mentre il sistema di sicurezza nato da quella giornata continua a segnare gli Usa, la sfida è consegnarne la rimembranza a chi è venuto dopo. «Spero che l’America non dimentichi mai», afferma l’ex comandante. «E non intendo soltanto gli orrori di quel giorno, ma soprattutto le persone innocenti che persero la vita. È questo che vogliamo ricordare».
