Cosa succedeva quando sono nato, l’11 maggio 1976

by azione azione
9 Settembre 2026

Dal terremoto in Friuli alla contestazione giovanile in Svizzera, passando per le donne che fumano la pipa

Sono nato l’11 maggio 1976 in un Comune di frontiera, dove tuttora vivo. La gestione familiare di un negozio di coloniali con distributore di benzina mi ha fatto scoprire fin da piccolo il fascino dei Paesi stranieri e dei viaggi, reali e con la mente. Un’enciclopedia in 16 volumi ricevuta da bambino ha poi alimentato una curiosità che non si è mai più sopita. (Alessandro Gagliardi)

Caro Alessandro, partiamo allora per un viaggio nel tempo sfogliando l’edizione di «Azione» del 13 maggio 1976. Si parla anzitutto del terremoto che il 6 maggio devasta il Friuli: magnitudo 6,5, quasi mille vittime e oltre centomila sfollati. «Una vera ecatombe». Oggi sappiamo che da quel disastro nasce il cosiddetto «modello Friuli» di ricostruzione, un approccio che getta le basi per la creazione della moderna Protezione civile italiana. Ma dalle pagine del giornale emerge solo il timore che si ripetano gli errori già visti dopo l’alluvione di Firenze del 1966 e il terremoto del Belice del 1968: ritardi, pasticci amministrativi, speculazioni, burocrazia e una Roma politica che tergiversa. Che la politica possa essere avvilente, a tratti meschina, lo sappiamo bene anche noi. Ma questa è un’altra storia.

Tornando a casa, nell’edizione citata troviamo un articolo sulla contestazione giovanile in Svizzera, che sembra ormai avviata alla sua fase finale. Il settimanale lo spiega con la crisi economica: dopo lo shock petrolifero del 1973, anche il nostro Paese conosce l’incertezza e l’aumento della disoccupazione. E così molti giovani decidono di «concentrare i propri sforzi su obiettivi meno vaghi e idealistici, come la collettività e la giustizia sociale, a favore di interessi concreti e tangibili: uno stipendio sicuro a fine mese o una laurea con reali prospettive di impiego».

La Svizzera e le disuguaglianze

Chi invece non smette di contestare è il sociologo ginevrino Jean Ziegler, morto nel giugno scorso. Proprio nel 1976 pubblica Una Svizzera al di sopra di ogni sospetto, un libro destinato a far discutere, in cui denuncia il ruolo delle multinazionali elvetiche, il segreto bancario, il peso della finanza e la dipendenza delle istituzioni dal potere economico nel contesto delle forti disuguaglianze mondiali. Se ne parla su «Azione» in un «pezzo» dal titolo eloquente: Ziegler: bomba o petardo?

E il giornale torna sul rapporto tra Nord e Sud del pianeta, dedicando una pagina alla complessa situazione della Rhodesia (oggi Zimbabwe e Zambia). Il Paese è allora nel pieno di una guerra che oppone il regime della minoranza bianca ai movimenti nazionalisti africani. Uno dei grandi temi internazionali del tempo, simbolo delle lotte di decolonizzazione che animano il dibattito politico degli anni Settanta.

Infine ci sono le donne che fumano la pipa. Pochissime, osserva il settimanale. Quelle che osano sfidare le convenzioni, appropriandosi di un oggetto considerato tipicamente maschile. Si parla però di una certa Nicky Verfaillie che inizia a produrne di apposite per loro: eleganti, quasi sacrali, permettono alle donne di partire per «viaggi astratti, in un mondo di sogni profumati che vanno… in fumo».

«Non sono obiettiva, non capisco questa parola»

Restando in tema, sulla pagina accanto c’è l’intervista a una donna che fuma molto, anche se non la pipa: Oriana Fallaci (1929-2006). Celebre giornalista italiana (vedi foto), è descritta come una «piccola donna mostruosamente dotata», che «affascina e irrita», «trascina e blocca». Capace di intervistare i protagonisti della storia, da Zhou Enlai e Giovanni XXIII ad Arafat. Franco no, perché non vuole stringergli la mano. Né Castro, perché dovrebbe aspettarne i comodi. Tutti uomini di potere che – afferma lei – «hanno paura. Sanno che le mie interviste non passano inosservate».

Figura divisiva in un ambito dominato dai maschi, Fallaci rivendica il suo punto di vista: «Non sono obiettiva. Non capisco questa parola. Gli stessi fatti, visti da me o da lei, sono interpretati diversamente». E spiega di non essere entrata in politica perché «sono anarchica, non posso mettermi le manette aderendo a un partito. Faccio politica attraverso i miei articoli. I miei libri sono politici. Litigare con Cunhal (leader del Partito comunista portoghese, ndr.) è fare politica. (…) Non ho forse fatto più di un uomo politico?».

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